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Giustizia tra referendum e buon senso

di Salvatore Sfrecola

In materia di Giustizia, che mi ostino a scrivere con la lettera maiuscola, di errori ne sono stati commessi tanti, dalla classe politica e dai magistrati. Ma pensare di risolvere problemi complessi e antichi, di grande rilevanza per gli italiani, con una serie di referendum abrogativi di alcune norme, mi sembra una scelta assolutamente inadatta, con il rischio che i problemi che si vorrebbero risolvere si potrebbero aggravare sensibilmente. Come cercherò di dire più avanti.

È vero, come scrive Daniele Capezzone oggi su La Verità, che, a proposito della normativa all’esame del Parlamento sulle cosiddette “porte girevoli”, cioè sul passaggio dalla magistratura alla politica e ritorno, “un intervento da minimo sindacale… è stata necessaria al governo una mediazione spossante”. Per cui “in queste condizioni, qualcuno pensa che questo governo e questo Parlamento possano farsi carico di interventi profondi in materia di giustizia? Decisamente no”. Sono le ragioni del ricorso ai referendum promossi dalla Lega e dal Partito radicale “la chance di disarticolare la corporazione togata che nessuno osa sfiorare”, come titola il pezzo di Capezzone. Che dice molto sui rapporti fra politica e magistratura influenzati da un duplice arroccamento: dei politici, ostili al controllo di legalità delle magistrature (perché in questo sono coinvolti anche i magistrati amministrativi e contabili, cioè TAR-Consiglio di Stato e Corte dei conti), e dei magistrati alcuni dei quali ritengono sia compito loro farsi interpreti della volontà popolare, anche al di là della lettera della legge.

Sbagliano entrambi, perché in un ordinamento democratico e liberale nessuno può essere sottratto al controllo di legalità, cioè alla verifica della conformità degli atti compiuti nell’esercizio delle rispettive funzioni, escluse quelle che costituiscono espressione di opinioni (art. 68, comma 1, della Costituzione). E questo è evidente nel caso di politici che, in funzione di amministratori pubblici, violino norme di legge relative alla gestione delle risorse di bilancio, per esempio, in materia di contratti pubblici, quando vengono favoriti alcuni partecipanti ad una gara. E si scopre che dietro c’è la classica mazzetta o l’ossequio a poteri criminali.

Sbagliano d’altra parte i magistrati che devono applicare la legge così come il Parlamento sovrano l’ha voluta e non farsi promotori di una interpretazione sociologica, che poi è politica, che agli occhi dei cittadini è negazione di quell’indipendenza della quale si alimenta l’autorevolezza dei magistrati.

In questo contesto di contrapposizioni manichee ogni ipotesi di riforma diventa difficile perché, se è giusto che la politica ascolti i tecnici, e quindi interpelli i magistrati come ascolterebbe gli ingegneri, i medici ed professori universitari, quando discute norme che riguardano l’esercizio delle funzioni di queste categorie, perché è necessario comprendere gli effetti di una certa norma su chi opera concretamente, la politica deve assumersi le proprie responsabilità anche quando l’Associazione Nazionale Magistrati (A.N.M.) non è d’accordo. Ma non va bene neppure quando sembra che si voglia, da parte della politica, una sorta di resa dei conti evidente in alcune norme limitatrici delle funzioni magistratuali delle quali la stampa comprende le ragioni come quando scrive “tagliamo le unghie ai pubblici ministeri”.

In questo contesto confuso, nel quale a subire danni sono soprattutto i cittadini, quando si trovano a che fare con la giustizia per i tempi lunghi di quella civile e penale (dice Piercamillo Davigo che gli uffici giudiziari sono intasati da procedimenti che dovrebbero essere definiti altrove e da ricorsi ed appelli che in altri ordinamenti non sono consentiti), il ricorso ai referendum pare a molti politici una scelta che tolga loro le castagne dal fuoco, cioè le questioni più spinose, consentendo poi a Governo e Parlamento di riprendere le fila delle riforme mettendo mano alle correzioni delle norme che residuano per effetto del taglio referendario.

Aggiungo che è per me motivo di grande disagio il fatto che il Centrodestra, a cominciare da Forza Italia,proseguendo con la Lega è scatenato sulla riforma della Giustizia, concepita quasi in tono punitivo nei confronti dei magistrati. Atteggiamento diffuso in politica considerato il modesto livello della nostra classe partitica e parlamentare. È un motivo di disagio perché ritengo che un Centrodestra, ispirato a principi liberali e al pensiero conservatore, debba avere alto il senso dello Stato, considerato che, ai fini della pacifica convivenza dei cittadini, il ruolo della magistratura è essenziale. E se ci sono cose che non vanno è la politica che deve provvedere in Parlamento. E così secondo me andrà a finire, perché un governo responsabile non può esimersi dal definire i temi in discussione.

