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È il momento di ripensare il sistema di elezione del Presidente della Repubblica. Non più dal Parlamento ma direttamente dal popolo

di Salvatore Sfrecola

Gli esegeti del pensiero di Sergio Mattarella, i “quirinalisti”, sono d’accordo solo su una cosa: nel discorso di fine anno il Presidente della Repubblica ha dimostrato di non aspirare alla rielezione. Almeno così sembra. Quella di un nuovo settennato, infatti, è stata ipotesi in campo nei mesi scorsi, soprattutto da chi ha ritenuto di intravederla nell’appoggio, che è parso spesso incondizionato, al Governo Conte 2 e alla sua maggioranza. In particolare per aver il Presidente assistito inerte alla riduzione del ruolo delle Camere, da ultimo nella discussione e approvazione della legge di bilancio, e per non essere intervenuto a segnalare l’anomalia dei decreti del Presidente del Consiglio, i famosi d.P.C.M., atti amministrativi divenuti fonte autonoma di produzione normativa. Una situazione apertamente criticata da giuristi illustri, da destra e da sinistra (oggi su La Verità da Sabino Cassese, giurista insigne e già giudice costituzionale).

Il fatto è che l’attuale maggioranza sarà quella che eleggerà il nuovo Presidente, se non si andrà ad elezioni anticipate, ipotesi che finora Mattarella non ha preso in considerazione, nonostante gli inviti del Centrodestra che, in esito alle più recenti tornate elettorali ed all’andamento dei sondaggi, ritiene di disporre di consensi superiori a quelli del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle che sorreggono il Governo. Ed è assai dubbio che lo faccia nei pochi mesi che ci separano dal “semestre bianco”, il periodo nel quale, ai sensi dell’art. 88, comma 2, della Costituzione, il Presidente della Repubblica “non può” sciogliere le Camere. Mattarella è stato eletto il 15 gennaio 2015, quindi il semestre inizia a fine luglio di quest’anno.

I richiami all’emergenza sanitaria e alle difficoltà economiche e sociali che l’Italia si trova ad affrontare in conseguenza dell’epidemia da Covid-19, ai quali il Presidente ha fatto ripetutamente ricorso nel suo discorso del 31 dicembre per invitare le forze politiche alla solidarietà, fanno ritenere improbabile una fine anticipata della legislatura. Berlusconi, Salvini e la Meloni chiedono elezioni subito ma non insistono più di tanto perché sanno che non sarà facile prendere in mano lo Stato disastrato dal duo Conte – Di Maio. E pensano, ragionevolmente, che il tempo porterà loro ulteriori consensi.

A questo punto s’impone una riflessione sul ruolo del Presidente della Repubblica che è comunque un politico, espressione di una parte politica, quella che lo ha eletto. È vero che, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, “è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”, una definizione con forte valenza simbolica che ne fa il tutore della continuità storica della Nazione e, insieme, il “garante della Costituzione”. Per alcuni la rappresentanza dell’unità nazionale costituirebbe il fondamento di un rapporto diretto con l’opinione pubblica, quale fonte di legittimazione autonoma del suo ruolo per farsi voce di esigenze anche nuove che salgono dalla società civile, così giustificando in qualche modo l’esistenza di un “indirizzo politico” del Presidente anche contro soggetti legittimati dalla Costituzione. Sarebbe, in sostanza, il rappresentante dell’opinione pubblica e dei suoi valori, come si è attribuito alle presidenze di Pertini e di Cossiga i quali hanno ritenuto di poter parlare il nome del Paese in qualche modo non solo per recepirne gli orientamenti ma anche per influenzarli in contrapposizione ai partiti e alla maggioranza in carica. Interpretazione pericolosa, dagli esiti imprevedibili.

Nel dibattito politico il ruolo che, in concreto, i Presidenti della Repubblica hanno svolto è parso non di rado condizionato dalla maggioranza parlamentare che li ha eletti. Non appaia strano. È normale e se il Presidente della Repubblica, come i presidenti delle regioni, una volta eletti si affrettano a dire “sarò il presidente di tutti”, quell’affermazione, nobilissima, trascura che a quel ruolo giunge una personalità che appartiene ad una parte politica e ne è l’espressione visibile. Nelle sue parole, nei suoi gesti, anche simbolici, è sempre un riflesso della cultura politica che lo ha guidato nei lunghi anni di militanza in un partito, quello che, insieme ad altri, lo ha eletto e che vorrà eleggere il suo successore. Ho detto in qualche occasione che questa situazione determina una sorta di democrazia bloccata perché, nella prospettiva dell’elezione del Capo dello Stato la vita politica appare condizionata da questo obiettivo. Infatti, fin dal 2018, dall’indomani delle elezioni del 4 marzo, i partiti politici della maggioranza si sono apertamente e ripetutamente riferiti al fatto che questa legislatura avrebbe eletto il nuovo Presidente. Constatazione ovvia, il settennato scade nel 2022 a gennaio e questa legislatura, che termina nel 2023, eleggerà il nuovo Presidente. Tuttavia, va constatato che le forze politiche, le quali si pongono come obiettivo naturale questo risultato, soprattutto se hanno visto ridotti i propri consensi in elezioni medio tempo intervenute, tirano avanti nella speranza di recuperarli e questo condiziona tutte le loro decisioni, comprese quelle fondamentali di gestione delle risorse finanziarie, in sostanza indirizzando la spesa pubblica attraverso obiettivi di interesse elettoralistico, come si è letto in questi giorni a commento dei mille rivoli di risorse pubbliche destinati nella legge di bilancio 2021 a sovvenire esigenze di ambienti o associazioni visibilmente legati a personaggi della politica.

Questa situazione impone una riflessione urgente sul sistema di elezione del Presidente, se cioè debba rimanere nelle mani dei partiti, con le conseguenze che abbiamo appena delineato, o essere eletto direttamente dal popolo. In questo caso sarà sempre una personalità politica ma il consenso proveniente dal corpo elettorale in qualche modo lo stacca dal condizionamento dei partiti. L’elezione diretta, non la repubblica presidenziale, tanto cara ai fan dell’uomo “forte” o “della Provvidenza”.

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