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Vincere per convincere. Le elezioni del 2023 e il governo del Paese

di Salvatore Sfrecola

Mi capita spesso di tornare sul tema della governabilità o meglio della capacità di governare, che non è di tutti, come dimostra l’esperienza. Perché c’è un grave equivoco di fondo sul tema. Partiti che hanno esperienza di governo regionale, spesso in regioni virtuose, ritengono perciò stesso di essere capaci di governare la nazione. Vorrei segnalare a questi volonterosi che amministrare una regione non è la stessa cosa che amministrare lo Stato. In primo luogo, perché le regioni hanno dei poteri limitati e comunque un bilancio, che poi è l’elemento fondamentale che sorregge le attività, il quale per la maggior parte, normalmente oltre l’ottanta per cento, è destinato alla spesa sanitaria, somme trasferite dallo Stato. Una spesa importante dal punto di vista sociale e politico, ma che dalla gestione della sanità si desuma una capacità di gestire lo Stato ne corre. Occuparsi del sistema tributario, che non è soltanto lo strumento attraverso il quale si alimenta il bilancio della pubblica amministrazione ma il principale regolatore dell’economia, è questione da far tremare i polsi. 

Sappiamo dall’esperienza che alcuni partiti hanno dimostrato di non avere alcuna capacità di governo, come dimostra il ricorrente ricorso ad esecutivi tecnici. Vorrei, pertanto, invitare i miei lettori a riflettere sul fatto che una cosa è ottenere il consenso elettorale, spesso parlando, come si dice, alla pancia del popolo, altro è governare l’economia, la sicurezza interna, la politica estera, i rapporti con l’Unione Europea e le altre economie.

Lo ha dimostrato in un periodo storico importante, quello della legislatura 2001-2006, il Governo Berlusconi – Fini che pure si reggeva su una maggioranza molto consistente. Tuttavia, avendo il Cavaliere reclutato a suo modo personaggi più vari, alcuni pittoreschi altri sicuramente capaci di fare altro che la politica, pur disponendo di un’ottima squadra di governo, Antonio Martino, economista, alla Difesa, Giulio Tremonti, tributarista, all’economia, Frattini agli esteri dopo la prima esperienza alla funzione pubblica, Rocco Buttiglione alle politiche comunitarie, non è stata attuata quella modernizzazione del Paese che l’elettorato di Centrodestra si attendeva. Un govderno frenato, va detto, anche in vicende personali del Premier, il quale non è stato capace di attuare una cesura tra il suo passato di imprenditore, certamente abile e comunque assistito da alcune parti politiche, e la successiva sua fase di uomo politico nella quale ha dimostrato di non saper dialogare con le istituzioni, in primo luogo con la magistratura con la quale, anzi, ha iniziato immediatamente uno scontro. Avviato ben prima, nella sua precedente esperienza di governo (1994), con la proposta al Capo dello Stato di assegnare il Ministero della giustizia al suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, inconcepibile per un liberale come lui si professa. Per poi proseguire con condotte a dir poco imprudenti.

Ma questo è il passato. Noi che guardiamo al futuro dobbiamo distinguere, traendo esperienza da quel che è accaduto, tra la capacità dei partiti di acquisire consensi e quella di governare, cioè di mettere in campo una classe dirigente capace, formata di personalità che possano ricoprire i ruoli fondamentali nel governo del Paese, l’economia in primo luogo, ma anche la sicurezza, la giustizia, le relazioni internazionali. E comunque è fin qui mancata la capacità degli uomini collocati al governo di dialogare con gli apparati, la cui collaborazione è indispensabile per realizzare il programma di governo.

È sotto gli occhi di tutti l’assoluta inadeguatezza dell’apparato amministrativo dello Stato e degli enti locali rispetto alle esigenze della vita economica e sociale. Perché un cittadino o un imprenditore che volessero svolgere un’attività, qualunque sia, si trovano di fronte al muro della burocrazia e della Giustizia, che è altro elemento fondamentale di uno stato, la quale denuncia una lentezza esasperante e dissuadente rispetto alla necessità che i cittadini hanno di rivolgersi al giudice a tutela dei propri diritti.

