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mercoledì, Gennaio 27, 2021
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Se non riusciamo più ad indignarci

di Salvatore Sfrecola

Non riusciamo più ad indignarci. Eppure dovremmo, da cittadini e persone di cultura se Matteo Renzi, già Segretario del Partito Democratico, già Presidente del Consiglio dei ministri, Segretario di Italia Viva, un esponente politico di primo piano con grandi ambizioni nonostante i piccoli numeri del suo partito, nel quadro della polemica che lo oppone al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a proposito della delega ai Servizi di Sicurezza, può affermare, come riferisce Annalisa Cuzzocrea su La Repubblica di ieri: “il PD non può controllare la Guardia di finanza con il ministero dell’Economia, l’esercito con quello della Difesa è avere al tempo stesso l’autorità sui servizi”. Senza che nessuno, cittadino, giornalista, politico abbia da ridire e ribadisca che i vertici della Guardia di finanza e dell’Esercito sono al servizio dello Stato, anzi, più esattamente, “al servizio esclusivo della Nazione”, come si esprime l’art. 98 della Costituzione, e non del partito del ministro, come fa intendere Renzi, anche se dall’autorità politica ricevono indicazioni operative e modalità d’impiego delle quali i ministri e l’intero Governo rispondono al Parlamento.

M’indigno se la politica fa intendere al cittadino che alti esponenti delle istituzioni sono “controllati” dai partiti, così offrendo  all’opinione pubblica l’immagine di uno Stato in mano alle fazioni che ne dispongono secondo interessi “di parte”.

M’indigno perché la politica ha da tempo indotto molti, che pure hanno giurato di rispettare la Costituzione e le leggi, a farsi scudieri del politico di turno, nella fiducia di ottenere l’incarico ambito, al vertice di una struttura amministrativa o di un corpo militare. La cronaca negli anni scorsi ci ha dato conto di tali atteggiamenti, della ricerca di collegamenti con il politico che avrebbe potuto favorire o decidere sull’assegnazione alla funzione desiderata, così dimostrando che si è pronti non “a servire” ma a “servirsi dello Stato”, come denunciava Don Luigi Sturzo, per interessi personali o del politico potente. Anche le cene ed i pranzi tra esponenti della politica, del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Associazione Nazionale Magistrati, “attovagliati” per definire l’assegnazione dei capi degli uffici giudiziari, dice che si è superato ogni limite, che, anche nella “carriera” di un magistrato soggetto “soltanto alla legge”, come si legge nell’art. 101 della Costituzione, può essere determinante il placet di un politico “che conta”.

Non c’è da stupirsi. È accaduto anche in passato che alti funzionari, civili e militari, fossero fedeli ad un capo politico anziché allo Stato, al Duce anziché al Re. La cronaca li ha sbugiardati, la storia li ha condannati ed ha messo in risalto come la scelta discrezionale del politico, che tenga conto soprattutto della “disponibilità” del pubblico funzionario anziché della sua fedeltà alle istituzioni abbia anche un gravissimo effetto negativo. Il reclutamento di persone di scarsa moralità e, spesso, di incerta professionalità, assegna a posizioni di responsabilità persone inadeguate spesso arroganti, che si circondano di “fedelissimi”, così mortificando i funzionari capaci e onesti i quali non sono disponibili a farsi tappetino del politico di turno. È questa diffusa abitudine della politica di “piazzare” ovunque è possibile persone che “rispondono” al politico, come si sente dire, che ha contribuito a sfasciare la Pubblica Amministrazione. Di cui è espressione evidente la crisi della dirigenza pubblica che la politica ha voluto mortificare moltiplicando i posti di funzione, secondo la vecchia regola del divide et impera, ciò che è stato possibile disarticolando le strutture della P.A. In aggiunta, uno spoil system sconsiderato ha reso precarie le posizioni dirigenziali. Conferite ad libitum dal politico, rendono i capi degli uffici più propensi a seguire le sue indicazioni per assicurarsi la riconferma che a perseguire, in autonomia, gli obiettivi loro assegnati dalle leggi. In queste condizioni ogni ipotesi di riforma della Pubblica Amministrazione è inimmaginabile.

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