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Accoglienza ed integrazione, capire le differenze

di Salvatore Sfrecola

L’ondata di profughi provenienti dall’Ucraina, che fuggono sotto le bombe dell’esercito di Putin, consente di tornare su alcune riflessioni corroborate dalle parole delle persone intervistate da giornali e telegiornali. Tutte ringraziano per l’accoglienza ma esprimono immediatamente il desiderio di poter tornare quanto prima a casa. E questo ci consente qualche considerazione sull’attaccamento alla propria terra di questa gente orgogliosa, che non vuole perdere la propria identità e che, pur accolta nei paesi occidentali più evoluti, dove è possibile anche ottenere un posto di lavoro, come sta accadendo in Italia, desidera comunque tornare in Ucraina, evidentemente non soltanto per recuperare una casa, che spesso non c’è più, ma perché quella è “la” patria.

Nonostante la confusione delle idee che caratterizza la politica in Italia, accoglienza ed integrazione sono due cose diverse. Come insegna la storia di Roma antica che è stata sempre accogliente ma che integrava soltanto coloro i quali si sentivano parte della romanità, delle sue leggi e dei suoi valori. Può sembrare una sfumatura ma vivere in un paese, studiare nelle sue scuole e parlarne la lingua non significa essere integrato, cioè aver fatto propri i valori della comunità nella quale si vive.

Qualche esempio ce lo fa capire molto meglio delle elucubrazioni sciocche di quelli che ritengono che i ragazzi che studiano nelle nostre scuole o che partecipano alle attività sportive sono italiani “a tutti gli effetti”, e, pertanto, dovrebbe essere loro riconosciuta la cittadinanza italiana. Non è così, perché l’accoglienza può comportare, come comporta già oggi il godimento dei diritti di partecipazione alle attività scolastiche, alle attività sportive, al pari di tutti coloro che risiedono sul territorio, compreso il diritto alle cure sanitarie. Ma la cittadinanza, cioè il diritto di voto ed il “sacro dovere” di difendere la Patria, come si esprime l’art. 52 della Costituzione, deve essere riconosciuto esclusivamente a chi è cittadino italiano e la cittadinanza deve essere attribuita solamente a chi, al termine di un periodo di permanenza sul territorio, si sente italiano, condivide la storia, le tradizioni, i valori di questa terra.

Qualche esempio, come dicevo, ci fa comprendere meglio. Tutti ricorderanno il giovane, un bambino, che, trovandosi in uno scuolabus insieme ad altri compagni sequestrati da un pazzo terrorista, ha avuto la freddezza e il coraggio di avvertire i Carabinieri e quindi di consentire un intervento in condizioni difficili che ha salvato tutti i suoi compagni. Quel valoroso ragazzo è stato giustamente lodato e gli è stata concessa la cittadinanza italiana, come se fosse un regalo, una medaglietta. E qui sta l’errore, perché quel giovane coraggioso, di origini egiziane, non si sente “italiano a tutti gli effetti” ma egiziano. E giustamente. Perché mai dovrebbe ripudiare una storia straordinaria plurimillenaria che tutti abbiamo imparato a conoscere ad ammirare sui libri di storia? Infatti, qualche giorno dopo si è fatto fotografare con sulle spalle la bandiera dell’Egitto. Per lui il “padre della patria”, come ho scritto in un articolo su La Verità, non è, come per la maggior parte degli italiani, Vittorio Emanuele II ma probabilmente un faraone, forse Ramses II. Perché sradicarlo dalla sua storia? Lui vive in Italia è accolto bene, gode di tutti i diritti, perché dovrebbe essere chiamato a votare per il futuro dell’Italia o ad imbracciare un’arma per difenderla?

