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Vittorio Emanuele e i gioielli “della Corona”: una brutta figura che chiude una pagina di storia di Casa Savoia e ne apre un’altra

di Salvatore Sfrecola

Grande sconcerto fra i monarchici italiani e fra quanti guardano con simpatia all’antica dinastia sabauda per l’iniziativa del principe Vittorio Emanuele che rivendica i “gioielli della Corona” custoditi nel caveau della Banca d’Italia. Sconcerto per l’iniziativa e per il tempo nel quale l’opinione pubblica ne è venuta a conoscenza, alla vigilia del “Giorno della Memoria” nella quale il Principe e i suoi familiari avrebbero dovuto ricordare, fra gli altri martiri del Nazismo, anche una principessa di Casa Savoia, quella Mafalda, figlia del Re Vittorio Emanuele III e moglie del Principe Filippo d’Assia, lasciata morire nel campo di concentramento di Buchenwald dal Fuhrer che così voleva vendicarsi del Re d’Italia che, con l’armistizio dell’8 settembre 1943, aveva portato il Paese martoriato dalla guerra fuori dell’alleanza con la Germania per chiudere la parentesi disastrosa del secondo conflitto mondiale.

Sconcerto anche negli ambienti che coltivano il ricordo e le aspettative di una monarchia moderna, come ve ne sono di esempi esemplari nell’Europa di oggi, anche se con questo episodio tramonta definitivamente il ruolo del ramo Savoia-Carignano che pure ha avuto grandi Re, da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele II, l’artefice dell’unità d’Italia, a Vittorio Emanuele III, il Re Soldato, a Umberto II al quale gli italiani non saranno mai sufficientemente grati per aver, in un momento difficile per la Dinastia, rinunciato a contestare nei fatti il referendum istituzionale del 1946 perché “un Re unisce” e non avrebbe mai potuto sopportare di essere responsabile di una guerra civile come i comunisti si stavano preparando a fare.

Ma siccome le monarchie sopravvivono nella storia dei popoli e delle Nazioni agli errori e alla incapacità dei propri componenti, anche in questo caso la storia ci consegna un erede degno del nome Savoia, quello del ramo Aosta che deriva sempre dal ceppo principale, cioè da uno dei figli di Vittorio Emanuele II, il principe Amedeo che sarà anche per un breve periodo re di Spagna, insignito dal padre del titolo di Duca d’Aosta. Un ramo prolifico, quello dei Savoia-Aosta, che ha dato alla Famiglia ed all’Italia personaggi di altissimo livello, come Emanuele Filiberto, il Comandante dell’“invitta” Terza Armata della Prima Guerra Mondiale, Luigi, Duca degli Abruzzi e poi Amedeo, l’eroico difensore dell’Amba Alagi, al quale gli inglesi prestarono gli onori delle armi per come aveva, con scarsità di mezzi e di uomini, difeso quel lembo dell’Impero. E rimane il nome dell’eroe nel nipote, figlio del fratello Aimone, designato Re di Croazia con il nome di Tamislavo II, Amedeo Duca d’Aosta, recentemente scomparso, e ne assume il ruolo di Capo della Casa il figlio Aimone del quale, chiunque lo ha conosciuto non può che dire della grande capacità dimostrata nella sua attività professionale come altissimo manager della Pirelli in Russia, incaricato Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) presso la Federazione russa. Un’attività professionale elevata, grandi capacità di relazioni, il senso della storia della sua Casata, una bella famiglia, la moglie Olga di Grecia, tre figli Umberto, Amedeo e Bianca, una speranza per i monarchici italiani. Una speranza e una fiducia che si è alimentata proprio in questi giorni dall’immagine non proprio esaltante dei partiti politici italiani alla ricerca del nuovo Presidente della Repubblica, nell’incertezza di quali requisiti debba avere per risiedere al Quirinale.

Tornando ai gioielli rivendicati dal Principe Vittorio Emanuele, l’iniziativa, oltre ché assolutamente inopportuna è anche giuridicamente infondata. La richiesta nasconde evidentemente non il desiderio di utilizzarli come i loro avi, cosa che non è semplice e non è nel costume del momento, ma evidentemente per venderli a pezzi, un insulto alla storia della Famiglia e alla storia dell’arte che sta dietro queste straordinarie composizioni. I gioielli “della Corona”, ai sensi dell’art. 19 dello Statuto Albertino, fanno parte della “dotazione” della Corona e sono, quindi, di proprietà dello Stato. E ne era tanto consapevole il Re Vittorio Emanuele III che, anche su sollecitazione della Regina Elena, li aveva trasferiti da villa Savoia al Quirinale, per metterli a disposizione dello Stato nel caso ci fosse stato bisogno per le difficoltà che l’Italia si trovava ad affrontare nel primo dopoguerra. C’è, inoltre, un fatto di facile interpretazione. Se Re Umberto avesse ritenuto i gioielli proprietà privata della Famiglia li avrebbe portati con sé In Portogallo. Non lo ha fatto dando dimostrazione di quella signorilità, di quella capacità di incarnare la storia della famiglia Savoia che i suoi nipoti e bisnipoti dimostrano di non essere in condizioni di interpretare.

Aggiungiamo che, se i gioielli fossero dati a Vittorio Emanuele, trattandosi di opere di carattere storico artistico, lo Stato italiano potrebbe dichiarali beni di interesse culturale ai sensi dell’art. 13 del Codice dei Beni Culturali (“notifica”) e quindi impedirne l’esportazione e la vendita.

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