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Meno parlamentari, una riforma monca senza il diritto di scelta dell’elettore

di Salvatore Sfrecola

Ho votato NO, come è noto ai lettori di questo giornale ed a quanti hanno seguito su Facebook i miei post. Ha vinto il SI, come era largamente prevedibile, in ragione del fatto che il messaggio, secondo il quale la riduzione dei parlamentari avrebbe assicurato un risparmio, è parso subito ai più condivisibile. Sorretto da potenti mezzi pubblicitari, a cominciare dalla presenza televisiva continua degli esponenti del Si come Di Maio, l’idea che meno deputati e meno senatori alleggeriscano i bilanci delle Camere è sembrata l’occasione giusta per “dare una lezione” alla “casta”, la classe politica dipinta da una diffusa vulgata come un’accolita di persone dedite ad arricchirsi, nullafacenti e incompetenti, come si legge sui social. Trascurando che, se non cambiano le regole che guidano la scelta dei candidati, ed in assenza della possibilità per gli elettori di individuare chi ritengono meritevole di rappresentarli, se i partiti continuano a scegliere fannulloni e incompetenti il risultato del referendum popolare avrà semplicemente ridotto fannulloni incompetenti, senza migliorare l’efficienza delle Camere, ciò che, in fin dei conti, vogliono gli italiani.

E così, a fronte di una adesione parlamentare alla riforma quasi plebiscitaria, condivisa da alcuni partiti, perché chiaramente timorosi di non apparire quelli che non vogliono risparmiare e difendono le poltrone, il 30% dei NO è un risultato notevole.

E già emergono sui giornali i problemi che la riforma comporta come, ad esempio, la revisione dei collegi elettorali che diventeranno naturalmente enormi (al Senato ci sarà un eletto ogni 302.420 abitanti, contro gli attuali 188,424; alla Camera uno ogni 151,220 contro gli attuali 96.006). Per non ripetere, come si è costantemente detto nel corso della campagna referendaria, degli effetti del taglio lineare (percentualmente uguale per tutte le regioni) che danneggia alcune realtà (Basilicata ed Umbria perdono il 57,1% dei propri rappresentanti) che non è aspetto di poco conto in un Paese molto variegato sul piano culturale, economico, ambientale e turistico come l’Italia, in presenza di una classe politica, che non vuole assolutamente, come è stato dimostrato nel tempo, restituire al cittadino la scelta del parlamentare che lo rappresenterà, per mantenere quella che sostanzialmente è una forma di cooptazione ignota alle democrazie rappresentative. Oggi chi vota sceglie un partito, una lista e con il suo voto assicura l’elezione, in relazione al numero dei seggi attribuiti alla lista, a coloro che sono stati collocati nella posizione utile da parte delle Segreterie dei partiti. Infatti, si dice che i parlamentari italiani sono nominati e non eletti.

Ed è per questo che ho costantemente fatto riferimento all’esigenza di procedere, prima del taglio dei parlamentari, o anche contestualmente al taglio dei parlamentari, ad una riforma della legge elettorale che a mio avviso dovrebbe essere maggioritaria basata su collegi uninominali. Ma già oggi si sente dire da Di Maio, che gongola per il successo facile della lotta alla casta ottenuto sollecitando più la pancia che la testa dei cittadini, che infatti votano SI ma abbandonano il Movimento 5 stelle, che si dovrà fare una legge proporzionale. L’unica che favorisce la creazione di piccoli gruppi perché, se lo sbarramento non è elevato, come in Germania dove è stabilito al 5%, anche un partitino come Italia Viva di Matteo Renzi, che lotta per giungere al 3%, può avere il suo spazio e una capacità di interdizione rispetto ad iniziative politiche ed a scelte parlamentari. Alla faccia della governabilità-

Quindi la vittoria del SI è una vittoria di Pirro se non accompagnata da una riforma elettorale che restituisca il diritto di scelta ai cittadini, che ridimensioni il potere delle Segreterie dei partiti. Abbiamo detto più volte, e lo ripeto in questa occasione, che questa legislatura è condizionata dall’elezione del Presidente della Repubblica perché dal 2018, cioè da quando si è aperta, tutto appare finalizzato a questo obiettivo, dei partiti, naturalmente, e dello stesso Presidente, perché è umano che il Presidente ambisca essere rieletto e che agisca in conseguenza per mantenere il consenso dei partiti che lo hanno nel 2015 lo hanno portato al Quirinale.

Non è questa la democrazia rappresentativa nella quale crediamo. Ed allora ecco che si affacciano nel dibattito politico proposte, come il passaggio alla Repubblica presidenziale, che alcuni leaders politici ripetono senza sapere bene di cosa si tratta. Certamente nella speranza che il Presidente sia della propria parte. Per alcuni l’Uomo della Provvidenza, purché sia della parte giusta perché altrimenti sono guai. Basta pensare a quanto avviene oggi quando il Presidente eletto dal Parlamento non appare un arbitro imparziale. È stato sempre così, con esclusione della presidenza di Luigi Einaudi, una personalità di cultura liberale, un grande economista, un accorto uomo di Stato il quale non rispondeva neanche al suo partito ed aveva il senso della estraneità del Presidente agli interessi di parte, in ragione anche della sua cultura risorgimentale e monarchica, tant’è vero che alla vigilia del referendum del 1946 aveva scritto in favore della scelta monarchica. Così identificando nel Capo dello Stato una figura di arbitro realmente imparziale.

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