giovedì, Giugno 1, 2023
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Giuseppe Verdi e il 25 Aprile

di Dora Liguori

La festa della Repubblica e Verdi, come si dice a Napoli, non dovrebbero azzeccarci niente, già… proprio niente; la fervida mente, però, di mamma Rai è riuscita a promuovere questo alquanto insolito connubio. E per farlo ha mandato in onda “I Vespri siciliani” (spettacolo del 2011) per la regia, e mal ce ne incolse, di Davide Livermore (sempre quello del topo in scena per il barbiere di Siviglia). 

Infatti, fare i Vespri come, storia, librettisti e Verdi comanda sarebbe, per Livermore, probabilmente un vero obbrobrio e allora cosa ti escogita: un bel salto di sette secoli e voilà gli oppressori dei siciliani non sono più i francesi (per la cronaca gli angioini) ma i nazifascisti… e se ci sono loro non possono mancare i partigiani, dicasi i palermitani. Degli americani, invece, pare si sia scordato… 

Può essere che qualcuno, in vena di “rivisitare” la storia, abbia scoperto che gli americani siano venuti in Italia per fare, come si usava nei primi del Novecento, un cosiddetto viaggio d’istruzione. Poi, giunti nelle nostre patrie sponde, sempre gli americani, provenendo dalle calde terre del Mississipi, ritrovandosi nel freddo nostrano, fatalità ha voluto che abbiano contratto una specie di polmonite fulminante che li ha portati, a migliaia, dritti a riposare nel cimitero di Anzio. E lì sono stati dimenticati! 

Purtroppo, anche tra i defunti ci sono i raccomandati! 

Più volte riflettendo su questa orrenda pagina di storia costituita dal nazismo e dittature similari, mi sono chiesta: il buon Dio non poteva evitare questa orrida pagina di storia? Se l’avesse fatto ci avrebbe risparmiato tanti lutti e con i lutti anche i tanti registi che, come i degni nipotini di Wagner, infischiandosene dei tempi descritti nei libretti, ossessivamente ambientano le loro regie in quel triste periodo. 

Ma, poi, insorge la riflessione, a parte che la volontà di Dio, non può essere discussa mi chiedo (insomma mi faccio domande e risposte): senza il nazismo, questa pletora di registi, dove avrebbe trovato altrettanta ispirazione e cosa avrebbe fatto? 

Su cosa detti registi avrebbero fatto, una risposta ce l’avrei, ma è meglio che non mi esprima! 

Comunque, tornando al Livermore, egli fa agire i cantanti in ambienti grigi o neri (un’allegria!) con sprazzi di rosso allorché intervengono feste o nozze. E qui occorre divenire psicologi per penetrare l’ampiezza di certi pensieri e l’uso del rosso: forse che, con questo colore, il regista intendeva rimandare al sangue che di lì a poco sarebbe dovuto scorrere? Tutto questo, però, lo deve indovinare lo spettatore… mica può fare tutto il regista!

Non per difendere Livermore, ma anche il libretto di Scribe e Duveyrier non è il massimo della comprensione e della logica. Infatti, nell’opera, una cosa sola è certa: i due innamorati, Arrigo ed Elena, a causa di quello scassa “uova” di Giovanni da Procida (sempre i campani!) si rincorrono per i cinque atti dell’opera proclamando, alternativamente, l’un verso l’altro, vendetta o perdono. Insomma, detta alla francese: un vero pastiche. Se poi l’azione viene spostata dal 1282 al 1944-45 il guazzabuglio illogico raggiunge presto i confini, sia pure involontari, della comicità assoluta.

E per ulteriormente divertire, immaginando la noia mortale degli spettatori, cosa ti escogita ancora il regista? Al quinto atto, si presuppone la partigiana Elena, prima di andare alle fatali nozze, al cui segnale delle campane, dovrebbero scatenarsi i fatali vespri, di rosso vestita va a cantare il celebre e bellissimo “Bolero” di Verdi ai microfoni dell’EIAR, con tanto di riecheggianti gemelle Kessler che danzano per contorno.

A quel punto nel mio animo è scattata una specie di “voglia assassina”… altro che Vespri!

Detto questo è, però, onesto dire che la scelta dei cantanti, per un’opera così difficile, è stata quanta mai oculata: dal grande tenore Gregory Kunde alla favolosa Elena del soprano Maria Agresta. 

Anche questa volta, però, volendo godere della musica di Verdi, l’unico consiglio possibile era quello di chiudere gli occhi! 

E dire che per confezionare simile spettacolo, il regio di Torino ha collaborato con ben altri tre teatri… 

Povera Italia, poveri contribuenti italiani. 

P. S. Il regista, forse memore del medio-evo fa vestire per le nozze, Elena, di rosso. Infatti, mentre l’arancione veniva indossato in epoca romana, il rosso era il colore delle spose medievali. Ma, se l’azione dell’opera, comprese queste benedette nozze, viene spostata negli anni 1944- 45, dalla regina Vittoria in poi, bianco è il colore degli abiti nuziali. Che dire: una volta che Livermore forse voleva fare un’annotazione culturale è “scivolato” sulla coda dell’abito della sposa.

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