venerdì, Giugno 21, 2024
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Non solo cemento per mantenere regolare il corso dei fiumi e garantire la sicurezza delle comunità

di Salvatore Sfrecola

In medio stat virtus. L’antico adagio prudenziale torna alla mente nel momento in cui si discute animatamente sui giornali di come provvedere a mettere in sicurezza gli argini dei fiumi esondati con tragici effetti, da ultimo in Emilia-Romagna. E come sempre non emerge facilmente una posizione ragionata la quale tenga conto della scienza e dell’esperienza perché, se l’abbandono alla natura rischia di far danni agli uomini ed ai loro insediamenti urbani, industriali ed agricoli, sappiamo anche che la indiscriminata cementificazione degli argini, ha effetti deleteri quando non diretta ad una immediata difesa delle aree urbane, come nel caso dei muraglioni sul Tevere che, a partire dell’800, hanno difeso Roma dalle periodiche esondazioni del fiume delle quali testimoniano le lapidi che indicano il livello dell’acqua nell’area di quello che era il porto di Ripetta.

Infatti, l’acqua che scorre nel suo alveo naturale è frenata dall’attrito che esercitano le sponde terrose le quali assorbono acqua, favoriscono l’alimentazione delle falde freatiche e rallentano la velocità dell’acqua che, invece, scorre velocemente lungo gli argini di pietra e cemento e scava il letto, con effetti a volte di creare l’instabilità dei ponti le cui basi vengono erose.

Come sempre serve equilibrio. La natura non va contrastata, come quando vengono tombati i torrenti, perché l’acqua si riprende i suoi spazi, vanno create condizioni di deflusso di acque sovrabbondanti mediante quelle che si chiamano vasche di espansione, scolmatori, ecc. e nella costruzione di barriere di pietra e cemento va considerata la possibile quantità di acqua che per fenomeni naturali può interessare una determinata area. Dove si è agito con equilibrio i fiumi non sono stati un pericolo. Del resto, gli insediamenti civili nel corso dei secoli si sono andati a collocare a fianco dei fiumi, occupando in modo indiscriminato territori un tempo destinati alla naturale espansione delle acque e quindi alla laminazione delle piene o, in aree alluvionali (le aree coinvolte dall’ultima alluvione hanno questa caratteristica) sottratte alle paludi attraverso imponenti opere di bonifica che assicuravano l’acqua per le esigenze della comunità, per gli usi umani, agricoli, degli allevamenti degli animali e, più di recente, a seguito dell’industrializzazione, per sostenere i processi produttivi.

Il fatto è che, ignorando il proverbio latino gli ambientalisti senza capacità di mediare si sono resi invisi non solamente al potere politico ed alla classe imprenditoriale che intravede lauti guadagni dalle colate di cemento, ma anche alla gente comune che ha subìto danni dalle periodiche alluvioni che in molte realtà non sono state oggetto di interventi di tutela del territorio e di controllo dei fiumi. Basti riandare alle immagini ed ai filmati che ci dicono di ingenti quantità di legname abbandonato lungo le sponde, accumulato nelle anse e spesso finito sotto i ponti ad ostruire le arcate.

L’erosione è un fenomeno fisiologico che in condizioni estreme può generare seri problemi al deflusso delle acque e cagionare gravi danni alle cose ed alle persone. In condizioni estreme le acque trasportano oggetti volumetricamente importanti, una situazione che può essere mitigata solo attraverso la realizzazione di opere di ingegneria idraulica trasversali all’alveo (briglie, pennelli, traverse, etc.), realizzati prevalentemente in cemento o in pietra, che impediscono agli oggetti di grandi dimensioni di essere trasportati a valle dalla forza devastante della corrente in un evento estremo quale è un’alluvione. La messa in sicurezza dei ponti e dei centri abitati è un fattore chiave per la tutela del territorio e la sicurezza delle persone e delle attività produttive.

Altrettanto importanti sono le opere di sistemazione e stabilizzazione dei versanti che, a causa di interventi di carattere antropico (prevalentemente la deforestazione), generano instabilità degli stessi che durante eventi temporaleschi possono generare scivolamenti e frane.

Ci riferiamo ad attività di manutenzione che da troppo tempo sembrano ignote dall’autorità pubblica italiana, come dimostra la vicenda del ponte Morandi di Genova del quale si conoscevano difetti di progettazione e una condizione di manutenzione che nessuno ha curato. Non la ditta concessionaria, non il ministero concedente cui spettavano funzioni di controllo.

Invisi gli ambientalisti scalmanati, non sono guardati con minore sospetto taluni costruttori di opere idrauliche i quali vivono di cemento sparso sul territorio, spesso spalleggiati da ambienti politici e dai giornali che imprudentemente condividono le loro idee e i loro interessi.

Da ultimo, per non lasciare indenne nessuno da osservazioni critiche va anche detto che molti di coloro che hanno subito i danni dall’alluvione non dovevano risiedere o operare in quelle realtà, trascurando pericoli insiti nei livelli dei terreni e dei fiumi. Anche in questi casi il desiderio di guadagno è diventato esiziale con gli effetti che conosciamo.

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