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L’elezione di Sergio Mattarella in piena crisi “di sistema”

di Salvatore Sfrecola

“Un sistema in rovina”, ha scritto Marco Damilano nel suo editoriale su L’Espresso, all’indomani dell’elezione bis di Sergio Mattarella al Quirinale. Cioè una crisi “di sistema”, certificata dall’incapacità dei partiti di individuare una alternativa, nel diffuso timore della maggioranza che l’elezione di un candidato presentato dal Centrodestra potesse preludere ad una crisi di governo ed allo scioglimento anticipato delle Camere, del resto chiesta a gran voce da tempo da Lega e Fratelli d’Italia. Una crisi che parte da lontano, plasticamente rappresentata dal fatto che da anni l’Italia è governata da Presidenti del Consiglio estranei ai partiti, da Dini a Ciampi, da Monti a Conte, a Draghi. Ugualmente i ministeri più squisitamente “politici”, dall’interno alla giustizia, dall’economia alle infrastrutture, dall’istruzione all’università, sono affidati a tecnici. Come i ministeri per l’innovazione e la transizione ecologica. È il fallimento dei partiti, i quali nascono come associazioni di cittadini “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”(art. 49 Cost.), cioè per immaginare e realizzare, ove abbiano responsabilità di governo, l’indirizzo politico emerso dalle urne. Partiti in crisi “irreversibile”, ha scritto Riccardo Pedrizzi, che dimostrano di non disporre di personalità da candidare per quelle posizioni governative.

Ugualmente i partiti si sono dimostrati inadeguati ad incidere sulle scelte politiche in un Parlamento mortificato dai tempi ristretti che la legislazione emergenziale riserva all’approfondimento dei decreti-legge ed in genere della legislazione più importante, approvata sistematicamente con ricorso al voto di fiducia. Anche il bilancio dello Stato, la legge più importante, quella che definisce ogni anno le scelte per le politiche pubbliche attraverso la individuazione delle risorse che vi sono destinate, è stato approvato alla vigilia del termine ultimo per evitare il ricorso all’esercizio provvisorio (31 dicembre), in pratica discusso solo da una Camera.

Il nostro, dunque, è un Paese che “si avvia serenamente verso l’ingovernabilità”, scrive Giovanni Orsina (“Una costituente per rispondere alle sfide che ci attendono”). Ed emerge un desiderio di “decisionismo”, che assume in taluni la forma del presidenzialismo, come ricorrente espressione del desiderio del “padre autoritario e intransigente che decide lui per tutti”, aveva scritto Michele Ainis fin dal 2006 (“Vita e morte di una Costituzione”). Chi chiede un presidente eletto a suffragio universale il più delle volte lo fa immaginando che prevalga una personalità della propria parte politica. In particolare il Centrodestra, che i sondaggi dicono maggioritario nel Paese. Eppure i partiti su quella sponda stentano ad esprimersi con sufficiente coesione, come hanno dimostrato nell’elezione di Sergio Mattarella alla quale sono giunti in ordine sparso e si sono fatti giocare dall’abile segretario del Partito Democratico che li ha fatti andare allo scoperto con candidature sistematicamente bocciate.

E viene spontanea una domanda. Se, invece che presentarli all’assemblea dei 1009 grandi elettori, Moratti, Nordio e Pera, con l’aggiunta della Alberti Casellati, o dello stesso Berlusconi, fossero stati candidati per una elezione popolare diretta, chi sarebbe stato eletto dagli italiani Presidente della Repubblica? Non ho dubbi che sarebbe stato eletto Sergio Mattarella, espressione di un cartello delle sinistre che da sempre cura la presenza sui territori, nelle strutture delle amministrazioni pubbliche, nella cultura, nei giornali. Chi non ha avuto occasione di conoscere quelle iniziative che raggruppano sotto l’aggettivo “democratici” i genitori, i giornalisti, i giuristi e via discorrendo?

Ed è certo che, parlamentare o presidenziale che sia la repubblica, il presidente sarà sempre espressione di una maggioranza politica le cui idee l’eletto vorrà affermare nei suoi sette anni di presidenza anche per preparare la sua successione ad un altro soggetto della stessa parte politica.

Considerata, dunque, la realtà del corpo elettorale, che a destra rivela un diffuso assenteismo, al di là delle personali preferenze istituzionali, proporre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica è per il Centrodestra un azzardo politico ed una illusione istituzionale.

È un azzardo politico, perché la coalizione di partiti che farà eleggere il proprio candidato è destinata a consolidarsi. Ed è improbabile che sia di Centrodestra.

È un’illusione istituzionale, perché affida ad una formula costituzionale la salvezza d’Italia, la sua governabilità, trascurando che il semipresidenzialismo alla francese, il più probabile, è stabile solamente se la maggioranza parlamentare e quella che ha eletto il presidente coincidono.

Per governare l’Italia non serve un padre-padrone, nella speranza che sia “dei nostri”, un uomo “forte” o “della Provvidenza”, a seconda dei gusti letterari e storici di ciascuno, ma una profonda revisione delle istituzioni della politica, prima tra tutte dei partiti, perché all’elettorato sia restituito il gusto di scegliere persone che, forti dell’indipendenza che proviene loro dal consenso popolare, siano capaci di esprimere un indirizzo politico coerente con gli orientamenti dell’opinione pubblica.

Basta leggere un po’ di storia e di diritto, o, come si dice, di “ingegneria costituzionale comparata”, per comprendere come con una legge elettorale basata su collegi uninominali, con un Parlamento forte, la governabilità sarebbe assicurata ed un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale ben potrebbe essere veramente il custode della Costituzione, garante dell’equilibrio dei poteri.

Non dobbiamo andare lontano nello spazio e nel tempo, perché il sistema elettorale del Regno Unito garantisce da sempre la formazione di una classe politica di elevata cultura istituzionale, sorretta da un consenso che rafforza i governi, contestualmente stimolati da una opposizione che ha un suo statuto e incalza la maggioranza. Ce lo hanno insegnato illustri scienziati della politica da Duverger, a Sartori, a Maranini, la democrazia ha bisogno non solo della minoranza ma di una opposizione forte, qualificata.

Nei partiti prevale, invece, la propensione per un sistema elettorale proporzionale variamente configurato. I più seri lo vorrebbero “alla tedesca” con una elevata soglia di sbarramento (5%), fortemente ostacolata dai “cespugli”, i partitini satelliti che ondeggiano nei sondaggi tra l’1 e il 2%. E si confermano ostili al voto di preferenza, perché i vertici dei partiti vogliono un Parlamento di nominati, non di eletti.

Quanto, poi, alla ricorrente ipotesi di affidare ad un’Assemblea costituente la revisione dell’attuale Costituzione, c’è da domandarsi con quali uomini potrebbe essere costituita, posto che non s’intravedono oggi nel mondo politico personalità del calibro di Calamandrei, Einaudi, Meucci o Mortati, e neppure possibili emuli dei politici che nel 1946-47 lavorarono al testo della Costituzione, da Amendola a Cappi, da Codacci Pisanelli a Fanfani a Leone, a Moro, a Terracini per fare qualche nome.

(articolo destinato ad Opinione Nuove)

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