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mercoledì, Novembre 25, 2020
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Il “danno erariale” quale alibi di un Governo incapace di semplificare

di Salvatore Sfrecola

Alla ricerca di alibi all’inconcludenza conclamata dell’azione amministrativa del Governo, Giuseppe Conte ha sposato acriticamente la tesi di quanti ritengono che la lentezza della burocrazia sia effetto del “timore della firma”, che i funzionari avrebbero in ragione della possibile imputazione di danno erariale da parte delle Procure regionali della Corte dei conti. E pertanto, con l’art. 21 del decreto-legge semplificazione, in corso di conversione, ha previsto l’eliminazione tout court della responsabilità per “colpa grave” in caso dall’attività del funzionario o dell’amministratore pubblico sia derivato un danno erariale, cioè un pregiudizio alla finanza o al patrimonio dello Stato o di un ente pubblico, territoriale o istituzionale.

Il Governo con questa norma, che è augurabile il Parlamento non converta in legge, dimostra due cose gravissime: di non considerare che si parla di danno alla finanza o al patrimonio pubblico, cioè ad un bene pubblico, in sostanza di tutti, e che la “colpa grave”, intesa quale requisito soggettivo per l’imputabilità del danno, consiste in una straordinaria negligenza, imprudenza o imperizia, che i romani sintetizzavano in una espressione estremamente eloquente: “non comprendere ciò che tutti comprendono”. E siccome Giuseppe Conte è un giurista, anzi un civilista che sovente ha difeso dinanzi alle Sezioni giudicanti della Corte dei conti, sa bene che la colpa grave è fattispecie che non si può espungere dalla responsabilità, pena la riduzione a zero del risarcimento per danno che lo Stato deve pretendere dal dipendente che non faccia il suo dovere.

Ma c’è un altro e, per certi versi, più rilevante aspetto. Il timore della firma che il Governo cerca di esorcizzare escludendo la responsabilità in caso di colpa grave è addebitabile allo stesso Governo e al Parlamento. È, infatti, evidente per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la Pubblica Amministrazione che il timore di sbagliare, che frena l’azione dei pubblici dipendenti, è conseguenza della farraginosità delle norme, non di rado illeggibili e confuse, come dimostra la giurisprudenza del Giudice amministrativo, Tribunali Amministrativi Regionali e Consiglio di Stato, che censurano quotidianamente comportamenti delle pubbliche amministrazioni viziati da violazione di legge o da eccesso di potere, cioè da un grave sviamento nell’esercizio della funzione pubblica. È sempre colpa dei funzionari distratti o impreparati? Non di certo. Il pubblico dipendente si trova spesso ad applicare norme di difficile interpretazione che richiedono chiarimenti con circolari anch’esse non di rado inintelleggibili.

Giuseppe Conte ed i suoi ministri guardino all’interno degli apparati, considerino le norme che i funzionari sono tenuti ad applicare e si renderanno conto che il timore della firma è indotto non già dal timore della Corte dei conti ma dalle norme che devono applicare e che il potere politico ha predisposto in relazione ai vari procedimenti.

Se si vuole semplificare si deve agire sulle attribuzioni delle amministrazioni e sui procedimenti che devono essere chiari, capaci di realizzare in tempi brevi (il tempo è un costo per l’Amministrazione e per i privati) le aspettative dei cittadini e delle imprese. È così che decolla l’economia mortificata dal blocco totale delle attività in ogni settore e non supportata da misure idonee alla ripresa, altro che esorcizzazione del danno erariale. È solo un mezzo di distrazione della gente che non conosce le regole e offende i funzionari onesti e preparati i quali non desiderano essere considerati degli incapaci che hanno bisogno di una tutela illogica e ingiusta, a protezione dei disonesti e degli incapaci.

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