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Uscire dall’emergenza per tornare alla normalità

di Salvatore Sfrecola

Nel dibattito di questi giorni sulla lotta alla pandemia da COVID-19, la politica sta affrontando il tema della proroga o meno dello stato di emergenza che termina il 31 di luglio. Questa mattina ad Omnibus, la trasmissione di approfondimento de La7 il Professor Sabino Cassese ha precisato con estrema chiarezza che lo stato di emergenza deve limitarsi a coprire l’effettiva situazione straordinaria dovuta a situazioni impreviste e imprevedibili per cui, superata quella fase, il proseguo delle attività connesse all’originaria emergenza devono essere affrontati con gli strumenti propri della legislazione ordinaria, magari con qualche correzione per quelli che ha definito “colli di bottiglia” della normativa ove ostacoli la rapidità delle decisioni e delle attuazioni. Ha anche chiarito che, sulla base della legge n. 400 del 1988, sull’ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri la possibilità dell’esercizio di attività attraverso Commissari governativi rimane integra, anche indipendentemente dalla dichiarazione della emergenza sanitaria. Così fugando le preoccupazioni in ordine alla possibilità che il Generale Figliuolo possa continuare a gestire l’impegnativo piano di vaccinazioni, dalla acquisizione delle dosi alla distribuzione, alla somministrazione.

Questo dibattito, tuttavia, fa emergere un tema fondamentale e ricorrente nel nostro Paese, quello della idoneità della legislazione ordinaria di far fronte a delle situazioni che, nate in un contesto di emergenza, una volta definite nelle loro caratteristiche ed esigenze operative devono diventare gestibili sulla base di normativa ordinaria sia pure, come ha suggerito il Professor Cassese, con qualche opportuna integrazione. Il fatto stesso che la Professoressa Gualmini, parlamentare europeo di stretta osservanza del Partito Democratico, abbia replicato dicendo che la tesi di Cassese prevedeva il ricorso alla legislazione ordinaria con i suoi tempi vuol dire che non è stata ad ascoltare perché il Professor Cassese aveva espressamente detto che, ove fosse necessario intervenire su alcuni punti della legislazione ordinaria, sarebbe possibile farlo rapidamente con un decreto legge.

Insomma, c’è chi ama l’emergenza, come condizione psicologica dell’esercizio del potere. Mentre è bene uscire dalla logica che conferma  l’assoluta e persistente incapacità della classe politica di gestire con gli strumenti ordinari e di modularli eventualmente in relazione alle esigenze sopravvenute e di predisporre l’organizzazione amministrativa e tecnica ed il relativo modus operandi come necessario per affrontare una situazione che dura nel tempo. Ad esempio, proprio la questione delle e possibili pandemie dovrebbe essere definita in un sistema normativo che, all’insorgere di alcune situazioni di diffusione di un virus, faccia scattare la risposta necessaria del sistema amministrativo e sanitario. Questa è la normalità, questa è l’organizzazione che deve avere uno Stato serio che non può andare avanti, come si fa da troppo tempo sulla base dell’emergenza. Tutto quello che non si riesce a risolvere rapidamente diventa emergenza e questo non va bene.

Dovremmo studiare un po’ di storia. Se vogliamo andare un po’ indietro negli anni possiamo ricordare che l’impero romano si è retto su una poderosa organizzazione amministrativa e militare che consentiva di gestire tutte le situazioni che si presentavano in ogni territorio sottoposto alla legge di Roma e che la riforma di Cavour del 1852, pressato dall’esigenza di rinnovare il Regno di Sardegna dotandolo delle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’economia, si basò sull’adeguamento della struttura ministeriale e dei relativi procedimenti alle necessità.

Niente proroga, dunque, dello stato di emergenza ma gestione, con gli strumenti ordinari, della situazione che ormai è possibile definire in relazione alle esigenze che la fase emergenziale ha messo in risalto.

Riscopriamo l’ordinaria amministrazione, che è la capacità dei governi di gestire ogni situazione, che non sia effettivamente imprevista e imprevedibile, sulla base dell’esperienza che consente di adeguare gli strumenti organizzativi ed operativi alle esigenze di pubblico interesse. Si forma un’esperienza che dà sicurezza ai governi e certezze ai cittadini.

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