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Limitare l’esame parlamentare del bilancio dello Stato mette in forse la democrazia

Limitare l’esame parlamentare del bilancio dello Stato mette in forse la democrazia
di Salvatore Sfrecola

Forse non tutti sanno della natura essenzialmente finanziaria delle assemblee elettive la cui storia coincide con lo sviluppo della democrazia fin da quando si è affermato il principio che il prelievo delle imposte debba essere consentito da chi sarebbe stato chiamato a pagarle. Fin dalla Magna Charta Libertatum (15 giugno 1215), quando viene istituita la Camera dei Comuni, assemblea dei contribuenti alla quale il Re Giovanni d’Inghilterra, attribuisce la funzione di autorizzazione al prelievo. In tal modo si legano tassazione e rappresentanza popolare sicché, com’è noto, gli abitanti delle colonie inglesi d’America si ribellano alla Madre Patria perché non era loro consentito di essere rappresentati al Parlamento di Londra. Il loro motto era no taxation without rappresentation, non paghiamo le tasse se non siamo rappresentati ai Comuni. Sicché non è azzardato dire che se i governanti inglesi dell’epoca avessero accolto le istanze dei coloni non ci sarebbe stata la secessione ed oggi Mr. Trump sarebbe probabilmente un suddito di Sua Maestà la regina del Regno Unito.

Nel frattempo all’autorizzazione al prelievo si è unita quella alla utilizzazione delle risorse così assicurate al Governo del Re ed alla Corte, il tutto consegnato in un documento che si chiama bilancio che spetta alle assemblee parlamentari approvare. Si parla, dunque, di diritto “del bilancio” sul quale molto si è discusso, come momento centrale della vita politica in quanto nel bilancio di previsione sono le indicazioni delle politiche fiscali e di quelle della spesa, cioè della assegnazione delle risorse alle politiche pubbliche, dalla sicurezza all’agricoltura, dalla scuola alla giustizia, dall’industria alla sanità, per fare qualche esempio. Tanto che Camillo Benso di Cavour soleva dire “datemi un bilancio ben fatto e vi dirò con un paese è governato”, dove “ben fatto” significa chiaro, capace di evidenziare ogni pur piccola voce di spesa.

Posto l’inscindibile rapporto tra Governo e Parlamento, tra decisione su entrate e spese e rappresentanza popolare è evidente il rilievo che assume l’esame parlamentare del bilancio di previsione dello Stato la cui importanza è attestata dal fatto che le Camere riservano ad una apposita “sessione” l’esame dei documenti finanziari, un tempo nel quale altre iniziative legislative segnano il passo perché prioritariamente va valutato l’impianto complessivo della politica economica e finanziaria che il governo presenta al giudizio del Parlamento.

È evidente, dunque, che ogni limitazione del dibattito parlamentare diventa immediatamente compressione delle prerogative costituzionali delle assemblee. È quanto è accaduto in Senato dove è stato impedito l’esercizio del potere emendativo che spetta a ciascun parlamentare e il bilancio è stato approvato sulla base di un maxiemendamento monstrum con molte centinaia di commi e di pagine sul quale il governo ha posto la questione di fiducia, un istituto parlamentare del quale, chi crede nella democrazia, suggerisce di non abusare.

Espropriato il Senato, analoga sorte toccherà alla Camera che sarà chiamata a votare a scatola chiusa perché non si potranno apportare emendamenti che possano far slittare l’approvazione del bilancio di previsione, per non cadere nel “bilancio provvisorio”, uno spauracchio evocato da politici e commentatori come se fosse un gran male. In realtà l’esercizio provvisorio del bilancio è istituto previsto dalla Costituzione all’att. 81, comma 2, e deve essere “concesso” per legge e per periodi non superiori a quattro mesi. Niente di drammatico perché lo Stato può incassare tutte le imposte dovute e può solo spendere fino all’ammontare di tanti dodicesimi degli stanziamenti del bilancio in fase di approvazione quanti sono i mesi dell’esercizio provvisorio, ovvero nei limiti della maggiore spesa necessaria qualora si tratti di spesa obbligatoria e non suscettibile di impegni o di pagamenti frazionabili in dodicesimi.

All’esercizio provvisorio l’Italia è ricorsa per anni senza che vi siano stati effetti negativi. Anzi, si può dire che la spesa, in quei casi, è stata più prudentemente diluita.

La vicenda del bilancio è, dunque, centrale nella attività parlamentare e la compressione dei diritti dei senatori e, a breve, dei deputati, anche se abbiamo fatto il callo a certe manomissioni dei diritti, è pur sempre una grave lesione della democrazia.

Matteo Salvini, leader della Lega, ha preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale. Ma al di là del giudizio che la Consulta potrà dare della procedura seguita nel dibattito parlamentare è indubbio che stiamo assistendo, come in altri casi di abuso della questione di fiducia, ad una limitazione delle prerogative dei parlamentari e quindi della sovranità che appartiene al popolo “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, come si esprime l’art.1, cioè innanzitutto nella discussione e nell’approvazione della legge di bilancio.

21 dicembre 2019

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