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Quei pregiudizi di Brunetta sulla PA

La riforma della Pubblica Amministrazione stenta ancora a decollare. Il forzista nega lo smart working temendo di fare un piacere agli sfaticati. Invece migliora l’efficienza

di Salvatore Sfrecola

Il richiamo di Mario Draghi a Camillo Benso di Cavour ed alle sue riforme amministrative, in occasione del discorso di presentazione del Governo alle Camere, aveva fatto ben sperare. Un’aspettativa presto delusa. Infatti, il Ministro per l’amministrazione, Renato Brunetta, si è confermato, come nella precedente esperienza governativa nello stesso incarico, un osservatore teorico della Pubblica Amministrazione, condizionato da luoghi comuni che non fanno fare un passo avanti ad una esigenza di riforma fondamentale per ogni Governo il cui programma viene realizzato nella misura in cui la struttura ministeriale è adeguata alle esigenze. Il che vuol dire distribuzione delle attribuzioni e delle competenze e procedimenti che tengano conto dei tempi dell’economia, per quanto riguarda i privati e le imprese.

Riordinare la P.A., che oggi risulta da una stratificazione di attribuzioni realizzatasi nel tempo, spesso in ragione di esigenze elettoralistiche, è certamente opera molto impegnativa. Ma non si è fatta neppure la mossa, se non cambiando qualche denominazione per soddisfare soprattutto l’immagine, come spesso accade in Italia. Dove, ad esempio, avendo oltre 8mila chilometri di coste manca un ministero del mare che assommi le molteplici competenze ambientali e di grande rilievo economico collegate ad una risorsa straordinaria che ci dice della pesca, del turismo, della possibile dissalazione dell’acqua a scopi di uso agricolo o industriale. Ad esempio, è passata in cavalleria l’idea di promuovere il cabotaggio, anche per carenze di infrastrutture che colleghino molti porti minori, ma essenziali alla distribuzione delle merci, alle autostrade ed alle ferrovie.

E così le cronache ci dicono che i ministri dell’amministrazione si gloriano soprattutto di aver patrocinato il controllo delle presenze, ovvero dei “cartellini”, secondo la vulgata giornalistica, certamente essenziale, anziché quello dell’attività concretamente dispiegata dagli impiegati. Con l’effetto di demonizzare i pubblici dipendenti nel loro complesso anziché richiamare il loro orgoglio di servitori dello Stato. E così il Prof. Brunetta che, sospettiamo, non si è mai seduto accanto ad un funzionario per capire come si istruisce e si decide una pratica e con quali tempi, considerato che il tempo è un costo per il privato e per le imprese, oggi se la prende con i dipendenti che hanno lavorato da casa e potrebbero ancora farlo, ovviamente nei settori nei quali è possibile.

“Basta fare finta di lavorare!”, si è sentito dire. È l’idea che dello smart working, ossia del lavoro agile, ha il Ministro. E così se ne è uscito con uno slogan che nella migliore delle ipotesi è offensivo, ma soprattutto è privo di qualsiasi riscontro oggettivo del fenomeno che ha avuto il suo esordio ai tempi delle limitazioni dovute alla pandemia. Di più, il ministro offende i dirigenti della Pubblica Amministrazione i quali hanno i compito di distribuire, controllare e certificare il lavoro effettuato da casa. Una condizione che non ha diminuito la produttività ma spesso l’ha agevolata, consentendo anche prestazioni quantitativamente superiori a quelle effettuate in ufficio dove l’intervallo per un caffè non si nega a nessuno ed è spesso frequente.

Figlio di una visione di pregiudiziale diffidenza verso i pubblici dipendenti, propria di una visione aziendalistica della P.A., che dovrebbe spingere alla riforma anziché limitarsi a slogan, il Prof. Brunetta, avendo una conoscenza teorica ab externo degli uffici pubblici ha in gran dispitto gli operatori delle amministrazioni che un tempo si volevano impiegare in forme di telelavoro. Lo ricorderanno i nostri lettori.

E così il Ministro ha di fatto obbligato al rientro tutti quei lavoratori le cui mansioni potrebbero perfettamente essere svolte da casa, con maggior serenità, produttività, a costi azzerati e impatto ambientale zero, alleggerendo in primo luogo il settore dei trasporti che in una città come Roma è particolarmente critico.

È una sorta di disprezzo ideologico quello che taluni politici riservano alla P.A., con l’effetto di dar vita a riforme che non sono tali, se non nella visione antiquata e superficiale dell’amministrazione alla quale la politica dovrebbe riservare la massima attenzione nell’interesse degli utenti dei servizi pubblici per i quali gli adempimenti richiesti da leggi, spesso assolutamente inadeguate, condizionano pesantemente l’economia dei singoli e delle imprese.

Ed è certo che se un settore cruciale per il funzionamento della Pubblica Amministrazione è assegnato ad un teorico, allora vuol dire che le parole legalità, efficienza, efficacia ed economicità sono uno slogan, come citare il Conte di Cavour che, a differenza di Brunetta, la riforma dell’amministrazione l’aveva fatta veramente, riordinando apparati e procedimenti. Dando concreto avvio allo sviluppo economico e sociale del Regno di Sardegna.

(da La Verità, 15 aprile 2022)

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