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A proposito della riduzione dei parlamentari mi attendevo da Feltri un approfondimento adeguato all’importanza del tema

di Salvatore Sfrecola

“Questa storia del taglio dei parlamentari merita una chiosa”, scrive Vittorio Feltri in apertura del suo fondo su Libero del 20 agosto (“Ridurre i politici? Conveniva eliminare il Senato”). Un tema di quelli da far tremare i polsi, considerato il ruolo che le Camere hanno in una democrazia parlamentare, quale è stata l’Italia fin dalla sua unità. Stupisce, dunque, che un campione della destra giornalistica, come Vittorio Feltri, brillante scrittore e polemista facondo, premesso, in ordine al taglio dei parlamentari, che “saremmo teoricamente portati ad approvare l’uso delle cesoie”, si attardi su una serie di luoghi comuni sulle Camere e il bicameralismo perfetto, ripetendo cose già sentite e prontamente smentite da chi ha conoscenza delle vicende parlamentari, anche solo per aver osservato quel che accade ed è accaduto nel tempo. Per salvarsi l’anima, in conclusione, affermando che si tratta di “un provvedimento irrazionale che non darà luogo a una semplificazione delle procedure”. Che, infatti, si potrebbe ottenere lavorando sui regolamenti parlamentari.

Nessun riferimento, ad esempio, al fatto – determinante di una coerente valutazione sul tema – che quella riforma è stata voluta da chi non crede nella democrazia parlamentare, essendo il Movimento 5 Stelle apertamente schierato per la “democrazia diretta”, che al momento identifica nella “Piattaforma Rousseau” attraverso la quale il Movimento assume decisioni con qualche decina di migliaia di votanti su oltre centomila iscritti ed a fronte di un consenso elettorale che, pur notevolmente assottigliatosi, conta comunque oltre un milione di voti. Di più, Davide Casaleggio, ideologo del Movimento, in una intervista a Il Foglio ha ipotizzato addirittura la fine del ruolo del Parlamento.

Quanto al numero dei parlamentari, del quale sono ossessionati i 5 Stelle, portato avanti con l’idea che costituisca un risparmio ritenuto gradito agli italiani da sempre critici della “casta” (un argomento demagogico che ha convinto altri partiti a votare per la riforma ed a parteggiare per il SI pur sapendo che il loro elettorato è contrario) osservo che in Italia sono complessivamente 945 (630 deputati e 315 senatori), 1 ogni 63 mila abitanti, nel Regno Unito 1426, 1 ogni 46 mila abitanti, nel Regno di Spagna 615, 1 ogni 76 mila, in Francia 925, 1 ogni 79 mila. Ed a questo proposito tornano acconce le parole di una personalità della Sinistra comunista, lontanissima dalle mie idee politiche, Umberto Terracini, Presidente dell’Assemblea Costituente, “in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti”.

Pochi, poi, che facciano i conti con le conseguenze della riduzione dei parlamentari quanto, ad esempio, alla rappresentanza delle minoranze territoriali e linguistiche, anche ai fini del Collegio elettorale del Presidente della Repubblica.

Detto questo, è evidente che, in ogni caso, il problema della democrazia parlamentare, per chi come noi ci crede, non è quello del numero ma del funzionamento delle Camere in un Paese nel quale ogni cosa, anche la più semplice, deve essere definita e disciplinata con una norma di legge.

E qui entra in gioco la legge elettorale perché i partiti vogliono riempire le Camere di “nominati” anziché di “eletti”, scelti liberamente dal popolo, come accade nella culla della democrazia, il Regno Unito dove nei collegi uninominali il cittadino sceglie, anche perché è possibile presentarsi senza la necessaria intermediazione di un partito. Con l’effetto che i parlamentari sono radicati sul territorio e concorrono alle decisioni dei partiti non condizionati dagli umori delle segreterie. Un sistema elettorale che assicura governabilità e stabilità. Nel 2019, il 12 dicembre, si è votato ed il 13, sulla base dei risultati, la Regina ha conferito l’incarico di formare il governo al capo del partito con maggiori parlamentari.

