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Il saluto “romano” tra storia e storie

di Salvatore Sfrecola

Spalleggiata da Daniela Preziosi, ex Manifesto, approdata a Domani, ospite assidua di Tagadà, la conduttrice Tiziana Panella, ha cercato di mettere in difficoltà il candidato sindaco del Centro destra, l’Avv. Enrico Michetti, chiedendogli di cantare Bella Ciao e di dire del “saluto romano”, e dell’apologia del Fascismo connessa a quel gesto.

Michetti se l’è cavata, rispetto alla canzone, dicendo di essere stonato, quando avrebbe potuto dire che Bella Ciao, melodia certamente gradevole, non appartiene, per come viene utilizzata politicamente, alla sua cultura, ferma restando l’adesione alla storia della resistenza antitedesca ed antifascista. Secondo Gianpaolo Pansa, Bella Ciao “È una canzone che non è mai stata dei partigiani, come molti credono, però molto popolare”. Per Giorgio Bocca è stata “presa in prestito da un canto dalmata… è stata un’invenzione del Festival di Spoleto”.

Comunque sia è una canzone divenuta popolare. Orecchiabile, piace, ma è riconosciuta come una sorta di inno delle sinistre. E questo basta a chi ha altro orientamento politico per non cantarla.

Quanto al saluto romano Michetti ha detto che, ovviamente, non lo farebbe perché è proibita ogni manifestazione di apologia del regime fascista. “Risposta esatta”, avrebbe detto Mike Bongiorno. Condivisibile assolutamente.

Ma io mi chiedo se, in ragione della esaltazione che il Fascismo ha fatto della storia imperiale romana, a fini evidentemente di conquista e di mantenimento del potere politico tra il 1922 ed il 1943, quella storia, che è nostra e rappresenta la Civiltà occidentale e cristiana, debba essere demonizzata solo perché il Cavaliere Benito Mussolini se ne è impossessato, per qualche tempo, secoli dopo.

Mi sembra una conclusione assolutamente inammissibile. Quella storia ha una sua autonomia ed una sua rilevanza che ha contagiato molti. Ad esempio, tutti avranno notato le immagini dell’aula della Camera dei rappresentanti di Washington dove, ai lati della bandiera a stelle e strisce sulla parete alle spalle dello speaker, sono collocati due imponenti fasci littori. Nessuno sulle rive del Potomac ha mai pensato di rimuovere i fasci, solo perché li aveva fatti propri il nemico giurato della democrazia U.S.A., anzi della democrazia tout court.

Quei fasci venivano portati dai Littori (Lictores dicuntur, quod fasces virgarum ligatos ferunt. Hi parentes magistratibus delinquentibus plagas ingerunt). Istituiti, secondo la tradizione, al tempo di Romolo, la loro funzione principale era quella di proteggere il magistrato dotato di imperium, che ordinava loro l’esecuzione delle condanne a morte. Il littore portava con sé i fasces composti da 30 verghe e una scure (quest’ultima era tenuta nei fasci solo fuori dal pomerium, in quanto al suo interno nessuno poteva condannare a morte un cittadino romano). Le verghe invece potevano essere usate per percuotere i delinquenti.

Ed a proposito del saluto “romano” abbiamo spesso ricordato, in tempi di distanziamento obbligatorio e di cautele anti-Covid, la celebre poesia di Trilussa, che recita:

Quela de da’ la mano a chissesia

nun è certo un’usanza troppo bella:

te po succede ch’hai da strigne quella

d’un ladro, d’un ruffiano o d’una spia.

Deppiù la mano, asciutta o sudarella,

quanno ha toccato quarche porcheria,

contiè er bacillo d’una malatia

che t’entra in bocca e va nelle budella.

Invece, a salutà romanamente,

ce se guadagna un tanto co’ l’iggene

eppoi nun c’è pericolo de gnente.

Perché la mossa te viè a dì in sostanza:

– Semo amiconi… se volemo bene…

ma restamo a una debbita distanza.

Naturalmente c’è chi ha avuto da ridire. Il Riformista, ad esempio ha fatto notare che quella poesia Trilussa l’ha scritta in epoca fascista. Eppure il poeta non sembra preoccupato di assecondare il regime. Lo scopo è evidentemente diretto ad evitare il contato con persona infetta, per motivi sanitari o legali.

A questo punto mi sembra che, al giusto rifiuto dell’apologia del Fascismo, si unisca una sorta di ossessione per il ricordo della romanità. Una ossessione che io non ho e non sento. Da liberale per me il Fascismo, mille miglia lontano sul piano politico, appartiene alla storia, ad un periodo nel quale sono stati compressi i diritti di libertà, sistematicamente, approfittando della natura “flessibile” dello Statuto Albertino. Il rigetto dell’ideologia totalitaria non ha dunque attenuanti, non foss’altro che per le leggi razziali e la scelta di entrare in guerra a fianco del “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, una decisione sciagurata e illogica per un Paese con 8000 e più chilometri di coste, una condizione che nel 1915 aveva consigliato al Re e al Governo l’alleanza con Inghilterra e Francia le potenze marittime. E fu scelta felice.

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