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Voto NO al taglio dei parlamentari perché l’iniziativa del Movimento 5 Stelle non è credibile. Proviene da chi non crede nella democrazia rappresentativa

di Salvatore Sfrecola

Quando, nell’ambito del dibattito attivo su una chat dedicata ai temi della riforma dello Stato, ho manifestato la mia intenzione di votare NO al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari e di far conoscere questa mia scelta mi è stato detto “ma chi te lo fa fare, gli italiani sono favorevoli alla riduzione dei parlamentari, il referendum lo confermerà”.

Erano in molti ad esserne sicuri fino a qualche settimana fa. Oggi molte certezze sono venute meno e lo stesso Di Maio ha aggiunto, nei più recenti interventi sul tema, che “dopo” si occuperà del taglio degli stipendi, evidentemente per cercare di rilanciare una iniziativa che mostra la corda.

Nella mia concezione dello Stato il Parlamento ha una funzione centrale in quanto espressione della sovranità del popolo che la esercita nelle forme previste dalla legge, cioè attraverso le opinioni e gli orientamenti politici dei parlamentari. In democrazia è quindi centrale il ruolo della legge elettorale che assicura la provvista di deputati e senatori e dà anima alle Camere in rapporto ai partiti ed al governo. La legge elettorale, infatti, deve assicurare una maggioranza adeguatamente coesa, numericamente forte, capace di assicurare la governabilità, che significa avere un Esecutivo autorevole, espressione di una maggioranza parlamentare ancorata a valori che danno certezza alle scelte politiche.

Ora i fautori della riforma che riduce il numero dei deputati e dei senatori sostengono che essa attua un risparmio e una maggiore funzionalità delle Camere. In sostanza meno deputati e senatori lavorerebbero meglio. Argomento certamente importante, più apprezzabile del risparmio ipotizzato (0,007% della spesa pubblica, un caffè all’anno per ogni cittadino) ma tutto da dimostrare, considerato che la funzionalità delle Assemblee legislative è assicurata soprattutto dai regolamenti parlamentari e dal carico di lavoro. Questo è difficile da ridurre, considerata la tradizionale abitudine italiana di definire ogni questione di un certo rilievo con una norma di legge.

L’argomento forte per la scelta di votare NO, tuttavia, è da individuare, a mio giudizio, nella circostanza che i fautori della riforma, i parlamentari del Movimento 5 Stelle, forse credono nei risparmi ma certamente non credono nella democrazia rappresentativa. Essi sono, infatti, per la “democrazia diretta”, tanto che a Jean-Jacques Rousseau, il filosofo che se ne è fatto portavoce ai tempi della la Rivoluzione Francese, è intestata la piattaforma informatica che il Movimento utilizza per acquisire il consenso degli iscritti su singole iniziative, da ultimo il superamento del limite dei due mandati, di cui parlano ancora i giornali da quando Virginia Raggi ha annunciato di volersi candidare ancora a Sindaco di Roma. E la democrazia diretta è stata richiamata addirittura nella denominazione dell’incarico di governo dell’on. Riccardo Fraccaro, “Ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta” nel governo Conte 1. Di più, quello che appare sempre più come l’ideologo del Movimento, Davide Casaleggio, subentrato al padre Gianroberto nel ruolo, si è espresso nettamente, sia pure in prospettiva, per il superamento del Parlamento. “Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”. Lo ha spiegato in una lunga intervista a La Verità. Secondo il Presidente dell’Associazione Rousseau un’eventuale riforma dello stato dovrebbe tenere conto di un nuovo ruolo per il Parlamento, che in futuro potrebbe anche non esistere più: “Il Parlamento ci sarebbe e ci sarebbe con il suo primitivo e più alto compito: garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti. Tra qualche lustro è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma”. Per Casaleggio, la democrazia partecipativa “è già una realtà grazie a Rousseau che per il momento è adottato dal M5S ma potrebbe essere adottato in molti altri ambiti”. Alla base dell’idea di partecipazione dei cittadini alla vita politica c’è ovviamente la filosofia grillina dell’“uno vale uno”, che però, secondo il figlio di Gianroberto, “non significa ‘uno vale l’altro’”: “Uno vale uno è il fondamento della democrazia diretta e partecipativa. I grandi cambiamenti sociali possono avvenire solo coinvolgendo tutti attraverso la partecipazione in prima persona e non per delega. Non servono baroni dell’intellighenzia che ci dicono cosa fare, ma persone competenti nei vari ambiti che ci chiedano verso quali obiettivi vogliamo andare e che propongano un percorso per raggiungerli. L’incompetenza è spesso la scusa che si adotta per non far partecipare le persone alle scelte importanti che le riguardano. L’esperienza storica, tuttavia, ci dice una realtà diversa e contribuisce a chiarire che la democrazia diretta costituisce una utopia che mai si è realizzata. Non solo nella Francia della rivoluzione, nonostante l’autorevolezza di Rousseau, ma neppure nell’antica Grecia, in particolare ad Atene, dove si è sempre favoleggiato del diritto di tutti ad essere presenti nell’Agorà, dove si assumevano le decisioni per la vita della Polis. Il diritto era di tutti ma, in realtà, la partecipazione era di pochi, di quanti avevano la possibilità di assentarsi un giorno intero dalle loro attività. Non i contadini o gli artigiani, che non potevano permettersi di perdere il guadagno di un giorno. Partecipavano alle decisioni i ricchi. Come accadrebbe oggi se le decisioni fossero assunte tramite una piattaforma informatica, cosa che comporta non solo la disponibilità di un computer, che si è visto, ad esempio in occasione del blocco delle attività scolastiche, non essere così diffuso come si potrebbe immaginare, ma anche del tempo per informarsi, tramite giornali o siti internet, delle questioni da decidere tramite piattaforma. Infine, sappiamo dai dati ufficiali dell’Associazione Rousseau che la partecipazione alle decisioni è stata spesso scarsa rispetto al numero degli iscritti e lontanissima dalle adesioni conquistate dal Movimento 5 Stelle nelle elezioni legislative. Pertanto si tratta sostanzialmente di una conduzione oligarchica del Movimento.

