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Quando è lo Stato che favorisce i lavori in nero (il caso di babysitter, colf e badanti)

di Salvatore Sfrecola

Abbiamo tutti nelle orecchie la ricorrente retorica dei badanti “che accudiscono i nostri vecchi”, diffusa a piene mani dai fautori dell’immigrazione senza controllo. Sicché sarebbe stato logico attendersi da Governo e Parlamento una normativa che favorisse l’inserimento di questi lavoratori in un contesto di regolarità fiscale e contributiva e, insieme, di professionalità.

Nulla di tutto questo. Anzi, sul piano fiscale e contributivo l’assenza di una adeguata disciplina di questo lavoro produce prestazioni “in nero”. Infatti, come nel caso di babysitter e colf, anche i badanti molto spesso evitano di essere regolarizzati. In tal modo perdono i contributi INPS ma possono aggiungere alla paga il “reddito di cittadinanza”.

Parliamo di ruoli importanti in una società nella quale molte donne lavorano ed hanno bisogno di assistenza ai figli minori e di collaborazioni nei lavori domestici, mentre una popolazione che invecchia richiede badanti. Sono centinaia di migliaia, prevalentemente donne dell’Est Europa extra Ue, dell’Asia o dell’America Latina, dedicate ai servizi alla persona o alla famiglia.

Di badanti si è letto nei giorni scorsi su alcuni giornali a seguito della denuncia di molte famiglie che rivelano di non potersi avvalere della loro collaborazione perché troppo costosa. E se, tra coloro che se ne servono, 800.000 sono regolari, la stima di quanti lavorano in nero è di 910.000 unità. Con conseguente, rilevante evasione fiscale e contributiva.

Basta fare due conti per rendersi conto che, anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad una disciplina fiscale inadeguata. Il costo di un badante, con vitto e alloggio, supera i mille euro al mese ai quali vanno aggiunti i contributi, intorno a 700 euro ogni quadrimestre: a fine anno siamo oltre 15 mila euro, senza considerare il vitto. Un impegno che molti, come si diceva, non si possono permettere e, tra chi può, viene naturale non regolarizzare il badante che, il più delle volte, tra l’altro, non lo desidera affatto per non perdere il reddito di cittadinanza. Quindi per lo Stato oltre al danno, costituito dalle mancate entrate tributarie e contributive, c’è anche la beffa.

Il fisco, infatti, non comprende che è necessario un complessivo riordinamento della disciplina. Nel senso che coloro che si avvalgono della collaborazione di babysitter, colf e badanti sono, a tutti gli effetti, datori di lavoro i quali sostengono, per esigenze personali gravi, spese che incidono pesantemente, sulla loro capacità contributiva come titolari di reddito. E come un imprenditore dovrebbero avere la possibilità di dedurre, in sede di dichiarazione dei redditi, le paghe dei loro collaboratori. Così che nessuno avrebbe interesse a mantenere un lavoratore in nero.

C’è, poi, un aspetto importante, quello della qualificazione professionale dei badanti per i quali, a garanzia “dei nostri vecchi”, è necessaria una competenza minima richiesta dagli oneri di assistenza: misurare la pressione arteriosa, fare un’iniezione, rilevare il livello di glicemia, conoscere i medicinali da somministrare, dialogando eventualmente con il medico sui loro effetti. Oggi molti badanti sono privi di qualunque conoscenza in proposito, hanno difficoltà con l’italiano e, pertanto, a leggere e ad interpretare una prescrizione medica. Un problema che sarebbe facile risolvere affidando ad una autorità pubblica, la ASL o la Croce Rossa, il rilascio, al termine di un corso di qualche giorno, di un patentino che attesti queste conoscenze, così dando certezze ai “badati” ed ai loro familiari. In particolare in un periodo nel quale gli anziani sono “a rischio” Covid-19.

Difficile? Macché! Ma un Fisco ottuso e famelico pretende di riscuotere imposte da badati e badanti e, intanto, favorisce il nero, i soliti furbetti, con effetti negativi sul gettito tributario e contributivo e, soprattutto, diseducativi, quando l’illegalità è favorita dalla stupidità di Stato.

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