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Berlusconi: una forza “liberale” per un Centrodestra di governo. Distinto ma non distante da Lega e Fratelli d’Italia

di Salvatore Sfrecola

La giornata festiva e l’impegno parlamentare alla Camera per l’approvazione del bilancio di previsione dello Stato per il 2021 hanno fatto passare sotto silenzio, almeno finora, la lettera di Silvio Berlusconi al Corriere della Sera sul ruolo di “un centrodestra di governo guidato da noi liberali”, che implicitamente marca una netta distinzione tra Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia, sia pure nell’ambito della stessa strategia politica e di governo. Si direbbe, prendendo spunto da un’espressione cara a Francesco Cossiga “distinti ma non distanti”.

Berlusconi sottolinea, infatti, la propria fedeltà al Centrodestra e la sua estraneità a qualsiasi ipotesi di ricorso alla politica dei “due forni”, di andreottiana memoria. Noi di Forza Italia, aggiunge, siamo “certamente determinanti nei numeri per stabilire se il centrodestra possa vincere, a tutti i livelli, ma non siamo davvero una di quelle forze politiche che sfruttano la loro posizione per lucrare spazio politico o posti di potere. Forza Italia è necessaria oggi per l’Italia  – e lo sarà sempre più in futuro  – ben al di là dei numeri che oggi sono in ripresa ma che certo non ci soddisfano… I nostri obiettivi, prosegue il leader azzurro, sono ben altri, vogliamo tornare al ruolo di guida della coalizione di centrodestra”.

“Noi siamo, dice Berlusconi, una forza politica saldamente ancorata alla tradizione liberale e cristiana, che crede nell’economia di mercato e negli istituti della democrazia liberale; che pone al centro la persona, le sue libertà, le sue aspirazioni, la sua voglia di intraprendere, il suo desiderio di realizzazione coniugandoli in un contesto organico di diritti e doveri, che sostiene e incentiva il merito quale leva di promozione individuale e collettiva, che guarda al bisogno con la volontà di rimuoverlo senza scadere nell’assistenzialismo. Una forza convintamente europeista, interprete e prodotto del patrimonio ideale occidentale, con una cultura di governo pragmatica aperta al futuro, alla modernità, al progresso. Per queste ragioni Forza Italia è refrattaria ai bagliori del populismo, della demagogia, della retorica antieuropeista e si pone in alternativa rispetto ad una sinistra ambigua, in perenne crisi di identità, distante dalle esperienze di governo delle moderne socialdemocrazie europee”.

Ora non è dubbio che Forza Italia sia stata caratterizzata, fin dagli esordi della “discesa in campo” di Berlusconi, da una ispirazione dichiaratamente liberale e anticomunista, attenta ai diritti delle persone e tuttavia nell’azione di governo, Silvio Berlusconi ed i suoi alleati si sono distinti per “un’occasione mancata”, come ho titolato un mio libro che nel 2006 dava conto dell’esperienza dell’Esecutivo Berlusconi-Fini sconfitto alle elezioni del maggio 2006 per poche migliaia di voti, quando con una conduzione più adeguata, forte di una maggioranza mai vista prima, “avrebbe potuto vincere per due milioni di voti”, come mi disse Francesco Storace dopo aver letto le mie riflessioni sull’esperienza di cinque anni a Palazzo Chigi, come Capo di Gabinetto di Gianfranco Fini.

Quell’esperienza di governo, ma anche le successive, dimostrano che non sempre è facile passare dalle parole ai fatti se le scelte dei collaboratori soddisfano l’umano desiderio dei potenti di circondarsi di yes men, cioè di laudatores e clientes, per dirla alla latina, dei quali una personalità politica autorevole e consapevole dei propri mezzi non dovrebbe sentire bisogno.

Dal 2001 al 2006 gruppi parlamentari formati prevalentemente da persone senza alcuna esperienza politica, più avvezzi agli affari privati che alla conduzione di una gestione pubblica, hanno dato pessima esperienza e, quando inseriti nella Pubblica Amministrazione hanno spesso tenuto un atteggiamento arrogante che ha dato della coalizione di governo un’immagine negativa a quel corpo di pubblici dipendenti che, nelle elezioni del 2001, avevano votato convintamente per i partiti Centrodestra, nella fiduciosa aspettativa di un cambio di passo rispetto alle gestioni della sinistra dominata dal Partito Democratico. Con questi uomini, in Parlamento, al Governo e nelle Pubbliche Amministrazioni la coalizione Forza ItaliaAlleanza Nazionale aveva dimostrato anche di non essere capace di riformare la P.A., strumento principe dell’azione di governo la cui inadeguatezza rispetto alle esigenze di una moderna gestione della cosa pubblica era da tutti condivisa. A parole, naturalmente, ma trascurata nei fatti per una serie di motivi, a cominciare dalla insufficiente analisi degli ordinamenti e dei procedimenti nei quali si realizza il servizio che gli uffici pubblici rendono alle persone e alle imprese. Infatti, la consapevolezza che le politiche pubbliche, le quali  corrispondono all’indirizzo politico di governo e della sua maggioranza, perseguite attraverso l’opera dei pubblici dipendenti che si avvalgono delle leggi e dei procedimenti stabiliti dalla politica, non si è mai trasformata, né allora né dopo, in una riforma capace di restituire efficienza ad apparati che un tempo potevano legittimamente vantarsene. I pubblici dipendenti dal 2001 al 2006 non hanno visto cambiamenti se non un uso scriteriato dello spoil system con la sistemazione in posizioni di responsabilità di persone inaffidabili, spesso tratte dal privato nella convinzione, che si è rivelata quasi sempre sbagliata, che lì ci fossero delle esperienze e delle professionalità non rinvenibili nella pubblica amministrazione. È stato un errore fondamentale perché, come ho detto più volte, vincere le elezioni è relativamente facile, gestire il potere è sempre difficile. Inoltre, assai spesso i pubblici funzionari vicini alle posizioni politiche del governo hanno visto non solo la permanenza e la preminenza degli esponenti dei governi precedenti, ma anche nuove immissioni di persone vicine alle sinistre, evidentemente nella convinzione che questo servisse a pararsi a sinistra. Errore strategico perché a me, che frequento da anni i palazzi del potere, riferivano costantemente di incontri fra dirigenti della passata gestione, mantenuti nelle posizioni di responsabilità, i quali incontrandosi a cena o davanti a una pizza preconizzavano la imminente fine del governo.

