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Governo: ma alla fine non si voterà (per la paura di perdere il seggio)

di Salvatore Sfrecola

La crisi del Governo Conte 2 è nelle cose, nelle polemiche interne alla maggioranza, nei distinguo sulle scelte delle misure di volta in volta adottate per contrastare la diffusione dell’epidemia da Covid-19 e su quelle che vorrebbero essere di sostegno alle persone e alle imprese che hanno subìto danni dalla chiusura o limitazione delle attività. In questo contesto si confrontano le esigenze proprie dei partiti ad assicurarsi una presenza nelle determinazioni di carattere fiscale e di sostegno all’economia per soddisfare le categorie di riferimento, anche in vista delle prossime elezioni che, in ogni caso, si dovranno tenere nel 2023.

Oggi i partiti della maggioranza si confrontano tra loro in vista di quella scadenza per acquisire meriti, consolidare posizioni di potere negli enti pubblici o conquistarne di nuove. È lo scenario che offrono tutti i partiti, non solo Italia Viva di Matteo Renzi, che più visibilmente ha alzato il tono dello scontro proprio contestando al premier la disponibilità della delega ai servizi.

Tuttavia il contrasto tra i partiti mette in evidenza una preoccupazione di fondo, quella dei possibili risultati elettorali nel 2023, considerati alcuni fattori essenziali, cioè il calo dei consensi che accomuna, in misura diversa, tutti i partiti della maggioranza, in un contesto nel quale i seggi a disposizione sono diminuiti, tanto alla Camera quanto al Senato, ad iniziativa del Movimento 5 Stelle (la Camera scende da 630 a 400 deputati e il Senato da 315 a 200 senatori), che, fra tutti, è quello che rischia di più avendo sostanzialmente dimezzato nelle più recenti elezioni e nei sondaggi i consensi che avevano portato in Parlamento un gran numero di deputati e senatori il 4 marzo 2018. Insomma, più della metà degli attuali parlamentari pentastellati sa con certezza che non varcherà più i portoni di Palazzo Montecitorio e di Palazzo Madama.

È evidente, dunque, che non sono disponibili ad una prova elettorale che li cancellerebbe dal Parlamento. E tentano di tutto per non anticipare quell’evento, per evitare lo scioglimento delle Camere.

La crisi di governo, dunque, potrebbe chiudersi con un rimpasto. Il ritorno al voto non lo vuole soprattutto Italia Viva che con uno zero virgola in più o in meno è accreditato intorno al 3 per cento. Il voto in questo momento sembra da escludere anche per la situazione epidemiologica del Paese. Anche le opposizioni, che pure chiedono il voto anticipato, non insistono più di tanto. Temono di dover assumere la responsabilità di governo in una condizione economica e sociale difficile. Sanno che il tempo gioca a loro favore, che il diffuso malcontento, anche in conseguenza delle misure di contenimento adottate non sempre condivise o comprese, porta loro consensi.

C’è, inoltre, la necessità di chiudere con urgenza due partite fondamentali: quella del Recovery plan e quella delle vaccinazioni anti-Covid. Un ritorno alle urne, inoltre, dovrebbe essere deciso a breve, considerato che ad agosto scatta il “semestre bianco”, il tempo nel quale il Presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere.

Ma è dubbio, come ho scritto, che Mattarella desideri le elezioni, perché l’attuale maggioranza parlamentare corrisponde a quella che lo ha eletto e che naturalmente vorrebbe scegliere un successore nella stessa area politica.

Infine, oggi è all’esame delle Camere una nuova legge elettorale. Il cui iter, però, sembra in fase di stallo. Dopo la definizione dei nuovi collegi, comunque, per tornare al voto mancano due passaggi. Il primo è proprio la riforma della legge elettorale, ritenuta non più adeguata da quasi tutti i partiti, dopo il taglio del numero di deputati e senatori. L’altra è la riforma dei regolamenti parlamentari. Sono richieste in primo luogo del PD, prima del referendum, tanto da essere indicate come condizioni necessarie per votare quella riforma.

Anche per questo è difficile immaginare un ritorno alle urne.

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