venerdì, Aprile 12, 2024
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Bruciano i boschi. È soprattutto incuria del territorio. Ben venga, dunque, il piano straordinario preannunciato da Giorgia Meloni

di Salvatore Sfrecola

Ne scrivo da anni, tutti gli anni. Bruciano i boschi un po’ dappertutto, in Italia, in Grecia, adesso in Francia. Ovunque per azioni criminose favorite dalle condizioni dell’ambiente arso dal sole. Perché, va detto con chiarezza, i boschi e la macchia mediterranea non sono quasi mai interessati da fenomeni di autocombustione, ipotesi solamente teorica, come abbiamo sentito più volte dagli esperti.

In realtà gli incendi che devastano aree dove fa più caldo e il vento alimenta facilmente le fiamme, sono ovunque opera di delinquenti, incendiari, persone che, il più delle volte per interessi vari, dalla forestazione alla gestione delle aree boschive, appiccano il fuoco, come dimostra il fatto che in ogni caso l’intervento dei Vigili del Fuoco accerta residui di inneschi e molteplici focolai, abilmente individuati per fare più danno. Il tutto favorito dalla assoluta assenza di gestione del sottobosco, dove le sterpaglie, le foglie ed i rami secchi, che si accumulano nel corso dell’inverno e della primavera, costituiscono un innesco micidiale. Tenere pulito il sottobosco costituirebbe attuazione dell’aurea regola secondo la quale prevenire costa meno di quanto occorre per ricostruire. E prevenire è espressione di quella “ordinaria amministrazione” che costituisce il primo dovere di chi governa. In questo Paese da sempre ignorato. Perché non fa notizia, non prevede tagli di nastri e passerelle dei politici. Che poi non è tanto vero perché sarebbe possibile enfatizzare, soprattutto agli occhi delle comunità locali, interventi a salvaguardia dell’ambiente.

Poi ci sono gli idioti o gli sbadati, incapaci di gestire il fuoco attizzato magari per buoni motivi, per bruciare le stoppie o per qualche altra attività contadina spesso gestita in modo imprudente. In Umbria, alcuni anni fa, una volonterosa massaia, che faceva bollire bottiglie di pomodoro in un calderone ai margini di un bosco, ha mandato in fumo ben 25 ettari di una splendida macchia. Nessuno le ha chiesto ragione della sua disattenzione e del danno provocato al pubblico erario a carico del quale sono stati spesi fior di soldi per spegnere l’incendio, impiegando Pompieri, Forestali, Carabinieri, un elicottero e tutto quel che occorreva per domare le fiamme.

La regola è antica ma sempre valida, chi sbaglia deve pagare. E nel caso degli incendi coloro i quali vengono individuati come responsabili dovrebbero essere chiamati a rispondere dei costi che lo Stato, la Regione, il Comune hanno sostenuto per far fronte all’incendio. Lo sostengo da sempre, convinto che la pena più efficace è quella “in denaro”, il risarcimento del danno causato alla comunità, in questo come in tutti gli altri casi.

L’obiezione della burocrazia è sempre la stessa, non possiamo recuperare centinaia di migliaia di euro o milioni da gente che potrebbe disporre di un patrimonio limitato. Anche la mia risposta è sempre la stessa. Anche quando non è possibile recuperare l’intero importo del danno la sanzione comunque può essere rilevante perché il sequestro dei beni posseduti dall’incendiario, la casa, la macchina, i conti in banca costituiscono una sanzione significativa e temuta. Poco? Forse, ma la reazione dello Stato, finalmente capace di punire seriamente chi attenta alla pubblica incolumità e danneggia l’erario, da un lato costituirebbe un deterrente, dall’altro rassicurerebbe i cittadini perbene.

È facile constatare, infatti, che nei confronti degli incendiari la sanzione penale ha scarsa efficacia, nonostante la formale severità della norma che prevede, all’articolo 423, la reclusione da tre a sette anni, e all’articolo 423-bis, che specificamente prevede la fattispecie dell’incendio boschivo, una reclusione da quattro a 10 anni. Ma se l’incendio è cagionato per colpa la pena è della reclusione da uno a cinque anni e noi sappiamo che il governo Renzi ha promosso l’introduzione nel codice penale dell’art. 131-bis (Esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto) in ragione della quale “Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”.

Insomma, se prima era difficile condannare un incendiario anche quando arrestato in fragranza, con l’art. 131-bis c.p. è praticamente impossibile.

Adesso, proprio mentre si apprestava a partire per Washington il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha preannunciato un piano straordinario di messa in sicurezza del territorio. Lo chiediamo tutti da tempo. Cominciamo dal recupero delle competenze sparse tra le amministrazioni dello Stato e quelle delle regioni e dei comuni. Facciamo funzionare l’esistente e prepariamo un piano di sorveglianza oggi possibile con strumenti che un tempo non avevamo, i droni per controllare le foreste, sensori e telecamere per segnalare in tempo reale l’inizio di eventi pericolosi, la dislocazione vicino alle località che sono state in passato interessate ad incendi di riserve di liquidi adatti allo spegnimento, stazioni di Carabinieri forestali nelle località a rischio. E, poi, bonificare il sottobosco recuperando legname che, immagino, possa avere una proficua destinazione economica. Infine, e necessaria una vasta opera di riforestazione selezionando le essenze adatte allo specifico ambiente. E così il bel Paese continuerà ad essere attrattivo come è sempre stato per gli italiani e per i numerosi stranieri che lo visitano annualmente per godere dell’ambiente e, insieme, delle straordinarie ricchezze artistiche.

E nessuno all’estero potrà parlare male dell’Italia a ridosso del periodo estivo con l’evidente scopo di dissuadere i propri concittadini dal passare un po’ di giorni in una delle tante bellissime località marine e montane che il Padreterno ci ha donato e che trascuriamo di curare.

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