È, dunque, una costruzione, quella del taglio dei parlamentari, che solo uno slogan può sostenere. Nella realtà il problema del funzionamento della democrazia rappresentativa è dato dalla legge elettorale e dall’azione dei partiti che hanno il compito di organizzare il consenso, attraverso la piattaforma ideologica e quella programmatica “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 Cost.). Legge elettorale che nell’esperienza repubblicana è stata costantemente definita in forma prevalentemente proporzionale, senza significativi effetti maggioritari, così risultandone favoriti i piccoli gruppi ai quali è stata assicurata una funzione interdittiva rispetto alle scelte di realtà più consistenti, così favorendo la formazione di gruppi parlamentari scollati dai partiti, con reiterati passaggi dall’uno all’altro, rendendo incerte le maggioranze e, quindi, la governabilità. È evidente che il “male”, dunque, nasce da lontano, dai partiti che, alla ricerca del consenso elettorale, sfumano le identità perché ogni voto possibile va raccolto e quindi rendono sempre più lontano il cittadino dai suoi rappresentanti che, in realtà, l’elettore non sceglie perché il sistema è costruito sulla base di liste le quali sono predisposte da un gruppo limitatissimo di capi di partito i quali stabiliscono chi deve essere messo in lista e in quale posizione nella lista, così condizionandone l’elezione. Per questo sono da sempre favorevole ad un sistema di collegi uninominali abbastanza piccoli, capaci di consentire un rapporto diretto tra gli elettori e il candidato, in modo che la scelta sia ragionevole e consegua alla condivisione degli orientamenti politici e programmatici che lo stesso ha presentato nel corso della campagna elettorale. Ho presente il sistema elettorale inglese che ha ovviamente delle controindicazioni, perché limita l’affermazione delle minoranze, ma ha il vantaggio di consegnarci un risultato elettorale certo e forte perché i gruppi parlamentari hanno un consistente consenso ed i singoli deputati, radicati sul territorio, sono in una qualche misura autonomi rispetto alla volontà dei partiti. In sostanza i partiti si identificano nei gruppi parlamentari e questo rende i governi forti. Nel Regno Unito, ad esempio, abbiamo constatato che il 12 dicembre 2019 si è votato, la sera stessa si è conosciuto il risultato, il giorno successivo la Regina ha conferito alla capo del partito che ha avuto il maggior numero di deputati l’incarico di formare il nuovo governo.

Questo ci dice che la legge elettorale e il ruolo del Parlamento sono intimamente collegati. La legge elettorale a mio giudizio dovrebbe essere costituzionalizzata per evitare l’assurdo balletto al quale abbiamo assistito negli ultimi anni per cui, sul finire della legislatura, la maggioranza tenta di fare il colpo modificando la legge elettorale nella misura in cui immagina sia a lei utile per rimanere al potere e vincere le prossime elezioni, così rendendo questo sistema instabile. Nell’ambito di questa instabilità assistiamo alla riduzione del ruolo del Parlamento chiamato ad approvare provvedimenti legislativi, come le leggi di conversione dei provvedimenti d’urgenza con forza di legge (i decreti legge), sulla base di un voto sulla deliberazione del Consiglio dei ministri che pone la questione di fiducia. In questo modo il dibattito parlamentare si è immiserito, non ha consentito il concorso dell’opposizione, che in una democrazia ha un ruolo fondamentale, anzi in ordinamenti come quello del Regno Unito ha un suo statuto.