Vediamo quali sono i più significativi: quello che intende introdurre la responsabilità civile diretta dei magistrati, gli altri che prevedono la separazione delle carriere e la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.), l’organo di gestione delle carriere.

Comincio da quest’ultimo argomento, sul quale mi sono soffermato più volte convinto che molti dei mali della giustizia derivino dalla preponderante presenza delle correnti nella assegnazione dei posti di funzione più delicati, le presidenze delle Corti d’appello e dei tribunali, i posti di Procuratore Generale delle Corti d’appello e di Procuratore della Repubblica, funzioni di vertice, direttive si dice, che richiedono specifica professionalità e grandissimo equilibrio, forse la dote più importante di un magistrato, posto che la conoscenza del diritto è il minimo che si deve richiedere a chi indossa la toga.

La riforma del C.S.M. è richiesta a gran voce da chi ritiene che la presenza preponderante delle correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati (A.N.M.) abbia un effetto distorsivo sulle assegnazioni alle funzioni più rilevanti. Nel corso del tempo, infatti, le correnti di pensiero, se vogliamo definirle così, da luogo di discussione e di approfondimento di tematiche professionali sono divenute spesso sedi di elaborazione di tesi di politica del diritto contigue ad aree partitiche presenti in Parlamento. Per cui non avere alle spalle una corrente rende difficile una nomina, tanto è vero che spesso i Tribunali Amministrativi Regionali sono intervenuti ad annullare nomine decise dal C.S.M. non adeguatamente motivate in ordine ai requisiti che hanno sorretto la scelta effettuata.

Il referendum, dunque, vorrebbe abrogare le norme vigenti perché fosse stabilito un diverso criterio di scelta dei componenti togati oggi condizionata dall’appartenenza alle correnti, per cui il magistrato eletto con il supporto di una corrente a questa finirà naturalmente per fare riferimento al momento delle decisioni più importanti. Si sono proposte varie alternative, la più valida delle quali, a mio giudizio, è il sorteggio dei componenti togati tra quanti hanno determinate caratteristiche di anzianità e di funzioni esercitate.

Un altro dei quesiti referendari attiene alla responsabilità civile del giudice che si vorrebbe “diretta”, secondo il principio, che Francesco Storace ha evocato ieri su Il Tempo, in prima con un titolo a tutta pagina, “chi sbaglia paga”. Principio sacrosanto, perché non è dubbio che il magistrato che sbaglia con dolo, ma anche con colpa grave, che, ricordiamolo, è una gravissima trascuratezza dei doveri professionali, non può non essere soggetto ad una sanzione. Si tratta di capire quale tipo di sanzione e quale è il rapporto che deve intercorrere fra chi ha subito un danno, il magistrato che lo ha prodotto e lo Stato, “datore di lavoro” del magistrato.

Ora non è dubbio che la posizione del magistrato che decide “in nome del popolo italiano”, che rappresenta lo Stato, non come organizzazione ma come ordinamento, debba rendere conto di quello che ha fatto ed è giusto che il soggetto che è stato danneggiato sia risarcito. A mio giudizio dallo Stato, non direttamente dal magistrato, per la semplice considerazione che se si mettessero i magistrati nella condizione di doversi preoccupare degli effetti patrimoniali delle loro decisioni nei confronti delle parti in causa ne risulterebbe limitata la loro indipendenza. Immaginate il caso di un giudice civile, amministrativo o contabile chiamato a decidere di una controversia di grandi proporzioni nella quale le parti siano capitani d’industria o grandi banchieri, personaggi che, in caso di soccombenza, possono minacciare un consistente risarcimento, magari solamente per intimidire il giudice.

Credo che la soluzione giusta sia quella di lasciare allo Stato il dovere di esercitare un’azione disciplinare, anche a contenuto sanzionatorio dal punto di vista economico, nei confronti del magistrato se ha sbagliato per colpa grave. Ma il risarcimento diretto sarebbe una grave limitazione della indipendenza del giudice. E questo dell’indipendenza è un valore per la società che non può essere messo in discussione. Perché, comunque, l’indipendenza del giudice è un valore che va assolutamente tutelato nell’interesse dei membri della comunità intera. Una indipendenza che deve essere reale perché, ad esempio, certe appartenenze politiche, esplicitate magari anche attraverso la partecipazione a convegni, congressi e pubblicazioni di partito ledono gravemente l’immagine di indipendenza del magistrato.