Cos’hanno fatto i partiti che aspirano a vincere per governare nelle loro precedenti esperienze ministeriali? Nulla, assolutamente nulla. Sembra impossibile semplificare le norme che riguardano l’attività amministrativa e l’esercizio della giurisdizione. Roberto Calderoli, già volonteroso ministro per le riforme istituzionali, il quale si vanta di aver eliminato una serie di leggi, per la verità la maggior parte non utilizzate o inutili, continua a dire che ne vanno abolite altre. In realtà, a volte vanno semplificate o accorpate. Partendo da una cosa che sfugge a tutti, ma che non era sfuggita a Camillo Benso di Cavour il quale, divenuto Presidente del Consiglio, si è subito messo all’opera per accertare come le attribuzioni fossero distribuite tra i ministeri. Spesso, infatti, le complicazioni nascono da una distribuzione irrazionale delle attribuzioni, con interferenze che rallentano l’attività della pubblica amministrazione. Questo problema fondamentale non è all’orizzonte della politica, come dimostra il fatto che a Ministro dell’Amministrazione negli ultimi due governi sono stati posti due personaggi, Giulia Buongiorno, avvocato penalista, e adesso Renato Brunetta, economista, i quali hanno una visione teorica, esterna della pubblica amministrazione. Sono certo che non si sono mai seduti accanto ad un funzionario per verificare, con lui, come si sviluppa un procedimento, per capire come e dove è necessario semplificare. Né lo hanno fatto altri ministri.

Detto questo, una parte del problema che ha il Centrodestra è quello della assoluta mancanza di collegamenti con l’amministrazione che la sinistra ha curato nel tempo. Ovunque un ministro del Partito Democratico ha dei riferimenti, dei “corrispondenti”, se vogliamo così dire, senza dubitare che vengano meno al loro dovere di pubblici funzionari e quindi “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98 Cost.). Che gli apparati abbiano una maggiore facilità di dialogo con parlamentari e ministri “di sinistra” rispetto a quelli di Centrodestra è un fatto accertato e verificato anche nella scelta dei componenti degli uffici di diretta collaborazione dove ci si è preoccupati soprattutto di “sistemare” amici, compagni di scuola e di partito, senza tener conto se siano in condizione di lavorare d’intesa con gli uffici. Come nel caso dei capi di gabinetto o degli uffici legislativi che, pur professionalmente qualificati, sono spesso scelti trascurando doti umane e di gestione fondamentali, quando non sono stati individuati tra soggetti con una visione politica diversa. Insomma, “imposti”, come qualche ministro ingenuamente ha affermato, destando sconcerto negli apparati. Quale affidamento avranno le parole di un ministro filtrate da un Capo di gabinetto apertamente di altra area politica? 

Fatte queste considerazioni sulla base dell’esperienza ho da tempo la convinzione che in caso di vittoria, resa problematica dalle pesanti divisioni al suo interno, il Centrodestra difficilmente riuscirà a governare, come reso evidente dal fatto che, in passato gli italiani, dopo un’esperienza di governo, non gli hanno rinnovato la fiducia.

Ad oggi si aggiungono ulteriori dubbi sulla base dell’esperienza dell’elezione del Presidente della Repubblica, una vicenda iniziata con l’affermazione di Matteo Salvini di voler presentare una candidatura. Il dibattito ha poi dimostrato che il leader della Lega è caduto nel trappolone tesogli dal leader del Partito Democratico, Enrico Letta, che lo ha fatto uscire allo scoperto per mandare allo sbaraglio niente meno che il Presidente del Senato, così dimostrando il leghista di non essere in condizioni di gestire l’elezione. Uno scenario che è possibile si replichi nel 2023, quando sulla formazione del governo avrà ancora un peso determinante Sergio Mattarella, esponente qualificato di quel cattolicesimo democratico che da sempre strizza l’occhio alla Sinistra, trascurando che quegli ambienti si riferiscono a valori etici non condivisi dalla maggioranza della società.

E c’è da attendersi ancora Mario Draghi.

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