venerdì, Febbraio 23, 2024
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In vista dell’elezione di quattro giudici costituzionali il confronto polemico Amato-Meloni rivela alcune verità

di Salvatore Sfrecola

Fondato su “una buona dose di apprensione” per la democrazia, ritenuta “a rischio” in relazione all’impianto politico della maggioranza di governo, le critiche di Giuliano Amato non potevano trascurare la Corte costituzionale, “il più alto organo di garanzia della Carta”, in vista del rinnovo di ben quattro giudici cui il Parlamento dovrà provvedere nel corso dell’anno. Verosimilmente su scelte che saranno individuate dalla maggioranza delle Camere, rappresentata da quell’area politica che Amato ritiene populista (un’accolta di nostalgici e perdenti antichi e recenti), espressione di una destra che “non ha la cultura politica di Reagan né della Thatcher né di Major” ma di una “ideologia dell’ostilità e del rancore”. Per cui questa destra percepirebbe come un nemico anche la Corte costituzionale. Agli occhi degli elettori della destra sostiene Amato, “le Corti finiscono per apparire espressione e garanzia di quelle minoranze che turbano il loro ordine. L’abbiamo visto – continua – in Polonia e Ungheria: le prime ad essere messe nella lista nera sono state le Corti europee, poi le Corti nazionali”. E questo può succedere anche in Italia: “non c’è nulla che lo impedisca. Da noi è ritenuto inconcepibile, ma potrebbe accadere”. Per soddisfare “quell’enorme prateria del rancore alimentato dal disagio economico e sociale, oltre che dall’insofferenza per i nuovi diritti”.

Giorgia Meloni non ha lasciato correre ed ha risposto per le rime in un confronto a distanza tra due visioni della politica istituzionale assolutamente incompatibili. Eppure, in ognuna delle loro posizioni c’è qualcosa di obiettivamente vero che merita approfondimenti.

I miei lettori sanno che se gli scritti di Giuliano Amato, giurista raffinato, sono da sempre nella mia biblioteca, l’uomo politico non mi ha mai convinto. Ed ho più volte criticato la sua nomina a giudice costituzionale, un incarico al quale, a mio giudizio, avrebbe dovuto rinunciare. Ritengo infatti che fu un errore la sua nomina da parte del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, considerato il curriculum politico del personaggio che ha rivestito rilevanti incarichi di responsabilità governativa e parlamentare; sicché non doveva essere chiamato a far parte del collegio del Giudice delle leggi, per l’ovvia ragione che si sarebbe inevitabilmente trovato a giudicare sulla conformità a Costituzione di atti normativi che ha concorso a definire o che sono stati votati dalla sua parte politica.

È vero che esiste l’istituto dell’astensione cui il giudice deve ricorrere in ogni caso “in cui esistono gravi motivi di convenienza” (art. 51 c.p.c.), ma considerata l’esiguità numerica del Collegio e l’autorevolezza di Giuliano Amato non a caso definito il “Dottor Sottile”, era da prevedere che le sue idee avrebbero potuto in qualche modo influenzare le decisioni dei colleghi. La sua spiccata politicizzazione, del resto, si rileva ad ogni passo, nelle sue frequenti interviste, nelle dichiarazioni rese nelle più diverse occasioni, da ultimo da Presidente della Consulta che, come per altri che lo hanno preceduto, è stata criticata da coloro che ritengono che il giudice delle leggi non debba auspicare, sollecitare, chiedere al governo e al Parlamento di adottare delle decisioni che quei giudici ritengono necessarie. La Corte, come tutti i giudici, deve essere estranea al dibattito sull’esercizio della legislazione e quindi questa sua continua sovraesposizione, questo suo intervenire su ogni argomento è una cosa a mio giudizio assolutamente disdicevole.

