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A ben vedere quello di Putin è un attacco all’Europa

di Salvatore Sfrecola

La decisione di Finlandia e Svezia, in adesione ad un largo consenso popolare, di chiedere di entrare a far parte della NATO dimostra che l’azione russa in Ucraina è contro l’Europa che, sul piano politico, ha fallito. Infatti, se l’Unione Europea, considerata la storia del continente, la sua potenza economica e industriale, avesse anche la capacità di esprimere una politica estera comune e disponesse di una adeguata forza militare i due paesi scandinavi non avrebbero sentito il bisogno, per difendersi, di chiedere di entrare nella NATO.

Indubbiamente, l’azione della Federazione russa, che invade uno stato libero e autonomo nel cuore del Continente, contestualmente destando preoccupazione negli ex satelliti dell’URSS, repubbliche baltiche, Polonia, Moldavia, Romania, non è stata ritenuta indifferente a Bruxelles, ma anche a Londra e a Parigi, un po’ meno a Berlino, dove sembrano prevalere interessi economici e commerciali nei rapporti con la Russia di Putin. Infatti, Regno Unito, Francia e gli altri paesi europei, compresa l’Italia, si sono dimostrati immediatamente disponibili non solo ad accogliere i profughi ucraini ma anche a fornire mezzi militari adeguati all’esercito ucraino per consentirgli di respingere l’avanzata delle truppe russe. Cosa che le armate di Kiev hanno fatto egregiamente, facendo fallire quella che doveva essere un’operazione lampo di occupazione dell’Ucraina, con cattura di Zeleski e la sua sostituzione con una presidenza “fantoccio”. Quel fallimento sul campo, reso evidente dall’incapacità delle truppe corazzate di procedere se non in strade dove i mezzi con la Z bianca sono stati facile bersaglio dei missili terra-terra, ha messo in risalto anche la inadeguatezza delle forze armate russe che hanno dimostrato di non essere così potenti come generalmente si riteneva. Tanto è vero che l’aspirante zar, senza offesa a Pietro il Grande, ha ben presto minacciato il ricorso ad armi nucleari tattiche, opzione naturale per chi non riesce a vincere con le armi convenzionali.

L’attacco all’Europa e la condizione di debolezza politica e militare che l’Unione ha certificato in questi tempi sono ragione di preoccupazione non solamente degli stati europei ma a livello globale, di fronte all’aggressività russa cinese nei confronti di Taiwan e in presenza di una potenza, quella degli Stati Uniti d’America dalla politica incerta, spesso incapace di produrre effetti positivi dalle azioni militari intraprese, al di là del successo immediato di alcune di esse, come nel caso della occupazione dell’Iraq. Manca agli Stati Uniti d’America, dalla vocazione imperiale, quella capacità, che era propria del grande impero di Roma, di conquistare e di coinvolgere i paesi occupati o forzatamente alleati in un contesto di pace e di sviluppo, in quella che è passata alla storia come la pax romana.

Non dobbiamo illuderci per i settant’anni di pace che la nostra generazione ha vissuto perché il mondo ha conosciuto nel corso dei secoli guerre di vario genere sempre originate da contrasti di natura economica, ancorché spesso ammantati di ideali politici. Forse gli unici conflitti che nell’Ottocento sono stati mossi esclusivamente da ideali politici sono state le guerre del Risorgimento italiano che dal 1848 al 1866 hanno portato alla unificazione nazionale.

All’appello della storia, dunque, manca l’Europa, un continente insanguinato nel corso dei secoli da guerre, che possiamo chiamare fratricide, ma che ha contestualmente alimentato una antica cultura comune, che nasce sulle rive del mare Egeo e lungo le sponde del Tevere, innervata dall’insegnamento cristiano, per cui non possiamo non dirci cittadini europei. E sentirci europei come ci sentiamo orgogliosamente italiani.

Noi dobbiamo trasformare l’Europa in una forza capace di esprimere una unità politica che, assistita da una adeguata forza militare, sappia presentarsi al tavolo delle relazioni internazionali con le grandi potenze, gli Stati Uniti, la Cina, l’India per interloquire con loro da pari a pari, alla ricerca di condizioni di sviluppo, di benessere diffuso, di sicurezza.

A noi italiani spetta un ulteriore compito nell’ambito europeo, la difesa della frontiera sud mediterranea e l’interlocuzione con i paesi del Medio Oriente e dell’Africa con i quali tradizionalmente l’Italia, dal tempo di Roma, mantiene collegamenti culturali ed economici importanti. Per fare questo serve una forza navale adeguata, una politica di interlocuzione intelligente con questi paesi, ma servono soprattutto uomini In Europa e nei vari paesi che capiscano, quel che non sembrano capire molti in questi giorni in cui divampa la polemica sul ruolo di Putin, dell’Ucraina e degli Stati Uniti d’America. Per cui abbiamo putiniani, soprattutto a destra, essenzialmente antiamericani. Abbiamo ancora chi, come Marie Le Pen crede che la Francia sia quella di Luigi XIV e del Cardinale Richelieu, quella che Napoleone Bonaparte ha portato su tutti i teatri di guerra d’Europa per lasciarla, come ha detto il Generale de Gaulle, “più piccola di come l’aveva trovata”.

Sono le follie di nazionalismi che non sono amore per la patria, perché questo, come l’amore per la propria città o la propria regione è naturalmente compatibile con l’amore per la Nazione e per l’Europa, che è la casa comune di tutti coloro che sono nati nel continente, che ammirano la musica di Verdi ma anche quella di Beethoven e Mozart, che sono patiti di Caravaggio ma sanno gustare un Monet o un Velasquez, che amano “il greco mar da cui vergine nacque Venere” ma non trascurano le spiagge del Salento o di Ibiza, che pregano nelle cattedrali la cui sagoma è il simbolo dell’unità europea. Lo ricordava Robert Schuman, il ministro degli esteri francese che il 9 maggio 1950 presentò la famosa “dichiarazione” che avrebbe dato vita alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), una iniziativa straordinaria di pace e di sviluppo mentre ancora in Europa molte grandi città erano un cumulo di rovine. “L’Europa non potrà farsi in una sola volta – disse – , né sarà costruita tutta insieme”.

È il momento di fare un passo ulteriore e decisivo.

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