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Nel 160° dell’unità l’Italia (purtroppo) non è il “grande Stato” che Cavour immaginava dovesse diventare

di Salvatore Sfrecola

Il 25 marzo 1861, parlando alla Camera sulla “questione romana” Camillo Benso di Cavour, Presidente del Consiglio dello stato unitario, il Regno d’Italia, costituito solo qualche giorno prima (17 marzo), spiegava perché Roma ne dovesse essere la capitale. “Roma – chiariva tra gli applausi dell’Assemblea – è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato”.

Solo uno sciocco o una persona di poche letture potrebbe dire che in queste parole vi è retorica, enfasi per captare l’approvazione dei deputati. Cavour, in realtà è stato un grande uomo politico con visione concreta e prospettica delle esigenze del momento. Del Piemonte, certamente, ma dell’Italia perché, fin da anni prima che entrasse in politica, considerava l’Italia “come un solo paese”, quando “non era frequente un discorso unitario italiano neppure a proposito dell’economia della penisola”, come scrive Giuseppe Galasso, storico insigne, nella prefazione ad un volume che raccoglie lettere, diari, scritti e discorsi di Cavour (Autoritratto, a cura di Adriano Viarengo). Era il 1847, il 31 di marzo, quando nell’“Antologia italiana” scrive Dell’influenza che la nuova politica commerciale inglese deve esercitare sul mondo economico e sull’Italia in particolare.

Un anno prima, il 1° maggio 1846, aveva scritto per la parigina “Revue Nouvelle” Des chemins de fer en Italie, nel quale, prendendo lo spunto da una relazione di Ilarione Petitti di Roreto sullo sviluppo delle ferrovie nel Regno di Sardegna, aveva spiegato come “dal punto di vista commerciale, l’Italia può nutrire grandi speranze nelle ferrovie. Rendendo pronte, economiche e sicure le vie di comunicazione interna, facendo sparire in qualche modo la barriera delle Alpi che la separano dal resto dell’Europa e che sono così difficili da valicare per una gran parte dell’anno, nessun dubbio che l’afflusso di stranieri che vengono ogni anno per visitare l’Italia aumenterà in maniera prodigiosa. Quando il viaggio da Torino, Milano, Firenze, Roma e Napoli richiederà meno tempo e minor fatica di un giro di un lago svizzero, è difficile calcolare il numero di persone che verranno a cercare in queste contrade, piene di attrattive, un’aria più salubre e più pura per la loro salute malferma, ricordi per la loro intelligenza o anche solo semplici distrazioni dalla noia che sviluppano le brume del Nord. I profitti che l’Italia trae dal proprio sole, dal suo cielo privo di nubi, dalle sue ricchezze artistiche , dai ricordi che il passato le ha lasciato, cresceranno certamente in una proporzione considerevole”.

Sembra che parli un ministro del turismo e dei beni culturali. Ma non si ferma qui Cavour. “Quando la rete ferroviaria sarà completa , l’Italia godrà di un considerevole commercio di transito. Le linee che univano i porti di Genova, Livorno, Napoli con quelli di Trieste, Venezia, Ancona e la costa orientale del Regno di Napoli porteranno attraverso l’Italia un grande movimento di merci e di viaggiatori, che vanno e vengono dal Mediterraneo all’Adriatico. In più, se le Alpi saranno perforate, come c’è motivo di credere, tra Torino e Chambery, il lago Maggiore, il Lago di Costanza, Trieste e Vienna i porti italiani saranno in grado di condividere con quelli dell’Oceano e del Mare del Nord l’approvvigionamento dell’Europa centrale in derrate esotiche”.

E non finisce qui perché, continua Cavour, “se le linee napoletane si estenderanno fino al fondo del regno, L’Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa, la trasformerà incontestabilmente, quando il vapore la traverserà in tutta la sua lunghezza, il cammino più breve e più comodo dall’Oriente all’Occidente. Non appena ci si potrà imbarcare a Taranto o a Brindisi, la distanza marittima che ora bisogna percorrere per recarsi dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania in Africa o in Asia, sarà abbreviata della metà”.

Sono certo che i lettori mi perdoneranno la lunga citazione. È chiarissima e dimostra la capacità del personaggio, già prima di entrare in politica, di analizzare e immaginare soluzioni, importanti allora, attualissime ancora oggi. Ad indicare linee di sviluppo della politica economica, industriale ed agricola di un Paese singolarmente dotato dalla natura di condizioni straordinarie di carattere ambientale tali da favorire le produzioni e le esportazioni di generi agricoli e artigianali, in un contesto, altresì, di ineguagliabili ricchezze artistiche.