Berlusconi ha sicuramente portato del nuovo della vita politica italiana, basandosi sulla rivendicazione del pensiero liberale che indubbiamente è forte e valida ma, contemporaneamente, ha dimostrato di non essere riuscito ad immedesimarsi totalmente nel ruolo pubblico e di farsi riconoscere come tale.

Chi pensava, come me, che un imprenditore di successo sarebbe stato capace, entrando in politica, di dimenticare i suoi interessi personali per abbracciare totalmente la causa della politica è rimasto deluso. Voglio ricordare che Camillo Benso di Cavour, liberale senza bisogno di attribuirsi etichette, uomo di finanza, personalmente ricco, nel momento in cui entra in politica, vende tutto per essere libero di decidere secondo gli interessi del Piemonte e dell’Italia, che perseguiva nella sua politica a tutto campo dall’economia ai trasporti, dall’industria alla Marina. Conserva soltanto l’azienda di Leri, una risaia alla quale era affezionato e la cui gestione seguiva anche nei momenti più impegnativi della sua vita politica e governativa. E questa sua passione sarà all’origine delle ripetute febbri malariche, sofferte in conseguenza della frequentazione della risaia, che lo porteranno alla morte.

A conclusione di queste brevi riflessioni è evidente che  il Centrodestra deve cercare di rimarcare il riferimento agli ideali politico-culturali di fondo, pur nelle diversità del loro sviluppo politico che distinguono Forza Italia da Lega e Fratelli d’Italia. Dalla Lega spesso rumorosa, ancorata, nonostante l’ampliamento dei consensi lungo lo stivale, ad una visione tutto sommato localistica della politica, giustamente molto orgogliosa delle esperienze regionali e locali che, tuttavia, non costituiscono una necessaria dimostrazione di una capacità di governo a livello nazionale. Ciò che è apparso evidente proprio nell’esperienza del governo giallo blu. Gli uomini di governo della Lega hanno avuto certamente poco tempo per dimostrare il loro valore, ma si sono spesso circondati di collaboratori inadeguati rispetto all’esigenza di assicurare il massimo di intesa fra l’autorità politica e la struttura amministrativa, quella condizione che è necessaria per ottenere risultati soprattutto in tempi brevi e nella prospettiva delle riforme necessarie.

Quanto a Fratelli d’Italia va sicuramente apprezzata l’azione di Giorgia Meloni, la sua costanza e la coerenza nella sua azione politica. Tuttavia è difficile valutare se i consensi che le assegnano i sondaggi si trasformeranno, in occasione del rinnovo delle assemblee legislative, in altrettanti voti, considerato che il partito mantiene, anche se non sempre evidenti, riferimenti nostalgici che avevano superato due predecessori di Giorgia Meloni, Giorgio Almirante e Gianfranco Fini. Entrambi, in contesti diversi, avevano aperto ad una visione del centrodestra liberale, cattolico indicativamente rappresentato, nell’ultima fase di Alleanza Nazionale, da uomini come Domenico Fisichella, liberale, monarchico, studioso di grandissima caratura intellettuale, scienziato della politica, uno che ancora oggi pubblica un libro ogni anno, e di Learco Saporito, a lungo parlamentare della Democrazia Cristiana, docente universitario, abituato al confronto con tutte le forze politiche. Va detto, ad esempio, che Salvini ha dato spazio nella Lega alla Destra Liberale, che vanta due parlamentari, Giuseppe Basini, astrofisico, ex senatore di Alleanza Nazionale, monarchico, e Anna Cinzia Bonfrisco, già craxiana, poi di Forza Italia, parlamentare europeo.

Qualche nome, qualche profilo culturale e professionale per dire che Fratelli d’Italia di oggi appare ancora condizionato da una base, soprattutto romana, che non citerebbe mai Cavour il cui pensiero, come uomo di governo, è straordinariamente attuale.

È evidente che Berlusconi intende marcare una distinzione dagli altri due partiti, soprattutto per recuperare consensi in quell’area, che convenzionalmente definiamo “moderata”, nella quale l’elettorato si è dimostrato particolarmente mobile. E “tornare al ruolo di guida della coalizione di centrodestra”.

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