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Un assordante “silenzio elettorale”

di Salvatore Sfrecola

Sarà infranto oggi il silenzio che la legge impone alla vigilia del voto, a 24 ore da un importante turno elettorale, quello di ballottaggio in importanti realtà locali come Roma, Torino, Trieste. Un silenzio per un momento di riflessione personale dopo i rumori della campagna elettorale, i confronti sulle piazze, nei talk show, sui social. Un silenzio di riflessione nel quale ogni elettore dovrebbe soffermarsi a considerare le tesi che sono state proposte alla sua attenzione dai candidati, dai giornali di partito, da quelli di area, come si dice.

Questo momento virtuoso viene infranto dai sindacati che oggi, a Roma, in una grande mobilitazione unitaria manifestano per difendere il loro ruolo sociale e rivendicare la loro natura di movimento antifascista, che si ispira alle radici culturali della Costituzione repubblicana, si è sentito ripetere ancora in questi giorni. Formalmente si potrebbe dire che questa manifestazione non influisce sulla campagna elettorale. E sarebbe una grande ipocrisia perché, in realtà, nei giorni precedenti, all’indomani di quella violenta aggressione alla sede centrale della Confederazione Italiana Generale del Lavoro (CGIL) ad opera di violenti, fra i quali vi erano esponenti di movimenti qualificati di “estrema destra”, neofascisti o comunque nostalgici del Fascismo, si è voluto coinvolgere nella polemica tutta la destra italiana ed, in particolare, Fratelli d’Italia che con quei movimenti non ha nulla a che fare, che quelle azioni ha decisamente condannato. E si è insistito, nel denunciare l’inadeguatezza di quel ripudio di nostalgie che è sempre difficile sia creduto se fa comodo usare l’argomento a fini di polemica politica. Per cui non è peregrino né azzardato ritenere che quell’aggressione sia stata, se non voluta, certamente strumentalizzata. Di più, la polemica si è ingigantita in ragione delle stupefacenti affermazioni del Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, che oggi su Libero Giuseppe Valditara, Presidente di “Lettera 150” invita a dimettersi, la quale, intervenendo alla Camera in risposta ad una interrogazione dell’On. Giorgia Meloni, ha dimostrato assoluta inadeguatezza rispetto al ruolo perché, proprio in costanza di una dura campagna elettorale che specialmente a Roma si è tinta di polemiche vivaci sul passato, sul presente e sul futuro della Città, avrebbe dovuto assicurare un presidio forte a tutti gli obiettivi che la fantasia malata di questi estremisti avrebbe potuto individuare. Estremisti un po’ a tempo, che intervengono opportunamente a rinfocolare in momenti tipici la polemica Fascismo/antifascismo. Ed anche se fossero, come probabilmente sono, estremisti in servizio permanente effettivo, a maggior ragione il presidio del territorio delicato di Roma, come di altre città dove ci sono rilevanti confronti elettorali, avrebbe dovuto essere assicurato con il massimo dell’efficienza possibile.

Questo non è stato. Volutamente, per negligenza o per incapacità? Lo diranno gli accertamenti della magistratura se, al di là della responsabilità penali e quindi personalI, andrà a ricostruire il clima nel quale è maturata l’aggressione alla Cgil. Ma è indubbio che quegli eventi, che oggi la manifestazione dei sindacati ovviamente enfatizzerà, costituiscono un vulnus grave in una campagna elettorale nella quale i partiti non si sono risparmiati accuse di ogni genere. È accaduto altre volte ma avremmo desiderato che non accadesse più, che il Paese vivesse un momento di confronto serrato con tutti i mezzi che la moderna comunicazione mette a disposizione dei partiti e dei candidati che giustamente si scambiano accuse che ancora più giustamente richiamano principi e valori ai quali si ispirano o dicono di ispirarsi, ma che fosse salvaguardato quel silenzio che opportunamente dovrebbe far riflettere i cittadini su tutto quello che hanno ascoltato o letto.

È un altro esempio di una democrazia poco matura, incapace di elevarsi a livello di quelle democrazie parlamentari che pure sono state il riferimento col quale è nata L’Italia unita in uno Statuto costituzionale, quello voluto dal re Carlo Alberto nel 1848, che affermava la natura parlamentare della monarchia e quindi dello Stato.

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