Perché questo non è accaduto? Perché l’Italia, che poteva diventare un “grande Stato” in realtà oggi un piccolo stato? E se esaltiamo sempre, giustamente, lo sviluppo dell’economia manifatturiera grazie all’intraprendenza dei nostri imprenditori, soprattutto dei piccoli e dei medi, dobbiamo riconoscere che lo sviluppo armonioso dell’economia che Cavour immaginava non c‘è stato, perché persiste un divario grave tra Nord e Sud, perché il turismo, culturale, religioso e di svago che non dovrebbe avere rivali nel mondo è pur sempre un’attività che Stato e regioni, che ne sono direttamente responsabili, non aiutano come dovrebbero, anche considerato lo straordinario indotto che naturalmente con sé sia per quanto attiene alle attrattive dell’artigianato, sia per quanto concerne le prelibatezze della filiera enogastronomica.

Perché, ancora, con queste prospettive l’Italia vivacchia? La classe politica è modesta, anzi modestissima. Nessuno di quanti sono al governo del Paese, in Parlamento o nei ministeri, ha un’idea neppure approssimativa della analisi e della strategia immaginata da Cavour. Ad esempio quanto al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Scimmiottiamo la Germania e vorremmo essere mitteleuropei. Noi siamo mediterranei. Siamo sul mare con ottomila chilometri di coste ma non potenziamo i nostri porti che vengono trascurati anche perché, oltre a mancare di attrezzature adeguate alla movimentazione delle merci (container) non vi sono adeguati collegamenti col sistema ferroviario, aeroportuale e autostradale, necessari per far defluire rapidamente le merci. E poi la cantieristica, un tempo fiore all’occhiello della nostra industria navalmeccanica che oggi regge esclusivamente grazie a Fincantieri.

È una situazione che richiederebbe un grande piano di investimenti che in questa stagione dell’economia potrebbero favorire la ripresa del Paese in ginocchio per le limitazioni imposte dal Governo nell’ambito della lotta alla epidemia da Covid-19. Un piano straordinario di opere pubbliche che, al di là delle risorse promesse dall’Europa, gli italiani sarebbero pronti a finanziare attingendo ai loro risparmi, come in altri momenti della storia. Si rileggessero Einaudi Conte e Gualtieri e gli altri economisti del sabato sera che inondano i giornali di banalità.

L’orizzonte del 2021 è dominato dalla incapacità di questa classe politica assolutamente inadeguata all’emergenza sanitaria ed economica. Non ha dato fiducia neppure il discorso del Presidente della Repubblica che è parso a tratti forzato, come nei riferimenti alla storia d’Italia ed alle celebrazioni dei 160 anni dello Stato unitario. Si sentiva che “doveva” dirlo che se fosse stato possibile lo avrebbe evitato, lui che nel 2020 non ha sentito il dovere di ricordare il primo Capo dello Stato dell’Italia unita, quel Vittorio Emanuele II che, d’altra parte non è figura controversa, se non vi fosse ancora in alcuni ambienti cattolici la nostalgia dello Stato della Chiesa, anacronistico sempre, assurdo nel 1870 quando i bersaglieri furono costretti ad entrare da Porta Pia in una Città che da tempo aveva ripudiato il governo dei monsignori incapaci e corrotti, come dimostreranno i risultati del plebiscito per l’annessione di Roma al Regno d’Italia, quando gli abitanti di borgo, che non avrebbero neppure dovuto votare, scelsero all’unanimità di diventare sudditi di Re Vittorio. Ancora Cavour aveva riconosciuto il ruolo della Santa Sede e la necessità che al Pontefice fosse garantita quella “indipendenza vera” necessaria per esercitare il suo potere spirituale, conservando una parte della Città, quel “Po’ di Roma”, come titola un bel romanzo storico del mio amico Alessandro Sacchi per significare che un territorio, ancorché limitato, fosse necessario al Papa per l’esercizio del suo alto ruolo.

Infine per attualizzare le riflessioni di Cavour sulla prospettiva di un “grande Stato” voglio ricordare ancora le sue parole, nel momento in cui emergono sempre più spesso gelosi riferimenti ad un particulare di matrice regionalistica, grettamente antiunitario.

“L’Italia ha ancor molto da fare per costituirsi in modo definitivo, per sciogliere tutti i gravi problemi che la sua unificazione suscita , per abbattere tutti gli ostacoli che antiche istituzioni, tradizioni secolari oppongono a questa grande impresa; ora, o signori, perché questa opera possa compiersi conviene che non vi siano cause di dissidi, di lotte”.

Chi saprà riprendere il messaggio di questo grande politico, il più grande dell’Europa, secondo il Cancelliere austriaco Clemente di Metternich, e riprendere il cammino interrotto che questa classe politica non è neppure in grado di individuare?

È l’augurio che, da italiani orgogliosi della nostra identità, ci facciamo all’inizio del nuovo anno.

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