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mercoledì, Marzo 3, 2021
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Per i veterocomunisti l’imprenditore non è un lavoratore

di Salvatore Sfrecola

Mi ha molto colpito, anche se non è una novità, il fatto che l’on. Federico Fornaro, intervenendo alla Camera dei deputati in occasione delle dichiarazioni di voto sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio, Prof. Mario Draghi, nel richiamare l’art. 1 della Costituzione, secondo il quale l’Italia è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, abbia sottolineato l’attenzione della sua parte politica (Liberi e Uguali) per il lavoro e, quindi, per i lavoratori, affermando di non avere pregiudizi nei confronti delle imprese.

Mi ha molto colpito perché evidentemente l’on. Fornaro e la sua parte politica ritengono che l’imprenditore non sia un lavoratore mentre credo che, ad una attenta valutazione del ruolo di chi fa impresa, l’imprenditore, grande o piccolo che sia, è sicuramente un lavoratore che, nell’esercizio dell’impresa, assicura lavoro ad altri. Lo sa bene, ovviamente, l’on. Fornaro, ma l’affermazione di non avere “pregiudizi” nei confronti delle imprese e, quindi, degli imprenditori, rivela un vecchio vizio di origine della sinistra comunista, cui appartiene certamente Liberi e Uguali, quello di guardare alle questioni del lavoro e dell’economia con la lente d’ingrandimento dell’800, con l’ottica, insomma, di chi ritiene i datori di lavoro “padroni” (infatti Lucia Annunziata in TV richiama tranquillamente e impunemente il “padronato”), al modo dei “padroni delle ferriere”, quella categoria di imprenditori che, nei tempi nei quali non c’erano i sindacati e lo Stato era assente sul tema della regolamentazione dei diritti dei lavoratori, sfruttavano senza pietà uomini, donne e bambini nelle fabbriche e nei campi, come ricorda il “Piccolo Lord” (Little Lord Fauntleroy), il romanzo per ragazzi di Frances Hodgson Burnett che nella versione cinematografica del 1980, con Alec Guinness nella veste del Nonno Conte e di Ricky Schroder, nei panni del piccolo Cedric, ha commosso generazioni di giovani e non solo.

Non c’è modo evidentemente, per l’ala veterocomunista della politica italiana, di passare ad una concezione più moderna del lavoro, ferma, ovviamente, la tutela dei diritti dei lavoratori, alla salute, al rispetto della professionalità ad un trattamento economico adeguato all’impegno richiesto. Sarebbe ora. Infatti, io liberale, quando ascolto uomini della sinistra, da Fornero a Nicola Fratoianni, Segretario Nazionale di Sinistra Italiana, a Marco Rizzo, Segretario Generale del Partito Comunista, sento dire cose che condivido per cui ritengo che siano incamminati sulla buona strada ma che non intendano riconoscere il fallimento dell’ideologia che ovunque ha impoverito i popoli, per un attaccamento a giovanili entusiasmi, che non vogliono archiviare, per non riconoscere di dover cambiare. Mentre cambiare è sempre espressione di intelligenza. Sono un po’ come i giapponesi che, fedeli all’Imperatore, resistevano nella giungla ad anni dalla fine della seconda guerra mondiale.

Non sarà inutile, prendendo lo sputo dalla grave crisi economica, che sta attraversando l’intera società, tornare ad un dibattito a più voci riservando attenzione all’indirizzo, delineato nel mondo cattolico da Giuseppe Toniolo, economista e sociologo, ma anche storico, alla sua “legge del lavoro” che delineava la “funzione sociale” della proprietà e che, nella proprietà industriale e nelle sue imprese, ricongiungeva il capitalista sovventore all’imprenditore-industriale e poi l’imprenditore agli operai immaginava che il “salario giusto”, corrispondente al prodotto del lavoro, riconoscendo al lavoratore una parte della remunerazione piuttosto che in forma fissa, sotto forma di partecipazione agli utili, elevava il lavoratore alla compartecipazione al capitale dell’impresa mediante l’impiego dei risparmi in azioni nominative dell’impresa medesima. Altrove si fa, con successo. I sindacati italiani hanno sempre respinto queste ipotesi di compartecipazione all’attività d’impresa ritenendo che questa sia un modo per condizionare le rivendicazioni dei lavoratori. Est modus in rebus, ovviamente. E se altrove funziona perché non parlarne?

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