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Dopo la bocciatura del ddl Zan: il voto segreto, un obbrobrio o un presidio di indipendenza?

di Salvatore Sfrecola

Come spesso accade in Italia il voto dei parlamentari è buono, giusto e onesto se è conforme al desiderio di chi commenta; è sbagliato se non piace. Così, il voto segreto dei senatori sul disegno di legge Zan, che ne ha decretato il rinvio, ha scatenato le critiche di chi era favorevole all’approvazione di quel testo. Critiche sempre ammissibili, ovviamente, se non scomposte e peggio provenienti da persone che hanno fatto studi, giuridici e politologici che, in tal modo, hanno dimostrato che dietro quel disegno di legge vi è un obiettivo ideologico che va al di là della normativa. E sono intolleranti e irrispettosi del dissenso. E si dicono democratici!

Ha iniziato Libertà e Giustizia,l’associazione di cultura politica guidata da Gustavo Zagrebelsky e Tomaso Montanari. “Perché un voto segreto? Quale rispetto ha per i cittadini un Senato che delibera su un tema così importante senza che i suoi componenti abbiano la dignità di manifestare apertamente le loro posizioni?” Si apre così il commento alla decisione dei senatori. Aggiungendo: “è evidente a tutti che la destra non ha intenzione di tutelare le persone LGBT. Se qualcuno aveva ancora dubbi, l’osceno spettacolo dei senatori che applaudono perché le norme contro la discriminazione sono state affossate prova che questa destra non ha nulla di moderato. Con buona pace dei sedicenti laici di Forza Italia”.

Riprende l’argomento Nadia Urbinati, sociologo, che fa parte di quella associazione, per esprimere su Il Domani … di ieri un concetto riassunto ne: “il voto segreto è un obbrobrio che danneggia gli elettori”. E spiega che “i liberali e i conservatori inglesi dell’Ottocento sostenevano che dietro il voto segreto si nascondono truffatori e traditori, codardi e bugiardi. Si riferivano al voto dei cittadini (che era pubblico). E avevano torto. Con l’estensione del suffragio, la questione si ripropone per i parlamentari. Divenne chiaro che per gli eletti non può valere il principio di segretezza che vale per i cittadini: perché mentre questi ultimi non devono con loro voto rendere conto a nessuno, i rappresentanti devono rendere conto agli elettori, anche se non sono incatenati dal mandato imperativo. Il principio di accountability (responsabilità) deve poter valere perché gli eletti non sono sovrani. Chi chiede il nostro voto deve dirci che cosa pensa e poi anche mostrarci come decide. E deve farlo alla luce del sole. Come caserme, i partiti di massa hanno irregimentato i rappresentanti e reso il voto segreto due volte dannoso alla loro forza e al rapporto con l’elettorato (comunque mediato da loro). Ora che i partiti sono macchine per la selezione e la protezione degli eletti, il voto segreto è a tutti gli effetti un mezzo per rendere nulla l’opinione dei cittadini e, soprattutto, per dare ad alcuni di essi più potere che ad altri”.

Ho voluto richiamare ampiamente le argomentazioni di Libertà e Giustizia e della professoressa Urbinati perché esse rendono palese l’infondatezza dell’assunto che vorrebbero dimostrare, cioè che il voto segreto leda il rapporto di fiducia fra elettori ed eletti, in quanto consentirebbe ai parlamentari di votare in difformità dal mandato politico ricevuto. Questo potrebbe essere vero se vivessimo in un contesto nel quale la libertà del parlamentare nei confronti dei partiti fosse assicurata dal voto diretto degli elettori, cioè da un sistema all’inglese con collegi uninominali nei quali la scelta premia il candidato più che il partito. Ricordo quel che mi disse anni addietro un parlamentare inglese del partito liberale: “io sono eletto in un collegio uninominale dove incontro i miei elettori, in una campagna elettorale porta a porta nella quale il mio elettore non apprezzerebbe che io non bussassi alla porta di chi sicuramente non mi voterà. Perché il mio elettore vuole che io mi confronti con altri. Il rapporto con l’elettorato è saldissimo ed il partito non mi sposterebbe mai dal mio collegio perché se questo avvenisse io mi presenterei ugualmente e sarei eletto”. Ora questo sistema ideale, che a me piace molto, non è il sistema politico italiano nel quale i partiti prevalgono sulla scelta dell’elettorato non essendo previsto il voto di preferenza. Ed anche nei collegi uninominali la scelta è sostanzialmente per il partito. Insomma i parlamentari sono nominati, non eletti. Infatti di frequente sono spesso spostati da un collegio ad un altro ad ogni elezione perché le segreterie dei partiti non desiderano che il parlamentare si radichi sul territorio perché diventerebbe autonomo e, come dice il mio amico inglese, si potrebbe presentare da solo ed essere eletto. Nell’attuale condizione, dunque, chi opera realmente sul territorio e si fa portatore di idee politiche e di valori può trovarsi in conflitto con decisioni del partito diverse dalla sensibilità del suo elettorato che lui percepisce perché vive a contatto con gli elettori. E allora si capovolge il ragionamento della professoressa Urbinati e il voto segreto serve a tutelare il parlamentare nei confronti della prepotenza del partito quando le decisioni non sono da lui condivise, nella convinzione che non siano quelle del suo elettorato. Questa é la ragione attuale del voto segreto. Che certamente si può prestare a sotterfugi ed a scorrettezze, ma rimane garanzia di indipendenza del parlamentare in caso di contrasto con le decisioni del partito su questioni etiche o che attengono a valori “non negoziabili”. Il ddl Zan ne è un esempio, avendo destato grossi dubbi in molti parlamentari, non come dicono i suoi fautori perché contrari alla tutela dei diritti. Chi ha seguito il dibattito anche sui giornali e attraverso le televisioni sa che non stanno così le cose, sa che i problemi posti dal disegno di legge sono altri, come quello che introduce sostanzialmente un reato di opinione e che vorrebbe forme di propaganda della cultura LGBT da elargire anche ai bambini delle elementari con una evidente intrusione in profili educativi di spettanza delle famiglie.

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