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Centrodestra, qualche regoletta per cercare di vincere le elezioni

di Salvatore Sfrecola

Quando non ho raggiunto un obiettivo che mi ero prefisso non ho mai giustificato il risultato negativo addebitandolo alla sorte. Mi sarei scoraggiato. E così ho sempre ritenuto di aver fallito perché evidentemente  qualcuno era stato più bravo di me, che l’avrei certamente superato se mi fossi preparato di più e meglio.

Queste riflessioni mi sono tornate in mente sentendo gli esponenti del Centrodestra, uscito malconcio dalla tornata elettorale appena conclusa con i ballottaggi, i quali si sono sforzati, dinanzi alle telecamere, incalzati dai giornalisti, di trovare giustificazioni alla disfatta, che escludessero loro specifiche responsabilità. È certamente umano, ma è anche sciocco, profondamente sciocco, se questo modo di affrontare la situazione non fosse solo un modo di giustificarsi nell’immediatezza e corrispondesse, invece, ad un’idea concreta effettivamente sentita.

No, cari amici del Centrodestra, non ci si deve giustificare in questo modo, ma occorre un salutare bagno di umiltà, l’unico modo per capire dove si è sbagliato. Perché se il risultato è stato così deludente vuol dire che si è sbagliato qualcosa, anzi più di qualcosa.

Cominciamo col dire – faccio l’esempio di Roma che conosco meglio – dove non risulta che, all’indomani della vittoria del Movimento 5 Stelle cinque anni fa, i partiti di centrodestra si siano attrezzati per recuperare consensi e prepararsi per le nuove elezioni. Non risulta, ad esempio, che si sia dato corpo ad una “giunta ombra” che seguisse l’attività e/o l’inattività dell’amministrazione capitolina per intervenire con suggerimenti e critiche, dando vita ad un’azione programmatica capace di coinvolgere l’opinione pubblica sui temi di specifico interesse per i romani, creando con loro un circuito di relazioni politiche capaci di incrementare i consensi, magari utilmente filtrate attraverso associazioni culturali o di cittadini, attivi sul territorio.

Nulla di tutto questo risulta sia stato attivato. Chi conosce, ad esempio, dei partiti di Centrodestra a Roma l’esponente politico che si occupa della mobilità urbana, dei mercati, del verde urbano, della rimozione dei rifiuti, per fare qualche esempio. Non lo conosciamo. Sicché, anche se ci fosse, sarebbe inutile, assolutamente inutile se non noto, se non rintracciabile dal cittadino comune che volesse rappresentare problemi o suggerimenti. Nel tempo, da questa “giunta ombra”, da integrare e implementare via via sarebbero emersi i candidati al ruolo di assessore, capo dipartimento e via discorrendo. Non escluso il candidato sindaco che deve essere una personalità di spiccato rilievo, del mondo politico o culturale. Parliamo di Roma, la capitale d’Italia, la Città simbolo della civiltà occidentale e cristiana. Ma lo stesso va detto per le altre città, grandi, e piccole di questa straordinaria Nazione che ha una storia municipale, politica, artistica, letteraria sempre particolarmente ricca.

Invece, si è scelto quasi ovunque il candidato noto a qualcuno che conta nel partito che propone, immaginando virtù spesso inesistenti, comunque difficili da far emergere a pochi mesi di distanza dal voto. A Roma si sente ripetere “se avessimo candidato Bertolaso avremmo vinto”, con altrettanta incapacità di capire, di distinguere il ruolo del sindaco di una straordinaria città come Roma da quello di un funzionario, certo capace ma che ha operato in un altro contesto. Perché se si pensa all’ex capo della Protezione Civile come ad un abile gestore dell’emergenza, pensando alle condizioni delle strade o alla raccolta dei rifiuti, si dimentica che Bertolaso agiva in deroga a tutte le norme di contabilità pubblica, avendo a disposizione fondi pressoché illimitati, mentre il sindaco di Roma è vincolato dalle leggi e può operare nell’ambito delle risorse di bilancio, che sono poche e condizionate dall’ingente debito formatosi negli anni.

A conclusione di queste brevi considerazioni aggiungo che certamente il risultato delle elezioni comunali non è sovrapponibile a quello ipotizzabile per le assemblee legislative, dove la scelta è più marcatamente politica e l’elettorato più attento all’appartenenza partitica. Attenzione, però, i cittadini sono gli stessi e l’assenteismo è sempre in agguato e comunque il legame tra i partiti e gli elettori, che si è realizzato in sede municipale, costituisce un collante non trascurabile, specie nelle medie e piccole realtà. Mi auguro che i partiti comprendano queste piccole regolette del rapporto di fiducia che condiziona l’esito di una competizione elettorale. Soprattutto che si aprano alla società civile, non per cooptare all’ultimo momento il candidato sindaco ma per avviare una virtuosa sinergia tra partiti e opinione pubblica degli utenti dei servizi pubblici, delle professioni, delle attività produttive e commerciali, al fine di costruire una solida e competente classe politica. E qui, prima di chiudere, desidero svolgere un’altra considerazione. I partiti si sono da sempre dimostrati impermeabili rispetto ad interventi esterni. Lo capisco. È umano e comprensibile che quanti hanno militato, spesso fin da ragazzi, in un partito, per assumere, fin dalle organizzazioni giovanili posizioni via via più rilevanti nelle sezioni, nell’organizzazione, negli organi rappresentative degli enti locali, delle regioni, del Parlamento, non siano disponibili a cedere il passo nei confronti dell’estraneo ancorché titolato che si presenti, nel timore che ambisca ad una carica politica elettiva. È umano ma è una chiusura che rende sterile il dibattito politico all’interno dei partiti e nell’opinione pubblica. E – scrive oggi Francesco Storace su Il Tempo – i partiti del Centrodestra, “mentre litigano a scena aperta, nessuno fa sapere se ci sono responsabilità sul voto delle amministrative e di chi. E se intendono proseguire con partiti chiusi in se stessi e autoreferenziali, che tangono lontano il popolo dalle urne”. Si parla delle elezioni comunali ma, naturalmente, sono considerazioni che valgono per ogni elezione.

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