Di questa limitazione del ruolo del Parlamento, voluto dalla politica, ha preso atto il partito di maggioranza relativa, il Movimento 5 Stelle, che, invece di restituire prestigio alle Camere, si è fatto promotore del taglio dei parlamentari, iniziativa portata avanti con un argomento subdolo, di facile presa fra la popolazione politicamente meno colta, quello del risparmio. Ora il numero non è indifferente. Intanto, perché i collegi elettorali con un ridotto numero di candidati sono necessariamente più grandi e quindi allontanano ulteriormente il parlamentare dal suo elettorato. Anche se fosse introdotto un sistema maggioritario con collegio uninominale ci troveremmo di fronte a collegi paurosamente grandi che impedirebbero al candidato di far conoscere le sue idee. Inoltre la riduzione dei parlamentari determinerebbe una contestuale limitazione della rappresentanza territoriale e delle minoranze. Tanto per fare un esempio i senatori eletti in Abruzzo passano da sette a quattro mentre in Trentino Alto Adige da sette a sei malgrado gli abruzzesi siano oltre il 30% in più dei trentini sudtirolesi. Ugualmente significativo il caso della Calabria dove occorrono 320.000 voti per essere eletti al Senato, mentre in Trentino ne bastano 170.000.

Sono argomenti forti, ampiamente condivisi anche dall’elettorato e da alcuni esponenti dei partiti che si sono espressi in favore del taglio, in qualche modo timorosi di apparire agli occhi degli elettori favorevoli alla “casta”. Insomma ricattati dal M5S. Gli argomenti che sorreggono la campagna per il NO al taglio dei parlamentari, ritenuto in realtà un taglio della democrazia proprio per le ragioni di difficoltà nella scelta dei candidati da parte dell’elettorato, è un elemento centrale nella indicazione di voto. Del pari il Comitato per il NO si è opposto alla concentrazione in un’unica data, il 20 e il 21 settembre, delle elezioni regionali e del referendum confermativo segnalando che questo costituisce una mortificazione della scelta referendaria perché fa coincidere scelte finalizzate ad obiettivi politici diversi e distinti confondendo le idee di gran parte dell’elettorato perché il dibattito su temi certamente molto sentiti in sede locale può oscurare la scelta sulla riforma costituzionale. In sostanza secondo il Comitato la concentrazione del voto “serve solo a fare confusione” anche perché il tema è poco conosciuto e l’opuscolo informativo che il Governo avrebbe dovuto produrre in forma cartacea e digitale, ed inviare agli elettori con adeguato anticipo secondo l’ordine del giorno approvato lo scorso 11 giugno alla Camera, non ha mai visto la luce.

È facile constatare inoltre che non c’è stato un adeguato dibattito neanche nelle usuali forme della televisione intorno al tema. Si fa notare anche dall’avvocato Besostri, che ha patrocinato costantemente il contenzioso del Comitato per il NO, come in precedenza quello contro la riforma Renzi, che questo taglio “non rispetta la Carta dei diritti dell’UE che pretende per ciascun Parlamento degli Stati membri un numero di seggi adeguato alla rappresentanza popolare”.

Al termine di queste considerazioni va sottolineato come la vulgata populista che ha indicato in questa riforma un grande successo per i cittadini si dimostra facilmente un falso problema ed una effettiva, grave lesione della democrazia. Devo dire ancora che i partiti politici, sempre preoccupati del consenso, nel timore di perdere anche un solo voto si sono allineati all’iniziativa del Movimento 5 Stelle condividendola in Parlamento pur essendo consapevoli della ostilità diffusa in gran parte del loro elettorato. Vale, in particolare, per i partiti di Centrodestra, in primis Forza Italia, dove il Senatore Cangini raccoglie molte adesioni al NO, e, a sinistra, per il Partito Democratico fortemente lacerato al suo interno, come dimostra l’iniziativa assunta dall’ex Presidente Orfini che sfida il Segretario Zingaretti.

Quanto, infine, al numero dei parlamentari che è stato ritenuto eccessivo, una panoramica degli stati con i quali possiamo confrontarci dimostra che l’Italia non ha più parlamentari di altri, posto comunque che ogni paese ha la sua esperienza e la sua tradizione parlamentare che, quindi, va rispettata e determina le condizioni per l’esercizio della democrazia.

Qualche elemento storico sembra utile. La riforma elettorale del 1832 in Inghilterra attua un passo avanti significativo “verso il suffragio universale. Esso accrescerà la rappresentatività della Camera dei comuni e favorirà l’affermarsi di un più moderno bipartitismo che rafforzerà il sistema parlamentare di governo. Si rafforzerà così ancora di più la figura del premier, insieme capo del governo e leader della maggioranza parlamentare. In quanto leader del partito vincitore delle elezioni, in un sistema tendenzialmente bipartitico, la sua investitura a premier trarrà, il più delle volte, legittimazione politica direttamente dal corpo elettorale” (Barbera). A conferma che al centro del buon funzionamento della politica, cioè della democrazia, sta la legge elettorale.

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