lunedì, Giugno 24, 2024
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Nella P. A. il Ministro evoca il “merito” ma giustifica passaggi di funzione senza titolo di studio. Ed è naturale che si abbia “timore della firma”

di Salvatore Sfrecola

Più d’uno si stupì quel pomeriggio quando, all’uscita dallo studio del Capo dello Stato, Giorgia Meloni elencò i ministri del suo governo indicando anche, tra novità, la nuova denominazione del Ministero dell’istruzione che recava l’aggiunta “e del merito”. E subito gli osservatori si divisero tra chi vedeva in quella indicazione un intento discriminatorio, di una scuola troppo selettiva e chi, anche sulla base  delle indicazioni del nuovo Ministro, Giuseppe Valditara, dimostrò di capire che “merito” significava “capaci e meritevoli”, in linea con la previsione dell’art. 34, comma 3, della Costituzione, con riconoscimento del ruolo dell’insegnamento diretto a premiare chi avesse dimostrato particolare impegno.

Adesso a parlare di merito è il Ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, che in un’intervista che si legge sul sito del Ministero ha detto di ritenere il merito “un valore irrinunciabile, non basta solo l’anzianità”. È un tema ricorrente eppure costantemente ostacolato, soprattutto dai sindacati, perché se indubbiamente l’anzianità di servizio non può essere trascurata non va neppure ignorato il merito, l’impegno che un pubblico dipendente pone nel suo lavoro, la professionalità che esprime nell’espletamento dei suoi doveri d’ufficio.

Le parole del Ministro Zangrillo fanno ben sperare per l’amministrazione pubblica che ha bisogno di eccellenze, in qualunque settore, in qualunque ruolo. Ho più volte ricordato che ovunque, nelle grandi amministrazioni degli stati europei che hanno una antica tradizione, il lavoro prestato allo Stato riveste, anche agli occhi del cittadino, una dignità ed un prestigio che finora è mancato in Italia, proprio a causa dell’insufficiente riconoscimento del merito quale emerge dal quotidiano impegno dei pubblici dipendenti.

Questo richiede una selezione iniziale rigorosa, che negli ultimi tempi è mancata in ragione della riduzione delle prove d’esame e delle promozioni indiscriminate sulla base di “percorsi formativi” e di “riconoscimenti di funzioni superiori” spesso improbabili.

Pochi, se non i vecchi e gli studiosi di Pubblica Amministrazione, sanno o ricordano che un tempo esistevano i concorsi “per merito distinto” ai quali partecipavano due o trecento funzionari che si disputavano uno o due posti superiori. Chi superava quelle prove, difficilissime, dimostrando elevata conoscenza delle materie istituzionali, era destinato a brillantissime carriere. Ricordo che quando, negli anni ’80, assunsi la funzione di Consigliere giuridico del Ministro della funzione pubblica, Dante Schietroma, questi aveva come Capo di gabinetto il Consigliere di Stato Lucio Venturini che era stato il più giovane Prefetto d’Italia proprio per aver, da giovane funzionario di prefettura, superato un concorso per merito distinto.

Nella valorizzazione del merito il Ministro non trascura, tuttavia, l’anzianità di servizio e difende la scelta, valida “solo per quest’anno e il prossimo”, di consentire “a un assistente di diventare funzionario anche se non è in possesso della laurea, a patto che abbia alle spalle almeno 10 anni di servizio” escluse le aree di elevata qualificazione.

Attenzione, “funzionario” è colui che nel precedente ordinamento faceva parte della “carriera direttiva”, immediatamente sotto la dirigenza, con compito di istruttoria di pratiche importanti.

Diciamo che, come presentata, questa è ancora una volta una sorta di sanatoria che vuole consentire una progressione in carriera di un impiegato che non ha il titolo di studio per accedere mediante concorso al ruolo dei funzionari. Sono decisioni di un chiaro sapore elettorale già fatte in passato con effetti non proprio esaltanti. Anzi deleteri. Perché è così che sono stati reclutati coloro che rallentano l’attività della P.A. perché hanno “timore della firma”, preoccupati di rischiare di essere sottoposti ad azione di responsabilità per danno erariale per aver con “colpa grave” causato un danno allo Stato. Se un funzionario teme di sbagliare con colpa grave, cioè con negligenza, imprudenza o imperizia al massimo livello vuol dire che non è in condizione di esprimere un’adeguata professionalità.

Il Ministro giustifica la scelta perché in queste prove “selettive” le amministrazioni “devono considerare criteri come l’esperienza lavorativa maturata e le skills professionali, ma anche il titolo di studio, con pesi relativi di questi criteri che vengono definiti dagli stessi enti. Il merito resta quindi un valore irrinunciabile. E poi mi faccia aggiungere che l’anzianità di servizio molto spesso si traduce in esperienza, che vuol dire saper fare”.

E ritorna l’anzianità di servizio.

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