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lunedì, Novembre 23, 2020
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Il Taccuino del Direttore

I voti per posta nelle elezioni per il Presidente USA destano più di qualche dubbio. Che ci trasmettono le immagini degli stanzoni nei quali decine di volonterosi scrutatori, in solitario, aprono centinaia di buste presenti sul loro tavolo ed assegnano il voto. Sarà tutto regolare ma con la nostra esperienza che conosce lo scrutinio alla presenza di tutti i componenti del seggio, in pubblico, con i rappresentanti di lista oltre che, se lo desiderano, dei candidati, sembra effettivamente un conteggio privo di effettive garanzie. A tacere di voti espressi mentre è ancora in coso la campagna elettorale.

Il Ministro dell’interno, Luciana Lamorgese risponde alle accuse di chi la ritiene responsabile del fatto che il tunisino, il quale a Nizza ha decapitato il professore che aveva parlato ai suoi studenti, per difendere la libertà di pensiero, le vignette di Charlie Hebdo, provenisse dall’Italia. Le autorità tunisine, dice il ministro, non avevano segnalato la persona come pericolosa, né i servizi di intelligence. Sfugge al Ministro che il tunisino era destinatario di un provvedimento di espulsione che non ha avuto seguito. Nessuno lo ha accompagnato alla frontiera e messo sul primo mezzo utile per raggiungere il suo paese. Unica giustificazione, se così si può dire, è che anche altri migliaia di analoghi provvedimenti non hanno avuto esecuzione. In Italia le leggi son, ma chi pon mano ad elle? Lo aveva già notato Padre Dante più di 700 anni fa (Purgatorio, XVI).

Metro piene controlli assenti. Così il Corriere della sera del 7 novembre, nel primo giorno del dPCM che istituisce “regole severe” in materia di distanziamento nei mezzi di trasporto, con un limite del 50% della capienza della vettura. Secondo l’ATAC, la società comunale romana del trasporto urbano, i passeggeri sarebbero stati pochi e gli ingressi limitati.

Le foto direbbero il contrario.

Se il consulente è ciarliero non fa un buon servizio all’autorità che lo ha scelto come consigliere. Perché è ovvio che l’opinione pubblica ed i giornali siano indotti a ritenere che, quando parla il tale consulente del Ministro della salute, anticipi in qualche modo proposte destinate a diventare oggetto di ordinanze dello stesso ministro o di un decreto del Presidente del Consiglio. E questo non va bene, crea confusione, diffonde preoccupazioni nei cittadini che già di ansia ne hanno abbastanza, senza che qualcuno intervenga ad aumentarla. Già nel dibattito che in questi giorni si sviluppa sui giornali e nei talk show televisivi l’intervento di virologi più o meno titolati non rasserena gli animi. Se anche i consulenti dei ministri e delle regioni si mettono a dire la loro sui pericoli della epidemia che si diffonde e sulle misure atte a frenarla la confusione si aggrava. Tutti ovviamente hanno il diritto di parola tranne, a mio giudizio i consulenti dei ministri, i quali devono parlare soltanto con l’autorità chi li ha scelti come consiglieri per questa delicatissima materia.

È molto peggio di marzo. Dice bene Carlo Verdelli sul Corriere della Sera: “A marzo c’era un Paese preso alla sprovvista che, pur pagando un prezzo alto, trovò una compattezza e una compostezza che ci valse la stima del mondo. Adesso, a parte il premier Conte (forse), non ci crede più nessuno che andrà tutto bene. E questa perdita di fiducia collettiva è l’effetto collaterale più grave di un devastante ritorno di fiamma del virus, certamente, Ma anche di una tracica impreparazione sia a prevenirlo che a gestirlo”.

Sarebbe stato difficile definire con altrettanta chiarezza il fallimento di un Governo che si dimostra incapace di raccogliere dati e di elaborarli per assumere le occorrenti decisioni, ad esempio dotandosi dei mezzi necessari per la cura dei pazienti. Ad esempio si è letto che mancano le bombole d’ossigeno. Che è il minimo per chi è in terapia intensiva.

Truffavano lo Stato cedendo buoni di benzina in cambio di denaro. Due agenti del Reparto scorte sono accusati di peculato e saranno chiamato a risarcire il danno provocato allo Stato davanti alla Corte dei conti. Infatti la loro condotta è evidentemente dolosa ed è la sola ipotesi che consente alla magistratura contabile di perseguire chi ha provocato un danno al pubblico erario. Se il loro comportamento fosse stato caratterizzato da “colpa grave” non sarebbero stati chiamati a risarcire in quanto il Governo Conte ha deciso con l’art. 21 del decreto-legge n. 76 (quello definito “semplificazioni”) che, in caso di colpa grave, l’azione risarcitoria non può essere esercitata dinanzi al giudice contabile. Insomma “chi rompe non paga”, al contrario di quel che chiede un antico detto popolare.

Qualcuno deve spiegare quale attinenza abbia l’esclusione della responsabilità per colpa grave, in caso di danno prodotto allo Stato o ad un ente pubblico con azione gravemente negligente, con la semplificazione delle procedure necessaria per le iniziative di sviluppo del Paese dopo la crisi da Covid-19.

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