Feltri richiama il progetto di riforma costituzionale di Matteo Renzi (più esattamente di Licio Gelli) che, di fatto, istituiva il monocameralismo, una opzione amata da sempre dalle sinistre alle quali il dibattito politico, effetto naturale del pluralismo delle idee, fa venire l’orticaria. Continua con il solito argomento dei tempi lunghi della decisione legislativa dovuti al bicameralismo “perfetto”, quando le due Camere hanno gli stessi poteri. Per la verità già i costituenti immaginarono una formazione del Senato diversa dalla Camera, “su base regionale” e di età, degli elettori e degli eletti, diversa dalla Camera, per affermare l’importanza dell’esperienza che dovrebbe essere conseguenza dell’età. Non è una garanzia, ovviamente. Feltri direbbe che spesso gli anziani sono rimbambiti (espressione edulcorata da me) ma io posso testimoniare che spesso ci sono rimbambiti in età più tenera. E, in ogni caso, l’esperienza non deriva dal tempo ma dalla capacità di osservare, acquisire ed elaborare.

Tornando al bicameralismo, che allungherebbe l’iter legislativo l’esperienza (qui ci vuole) dimostra il contrario ed è stato dimostrato al tempo del referendum con dovizia di esempi. La velocità di approvazione di una legge dipende dal consenso. Se c’è, l’iter è veloce, anche velocissimo (ci sono state leggi approvate in due giorni), se non c‘è consenso, monocameralismo o bicameralismo la proposta rimane impigliata nelle commissioni parlamentari. È la logica della democrazia che si basa sul consenso.

Invece il bicameralismo ha dimostrato i suoi aspetti virtuosi quando nella seconda Camera sono stati corretti errori, spesso gravi, avvenuti nella prima lettura. Accade spesso, e Feltri lo sa bene, perché molte proposte sono elaborate da ambienti estranei alle Camere, dai sindacati, da associazioni di categoria, dai portaborse dei politici che usano sovente un linguaggio che di giuridico non ha nulla, anche per il frequente ricorso a parole straniere che confondono le idee. In questi casi il dibattito, che sulla stampa e negli ambienti tecnici si sviluppa sul testo proposto e, più ancora, su quello approvato, suggerisce modifiche ed integrazioni che trovano accoglimento nella seconda Camera. A conforto di questo ricordo un dibattito televisivo nel quale un difensore della riforma Renzi, incalzato con riferimento ad una norma che conveniva essere sbagliata ha concluso “nessun problema la cambiamo in Senato”. Quello che per Feltri è “un inutile doppione”.

In ogni caso il Nostro sa bene che il bicameralismo è presente negli ordinamenti dei paesi più importanti e più attenti alle regole della democrazia rappresentativa, dagli Stati Uniti al Regno Unito alla Francia alla Germania. In molti c’è una diversa composizione e rappresentanza, ad esempio dei territori, oppure, cosa che è stata più volte proposta in Italia, c’è una parziale diversità di competenze, per cui le due Camere sono interessate congiuntamente solo ad alcuni provvedimenti di particolare importanza. Ad esempio in materia di bilanci, mentre il controllo potrebbe essere affidato ad una sola Camera. Non va trascurato, infine, che l’Assemblea costituente ha previsto il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (C.N.E.-L.) la cui composizione si basa su competenze professionali e rappresentanza di categorie, un po’ ricalcando il vecchio Senato del Regno che aveva messo insieme filosofi come Benedetto Croce ed economisti come Luigi Einaudi ma anche scienziati come Guglielmo Marconi ed Augusto Righi, per fare qualche esempio.

Da ultimo un’osservazione. A Destra dovrebbe essere regola parlare di tutto e proporre di tutto, ma quando si affrontano i temi del ruolo e della funzionalità di istituzioni dello Stato sarebbe bene si ricercasse una alternativa attraverso riflessioni suggerite dalla storia e dall’esperienza, anche traendo spunto da realtà estere, non per copiarle, secondo l’italica esterofilia, ma per comprendere e verificare se è possibile in tal modo individuare elementi utili a riformare a casa nostra. Si chiama anche “senso dello Stato”.

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