E questo nonostante la natura della Corte sia configurata in Costituzione come un giudice “politico”. Lo dimostra la sua composizione che su quindici giudici ne vede ben 2/3 eletti o nominati da autorità politiche secondo un ipotetico equilibrio tra esigenze di tipo rappresentativo e garanzie di indipendenza tipiche degli organi giudiziari. Sono scelti con criteri “politici” tanto i giudici eletti dal Parlamento quanto quelli nominati dal Presidente della Repubblica, che non è un sovrano estraneo alla politica, ma una personalità che una coalizione di partiti ha portato al Quirinale scegliendolo per la sua ampia esperienza politica, per la militanza esercitata per molti anni in uno schieramento politico. E questo anche se è pacifico che i giudici, una volta immessi nell’esercizio delle funzioni, sono comunque del tutto svincolati rispetto ai soggetti che li hanno eletti o nominati non rappresentandoli in alcun modo.

Detto questo mi sembra ovvio che Giorgia Meloni, come responsabile dell’ampia coalizione dei partiti che reggono il suo governo, desideri scegliere i giudici costituzionali che spetta al Parlamento eleggere nel corso del 2024, come è stato fatto in precedenza, cioè scegliendo tra personalità culturalmente orientate sulle posizioni dell’attuale maggioranza. E qui però emerge un problema che accompagna da sempre l’azione dei partiti di centrodestra, quello della scelta. Perché se la sinistra elegge Giuliano Amato, giurista esimio ma politico a tutto tondo, io riterrei inopportuno che questo cattivo esempio sia seguito a destra con l’elezione di personalità che hanno svolto funzioni di partito o di governo. Perché è questo il motivo per il quale il ruolo della Corte costituzionale da parecchi anni a questa parte dà meno affidamento al cittadino.

E a questo punto vorrei anche dire che finora nelle nomine negli organismi di garanzia, e la Corte costituzionale è uno di questi, il centrodestra non sempre ha dato dimostrazione di scegliere persone professionalmente qualificate, con l’effetto, evidentemente trascurato, di non realizzare una presenza efficace. Ho in qualche modo suggerito in recenti occasioni, a chi aveva la possibilità di consigliare chi era chiamato a scegliere, personalità altamente qualificate, professori ordinari di università nel diritto pubblico, fra l’altro sicuramente ideologicamente vicini alla destra. A fronte di questi suggerimenti sono state nominate persone estremamente modeste, con la conseguenza di rappresentare alle istituzioni nelle quali queste persone sono state inserite un’idea mediocre del centrodestra anche con l’effetto di mettere i nominati nella condizione di essere frequentemente surclassati da coloro i quali hanno una più spiccata professionalità.

È un vecchio problema del centrodestra, quello della classe dirigente per cui, anche a livello di governo, tra i ministri, i viceministri ed i loro diretti collaboratori quelli che brillano sono pochi. È accaduto anche in passato, anche col governo Berlusconi-Fini.

Eppure, il mondo culturale della destra è molto più ampio e qualificato di quello che appare dalle scelte fin qui effettuate. È un problema che Giorgia Meloni si deve porre, altrimenti rischia di deludere il popolo della destra, quello che opera nelle istituzioni pubbliche, laddove appunto si inseriscono personaggi estremamente modesti. È il problema noto, più volte affrontato quello della classe dirigente che naturalmente non si rinnova perché c’è, e voglio prendere a prestito il titolo di un bel libro di Marcello Veneziani La Cappa, una chiusura dei vecchi esponenti dei partiti, quelli che hanno costruito una carriera attaccando manifesti, distribuendo volantini, partecipando alle manifestazioni, tutte espressioni di militanza sicuramente importanti, certamente apprezzabili, requisiti che, tuttavia, non bastano per ricoprire incarichi di responsabilità politica e amministrativa. C’è delusione nel popolo della destra perché sentiamo affermazioni ripetute, roboanti come ai tempi di Berlusconi che meno ha fatto di quello che poteva fare, per ritrovarsi fuori dai giochi nel 2006 per un pugno di voti, pur avendo governato con un’ampia maggioranza e pur avendo al governo personalità sicuramente più qualificate di quelle dell’attuale governo.

Infine, ha notato Michele Ainis su La Repubblica, c’è un posto vacante fin dall’11 novembre del 2023, quello del giudice costituzionale Silvana Sciarra, a suo tempo eletta dal Parlamento. La legge costituzionale n. 2 del 1967 prescrive che ogni giudice venga sostituito “entro un mese dalla vacanza”. Sono passati due mesi ed il successore della Sciarra non è stato votato. Non è un bel segnale, anche e il ritardo si è verificato altre volte.

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