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Il centro, un luogo che in politica non c’è

di Salvatore Sfrecola

È certamente un luogo geometrico il centro, ma in politica non c’è. Non c’è mai stato ad onta delle ricorrenti evocazioni che lo vorrebbero espressione naturale dei “moderati”. Non c’era neppure quando a tutti sembrava che fosse la Democrazia Cristiana. Quel “partito di centro che si muove verso sinistra, al fine di soddisfare le sane aspirazioni del popolo”, frase attribuita ad Alcide De Gasperi, ma, in realtà, di un giovanissimo Giulio Andreotti, che ne aveva scritto in un fondo su Il Popolo del 10 aprile 1945, intitolato “Il discorso di Togliatti”. Nel clima che già preludeva all’epico scontro DC-PCI, che si sarebbe consumato il 18 aprile 1948, scopo dell’articolo, scritto su diretta ispirazione di De Gasperi – proprio in antagonismo alla strategia togliattiana di attirare al suo partito proletariato e ceto medio – era quello di affermare la vocazione popolare e solidaristica della DC, ingenerando così l’equivoco che la politica che avrebbe potuto “soddisfare le sane aspirazioni del popolo” era quella “di sinistra”. Una frase “infelice”, avrebbe scritto Luigi Sturzo su Il Giornale d’Italia del 13 giugno 1958. “Infelice e contraddittoria, perché se la marcia verso sinistra è compiuta, la DC cesserebbe di essere partito di centro… Nessuno deve attribuire il dono dell’infallibilità nel trovare uno slogan; quello della ‘marcia’ fu uno slogan sbagliato”

Tuttavia, l’aspirazione centrista è ricorrente nel tempo, non soltanto da parte degli eredi della DC, ma anche da chi cerca di pescare voti tra gli elettori moderati che ritiene non voterebbero a destra. Ci ha provato Carlo Calenda ed è stato un equivoco, chiarito definitivamente ieri quando il leader di Azione, a seguito della promessa di qualche seggio più meno sicuro, si è schierato con il Partito Democratico di Enrico Letta, quello che ha messo al primo posto del programma il ripristino della tassa di successione, sia pure immaginata sui “grandi patrimoni”, una proposta che per Marco Rizzo, leader del Partito Comunista, prepara nuove tasse sulla casa, del resto già delineate con la revisione del catasto. Un Partito Democratico, imparerà presto Calenda che imbarcherà tutto coloro che non voleva e che ipocritamente riteneva di tenere a distanza solo per aver chiesto che siano esclusi dai collegi uninominali. Compreso quel Luigi Di Maio che, evocato giorni fa da un giornalista che lo seguiva per intervistarlo, aveva detto “non so di chi parla”.

Una grande confusione, letteralmente un’ammucchiata il cui scopo esclusivamente elettorale sarà presto chiarissimo all’elettorato che è da tempo sul piede di guerra, scontento della classe politica, come dimostrano le tante pulsioni in favore del non voto perché “tanto non cambia niente” e comunque “fanno come vogliono” (i politici), come ho colto in una serrata discussione su Facebook nella quale ho cercato di convincere, in qualche caso riuscendo, che votare è un dovere civico, soprattutto se si è scontenti dell’attuale politica. Avevo scritto “Il 25 settembre nessuno diserti le urne. È un dovere che abbiamo come cittadini. Non possiamo rivendicare solo diritti” 

Così al centro resta Matteo Renzi, che ringrazia sentitamente. Anche se appare assai poco credibile. Il senatore fiorentino, brillante comunicatore e conversatore forbito ma spregiudicato, come dimostra la sua carriera politica, da la Margherita al Partito Democratico a Italia Viva, e le sue iniziative riformatrici della Costituzione, non è certo che riscuota i consensi che si aspetta nell’ottica che un 3-4% gli consenta di fare da ago della bilancia. Detto meglio, consenta quelle iniziative corsare che esaltano i fan del proporzionale che moltiplica i piccoli attribuendo loro naturalmente un ruolo spesso essenziale.

Il 25 settembre sarà, dunque, un confronto tra due coalizioni, quella di Centrosinistra assemblata da Letta e quella di Centrodestra che ha una sua tradizionale connotazione sperimentata ancora di recente nelle elezioni regionali e comunali, Sulla carta non c’è partita. Il Centrodestra parte avvantaggiato nei sondaggi in misura tale dia non essere colmata. Ma cantare vittoria per Berlusconi, Meloni e Salvini sarebbe un errore perché nella vivace campagna elettorale infuocata dal sole e dalle polemiche tutto è possibile, anche una condizione di sostanziale parità che preluda ad un Draghi bis. Ne ho già scritto.

Concludo con una considerazione. In un paese serio, che abbia una legge elettorale effettivamente capace di stabilire una forte relazione tra eletto ed elettore, personaggi come Calenda, Renzi, Di Maio, Della Vedova non avrebbero spazio. Come nel Regno Unito, dove il sistema a collegi uninominali, che certamente limita la rappresentanza delle minoranze, assicura una governabilità forte, garantita anche da una stabilità istituzionale che vede il vertice dello stato fuori della contesa politica e degli interessi dei partiti che da noi a quella carica ambiscono collocare un loro uomo per mantenere il potere. Da tenere a mente da parte dei fan della repubblica semipresidenziale o anche solamente dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica, nell’illusione che il vertice dello stato non sarebbe comunque eletto con l’apporto determinante dei partiti.

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