Un altro esempio significativo per coloro i quali ritengono che studiare in una scuola italiana faccia di uno straniero accolto e accettato per le sue caratteristiche di persona straniera un italiano “a tutti gli effetti”. Anche qui un episodio di cronaca. Si commemorano le vittime del Bataclan, quel locale parigino dove giovani uomini e donne sono stati uccisi mentre si divertivano. come si divertono i giovani occidentali, con la musica, il canto, il ballo. Ebbene, coetanei anzi coetanee di quelle vittime, ragazze che studiano in una scuola italiana, quando è stato chiesto anche a loro, come a tutti gli altri compagni, di ricordare con un minuto di silenzio in piedi quelle vittime uccise da un terrorista islamico, quelle ragazze di religione islamica non si sono alzate in piedi. E qui una ulteriore riflessione perché vuol dire che coloro che considerano “italiani a tutti gli effetti” quanti studiano nelle nostre scuole non hanno percepito che la frequenza di un corso di studi non comporta automaticamente l’integrazione se non c’è condivisione dei valori di libertà, di tolleranza, di rispetto delle idee altrui che da sempre caratterizzano l’Italia e gli italiani, fin dai tempi dell’antica Roma. Che, ripeto, era accogliente e tollerante ma pretendeva che fossero condivisi i valori della romanità e rispettate le regole dell’Urbe.

Due esempi, ma se ne potrebbero fare tanti, come l’opposizione della famiglia agli affetti che una ragazza islamica può esprimere nei confronti di un “infedele”, giovani donne spesso letteralmente sequestrate, quando non eliminate come è accaduto alla diciottenne Saman Abbas, uccisa dallo zio per incarico dei genitori per difendere l’“onore” della famiglia, perché la ragazza desiderava non le fosse imposto un matrimonio con persona non amata.

Allora i partiti politici i quali sostengono che risiedere in Itali ed essere accolti nella comunità e nelle nostre scuole fa di questi automaticamente degli italiani è una affermazione sbagliata, evidentemente frutto di un appiattimento su interessi politici, magari alla ricerca di qualche voto in più dai neo cittadini.

Dovrebbe insegnare anche l’esperienza di quei terroristi che in Francia e in Belgio nei mesi scorsi hanno compiuto attentati. I giornali e le televisioni hanno ricordato che quelli sono francesi o belgi “di seconda generazione”, senza dimostrare di capire perché in quelle persone si annidano tanti terroristi. Infatti, se gli immigrati di prima generazione, che sono stati accolti spesso anche in condizioni, va detto, non particolarmente felici, impiegati in lavori umili, emarginati rispetto ai grandi centri urbani, hanno dovuto in qualche modo accontentarsi, perché quella condizione era comunque migliore di quella che lasciavano nel paese di provenienza, i loro figli la pensano diversamente. E covano nei confronti dell’ambiente e del paese nel quale vivono un forte risentimento, non soltanto per le condizioni difficili nelle quali si sono trovati a vivere i loro familiari ma perché, proprio in ragione di questa acrimonia, sono naturalmente attratti dai valori della cultura dei paesi di provenienza e della loro religione per concludere che l’Occidente è corrotto, anche perché qui le donne girano con le gonne corte, fanno vedere le gambe e mostrano impunemente le chiome che tanto attirano lo sguardo degli uomini. E quindi sono per loro disponibili e aggredibili.

Per persone che soffrono di questo disagio sociale la cultura, e quindi la religione dei padri, ha una speciale attrazione. E siccome religione e politica nei paesi di provenienza costituiscono una endiadi ben nota questi “cittadini” europei vengono facilmente arruolati dalle formazioni terroristiche che in certi ambienti del Medio Oriente costituiscono una risposta politica e militare all’Occidente “corrotto”.

Una classe politica seria queste cose le comprende e le capisce e, senza far venir meno l’accoglienza che è espressione della nostra civiltà, e limita, non i diritti fondamentali di libertà, di manifestazione del pensiero, di circolazione, di riunione e di associazione, di studiare e di intraprendere una professione, di essere curato, ma quei diritti che sono collegati alla cittadinanza, cioè a quella identità che fa di una massa di persone un popolo e una nazione, il diritto di voto e il dovere “sacro” di difendere la Patria. Un diritto e un dovere che percepisce solamente chi è effettivamente integrato nel nostro contesto sociale.

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