È un problema molto delicato come quello delle cosiddette “porte girevoli” perché non è ammissibile che un magistrato entri in politica, magari per aver acquisito una notorietà per effetto di aver esercitato alcune funzioni, sia eletto deputato o di senatore o incaricato di reggere un ministero e poi ritorni nei ruoli della magistratura. Questo deve essere assolutamente escluso, anche perché il magistrato sarebbe sospetto di avere esercitato le sue funzioni non in modo imparziale, proprio per precostituirsi la chiamata dalla classe politica. Ne abbiamo avuto di casi che hanno gettato un pesante discredito sulla Magistratura. Casi isolati ma tuttavia noti e capaci di ledere agli occhi dei cittadini l’immagine dell’intero Ordine giudiziario.

Ultimo quesito referendario che prendiamo in considerazione è quello che attiene alla separazione delle carriere, tra giudici e pubblici ministeri, perché il magistrato giudicante sia nettamente distinto dal magistrato inquirente. Questo è un argomento che piace a molti, ma io credo che sia in parte un falso problema. Con due ruoli separati avremmo l’effetto di istituire un Pubblico Ministero del tutto autonomo, svincolato dall’ordine dei giudici e pertanto anche privato di quella esperienza dell’esercizio delle funzioni giudicanti, laddove si esprime il massimo della indipendenza.

Cominciamo col dire che molte delle cose che non vanno in Magistratura derivano proprio dalla gestione che delle nomine e delle assegnazioni fa il C.S.M.. Sarebbe, infatti,  opportuno, come accadeva un tempo, che alle Procure fossero assegnati magistrati che abbiano svolto per un certo tempo funzioni giudicanti. Perché il Pubblico Ministero non è, come dice qualcuno, il magistrato “dell’accusa” ma colui che, in nome dello Stato-ordinamento esercita l’azione penale, che è obbligatoria proprio per garantire l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.

Ma, si dice, giudici e pubblici ministeri sono colleghi, sono amici. Il Giudice non dice no al pubblico ministero che chiede, per esempio, il rinvio a giudizio. Questo non è vero, perché statisticamente è chiaro che non è così; perché sono due funzioni diverse che nel momento in cui vengono esercitate condizionano la persona, mentre il rischio della separazione delle carriere è quello di fare del Pubblico Ministero un super poliziotto, con effetti dannosi ulteriori rispetto a quelli che possiamo rilevare già oggi a seguito della riforma del processo, intestata a Vassalli, con la quale si è abolito il pretore che era un istituto sacrosanto, un giudice che conosceva il territorio e gli ambienti. Nello stesso tempo è stato abolito anche il giudice istruttore, altro istituto che, molto apprezzato anche dagli avvocati, favoriva una decisione in tempi brevi.

Ebbene, analizzati anche per sommi capi i quesiti referendari io credo che gli effetti della normativa così definita creerebbe effetti perversi, un danno maggiore di quello che si vorrebbe evitare.

Al fondo c’è anche un altro problema, quello della selezione dei magistrati che deve essere severa, sia all’ingresso in carriera, attraverso la verifica della conoscenza del diritto, che mi pare esigenza minima, e dell’equilibrio della persona, sia nel corso della assegnazione a funzioni superiori. Perché il magistrato, prima di essere un bravo giurista, deve essere una persona equilibrata. So bene che nel dibattito politico c’è una grave preoccupazione per valutazioni di carattere psicologico che potrebbero essere fonte di discriminazioni. Però credo che una prova scritta ben congeniata letta non solo da un giurista ma anche da uno psicologo o comunque da magistrati di grande esperienza metterebbe in risalto eventuali distorsioni caratteriali, come certe manie di protagonismo che potrebbero già emergere nello scritto di un aspirante magistrato.

Da ultimo, voglio dire una cosa che mi pare importante. Gli italiani sono un grande popolo che proviene da una straordinaria storia di cultura, di arte, di pensiero anche istituzionale. Tuttavia è anche un popolo che, a lungo sottoposto a occupazioni di francesi, spagnoli ed austriaci oltreché di governanti non di rado cialtroni, non ha acquisito senso dello Stato ma si è alimentato, per sopravvivere ed evitare le angherie del potere, di furbizie, alla ricerca di soluzioni truffaldine, come si legge ogni giorno aprendo il giornale, da ultimo a proposito del bonus per l’edilizia e del reddito di cittadinanza. Un popolo che ha una certa tendenza a violare le norme, quando può, appena può. Per cui nei confronti dei giudici il suo atteggiamento è a volte timoroso, più spesso critico. Ed alcune parti politiche sperano di fare il pieno dei voti in referendum dei quali poco la gente ha compreso se non che si devono “punire” i giudici, tutti, non solo quelli che sbagliano. E questo non è un atteggiamento produttivo di effetti virtuosi.

Stiamo a vedere.

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