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Anita Garibaldi, il suo sguardo, il suo sorriso

di Salvatore Sfrecola

Ricordo di Anita Garibaldi, all’indomani della morte, il suo sguardo, gli occhi vivaci, espressione di una volontà indomita, di una grande passione civile. Immagino che così fosse lo sguardo del suo grande Avo. Determinata ma sempre con un sorriso garbato, sapeva coinvolgere chiunque incontrasse per farne un convinto fautore della Fondazione Giuseppe Garibaldi, che presiedeva nel ricordo del Generale, dell’Eroe, del politico. Un pezzo della nostra storia nazionale perché del “Miracolo del Risorgimento”, come Domenico Fisichella ha definito quello straordinario periodo storico nel quale si è fatta l’unità con il concorso di uomini provenienti da ogni parte d’Italia e di ogni orientamento culturale e politico, Giuseppe Garibaldi è stato certamente determinante, esempio non comune di cosa vuol dire amare la Patria.

Ce ne vorrebbero oggi uomini pronti a sacrificare il proprio particulare per l’interesse nazionale, come Lui che, repubblicano, non esita a schierarsi a fianco di Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna, che ritiene, come la maggior parte dei politici e dei patrioti del tempo, l’unico capace di unificare l’Italia. E per questo entra, a tratti, in contrasto con Giuseppe Mazzini che, forse anche per l’esempio del nizzardo, si rivolge a Vittorio Emanuele, come aveva fatto al padre Carlo Alberto: “Io, repubblicano – scrive -, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, sclamerò nondimeno coi miei fratelli di patria: preside o re, Dio benedica voi come alla nazione per la quale osaste e vinceste”.

Figlia di Ezio Garibaldi, nipote di Ricciotti, Anita è stata “degna erede della sua bisnonna” della quale portava il nome, che ha difeso, accanto al marito, lo stesso ideale di giustizia sociale”. Avrebbe potuto rinunciare a tale impegnativa eredità, “ha preferito servire la memoria di chi era il difensore degli oppressi presiedendo la fondazione “Garibaldi” e riunendo garibaldiani provenienti da tutto il mondo”, ricorda Christian Estrosi, già Sindaco di Nizza. Ed a Nizza tornava spesso per preservare e perpetuare la memoria dei suoi gloriosi antenati le cui lotte per l’unità d’Italia sono ancora attuali oggi.

Oltre alla Fondazione Giuseppe Garibaldi, con la quale teneva vivo il ricordo degli eventi salienti dell’epopea garibaldina, come nell’annuale incontro al Gianicolo, Anita Garibaldi aveva dato vita al movimento “Mille donne per l’italia” con l’ambizione di ampliare il numero delle donne impegnate in politica in una realtà, quella italiana, che riteneva ancora molto maschilista.

Giulio De Renoche, esponente monarchico di primo piano, la ricorda a Fiume, presso la comunità italiana, per premiare i giovani delle scuole medie di Croazia e Slovenia che avevano concorso ad illustrare l’Eroe dei Due Mondi, e ricorda la collaborazione sempre mantenuta con i monarchici del veneto in convegni e congressi, per tenere alta la memoria del grande avo e della sua azione per costruire l’Italia “nello spirito di Teano”. Perché in quella località della Campania il Generale, che aveva riscattato l’Italia meridionale dal dispotico governo dei Borbone in nome del Re delle libertà, aveva consegnato al Sovrano sabaudo le terre liberate. Alcuni anni fa, mi ricordava poco fa l’Avvocato Alessandro Sacchi, Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, in occasione della rievocazione dell’incontro di Teano Anita Garibaldi aveva incontrato il Principe Amedeo di Savoia Duca d’Aosta. Commossi, si ritrovarono nelle braccia l’una dell’altro.

L’ultima volta che l’ho sentita, al telefono, Anita mi ricordava l’esigenza di tutelare la piana di Bezzecca da possibili intrusioni di chi voleva autorizzare un ricovero di pecore in quel campo nel quale rifulse l’eroismo dei garibaldini che nel 1866, nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza, avevano invaso il Trentino forzando le difese austriache per aprirsi la strada verso Trento. Il Generale fu fermato dalla politica, da un’esigenza politica, e rispose da par suo: “Obbedisco”. Era il 9 agosto 1866 e quel telegramma a La Marmora è rimasto nella storia.

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