venerdì, Aprile 12, 2024
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Salvini propone l’abolizione della “riforma” delle province voluta da Matteo Renzi. Non è il solo, ma è polemica sulle risorse occorrenti

di Salvatore Sfrecola

Salvini vuole rivitalizzare le province “abolite” dal Governo di Matteo Renzi. “Ne sono straconvinto”, ha detto il Segretario della Lega parlando ad un recente incontro con i sindaci a Forte dei Marmi. Ed ha aggiunto: “le province servono per scuole e strade ed è una battaglia che spero di portare al successo. Bisogna tornare all‘elezione diretta, con le competenze, la scelta diretta dei cittadini e i soldi perché altrimenti strade provinciali e scuole superiori, che devono essere gestite dalle Province, senza soldi e senza personale non hanno manutenzione”. Il Vicepresidente del Consiglio non è l’unico ad essere convinto della necessità di abolire una “riforma” che ha provocato non pochi problemi di gestione del territorio. A molti sfugge, infatti, che ovunque le strade provinciali sono una realtà essenziale nei collegamenti, in particolare nelle aree montuose che ovunque caratterizzano questo Paese. Ricordo che, da Presidente della Sezione Regionale di controllo della Corte dei conti per l’Umbria ricevetti il Presidente della Provincia di Perugia, disperato perché non riusciva ad assicurare la manutenzione dei 2500 chilometri di strade della provincia. Rimasi stupito per l’estensione di quel reticolo di strade, che pure in gran parte conoscevo, in una provincia che ha gli abitanti di uno dei più piccoli quartieri di Roma.

Salvini nell’occasione, di cui ha riferito Il Messaggero ha sottolineato come le province siano tra gli enti più antichi d’Italia, espressione autentica dei territori, della loro storia politica ed economica, ma anche dell’ambiente, delle condizioni delle foreste, dei fiumi e dei laghi, competenze che, trasferite alle regioni, si sono dissolte, come attestano i gravi danni al sistema idraulico forestale. Sia che si parli degli effetti delle alluvioni come, da ultimo, in Emilia-Romagna, sia che ci si riferisca agli incendi dovuti prevalentemente ad azioni dolose, agevolate dalla mancanza di controllo delle aree boschive, nonostante siano ambienti a rischio.

La riforma delle Province, cosiddetta Delrio, dal parlamentare del Partito Democratico, all’epoca stretto collaboratore di Renzi quale Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è unanimemente ritenuta un disastro. Come misero subito in risalto esponenti del suo stesso partito come Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, che definì la riforma “confusa e un po’ sbilenca”. Scritta da chi non conosce i problemi della gestione amministrativa e finanziaria dello Stato e degli enti pubblici, come accade ed è accaduto per tante altre iniziative legislative con le quali il Governo e il Parlamento hanno pensato di risolvere i problemi sulla base di scelte ideologiche o, più spesso, di preconcetti. Un pasticcio grande che, nel caso delle province, intendeva anticipare la riforma costituzionale confezionata da Matteo Renzi che ne prevedeva l’abolizione.

In sostanza, svuotando non il ruolo ma i bilanci di questi enti, mantenendo integre le loro attribuzioni, tra le quali, fondamentali, quelle sulla manutenzione delle strade e degli istituti scolastici, si è creato un vuoto istituzionale con effetti devastanti su settori di rilevante interesse per la vita delle persone. Infatti, le risorse già delle province avrebbero dovuto confluire sui bilanci di regioni e comuni, cosa impossibile senza il trasferimento delle competenze. Pertanto, queste sono rimaste alle province e le occorrenti risorse finanziarie sono semplicemente sparite.

Adesso, in vista della iniziativa di Salvini, c’è chi sostiene che non si può fare perché il ripristino dei finanziamenti graverebbe su un bilancio dello Stato particolarmente rigido. Strano modo di ragionare che tra l’altro trascura quanto lavoro creerebbe il ripristino degli stanziamenti per strade e scuole con incremento dei consumi e delle imposte su paghe e vendite.

Le province, dunque, cardine dell’ordinamento locale. Non a caso, all’indomani della costituzione del Regno d’Italia, nel 1862, un accorto uomo di governo, il Ministro dell’interno Marco Minghetti si fece promotore di una iniziativa legislativa, che poi non ebbe corso per le difficoltà di quel momento storico, diretta alla costituzione di “consorzi di province” che avrebbero dovuto svolgere quel ruolo che prima indicavo di rappresentanza degli interessi di vasti ambiti territoriali accomunati da storia e da esigenze attuali dall’economia all’ambiente.

Lo sarebbero state molto più delle Regioni, che l’esperienza insegna essere inutilmente costose (basti pensare agli “Uffici di rappresentanza” a Roma e a Bruxelles) le quali appaiono delle sovrastrutture artificiosamente costruite su ambiti territoriali molto diversificati. Come dimostra la Regione Lazio, che comprende territori storicamente e culturalmente di pertinenza della Toscana, come la provincia di Viterbo, o dell’Abruzzo, come la provincia di Rieti, per non dire di vaste aree più meridionali che gravitano sulla Campania.

E, poi, che senso ha un ente il cui bilancio per oltre l’80% è costituito da spesa sanitaria trasferita dallo Stato. Se si calcola un 10% di spese di funzionamento cosa resta da gestire?

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