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Con il “fattore Quirinale” è lo stallo della democrazia

di Salvatore Sfrecola

All’indomani delle elezioni del 4 marzo 2018 si disse subito che le Camere uscite da quella consultazione avrebbero eletto il nuovo Presidente della Repubblica. Un fatto scontato, considerato che il settennato di Sergio Mattarella scade a fine gennaio 2022, essendo stato eletto il 31 gennaio 2015. Ma questo riferimento è diventato un dato politico che condiziona le decisioni dei partiti e la stessa vita delle istituzioni repubblicane da oltre tre anni. Tanto da determinare lo stallo della democrazia.

Accade, infatti, che dopo il marzo 2018 i partiti che hanno dato vita al governo Conte 2, in particolare il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico, sono stati ridimensionati dai risultati elettorali che, nelle regioni e in molti importanti comuni, hanno visto crescere Lega e Fratelli d’Italia.

Il Centrodestra ha chiesto, dunque, al Capo dello Stato che ne prendesse atto e sciogliesse le Camere in ragione di questo mutato clima elettorale, ma è stato facile ribattere che le maggioranze governative si formano tra Camera e Senato e lì la maggioranza è ancora quella del 2018, nonostante taluni cambi di casacca. E considerato comunque che il timore di elezioni anticipate, che probabilmente escluderebbero dalle nuove Camere molti degli attuali eletti, ha generato, come era accaduto in passato, una schiera variegata di “responsabili”, o come altro potrebbe definirsi la pattuglia di quanti sono pronti a correre in soccorso del Governo. In particolare, a Palazzo Madama dove la maggioranza può contare su pochi voti.

È indubbiamente una situazione di grave disagio politico perché, in vista delle elezioni presidenziali del 2022, tutto è condizionato dalle maggioranze possibili intorno ad un nome che potrebbe anche essere quello di Sergio Mattarella. Non sappiamo se il Presidente lo desidera. È verosimile ed umano che metta in conto la possibile rielezione, anche se, alla data dello scrutinio, avrà superato gli 81 anni. Tutti i presidenti hanno desiderato di essere rieletti, anche Luigi Einaudi, il primo, il più estraneo ai partiti, economista illustre, già Governatore della Banca d’Italia e Ministro del bilancio (il Ministero che fu creato apposta per lui). Anche Francesco Cossiga, il più giovane, sperava di essere confermato al Quirinale. Si dice che in ragione di questa aspettativa sia stato silenzioso per oltre tre anni per poi “esternare” a tutto tondo, picconando uomini e istituzioni quando si è reso conto che i partiti non lo avrebbero proposto per un nuovo settennato.

Giorgio Napolitano è stato l’unico presidente confermato, sia pure per un breve periodo, essendosi presto dimesso, ma è stato per rinviare una resa dei conti tra i partiti in difficoltà dopo la sonora bocciatura della riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi. E fu Mattarella, una persona perbene, un giurista raffinato, attento esegeta della Costituzione e dei poteri che gli riconosce. Naturalmente non tutti concordano con lui, ad esempio quanto all’esigenza di prendere atto che nel Paese è cambiato il consenso nei confronti dei partiti che reggono il Governo Conte giallo-rosso. In particolare, dissentono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che speravano di consolidare i loro consensi nel Paese attraverso le elezioni regionali che sono state rinviate a causa dell’epidemia. Una situazione di emergenza che, tuttavia, non ha sterilizzato il dibattito politico ma lo ha concentrato sulla gestione della risposta all’epidemia nella quale si intravedono luci ed ombre. Di queste ha timore soprattutto la maggioranza giallo-rossa in vista delle elezioni regionali che si dovrebbero tenere in autunno e potrebbero limare ulteriormente i consensi per i partiti di governo anche se, allo stato, le percentuali attribuite loro dai sondaggi sulle intenzioni di voto li vedono stabili, ma comunque al di sotto delle percentuali ottenute nel 2018. E, pertanto, hanno respinto le ipotesi di un governo di unità nazionale proposto da Salvini e Meloni che, in ogni caso, i “quirinalisti” dicono all’unanimità non essere negli scenari possibili per Mattarella. Che comunque naviga in acque difficili perché se le mosse dei partiti possono essere condizionate dalle possibili maggioranze per le elezioni del Capo dello Stato è evidente che anche le iniziative del Presidente rischiano di essere lette come finalizzate a consolidare il consenso che lo portò al Quirinale nel 2015.

Tuttavia, gli scenari possono cambiare. L’autunno è una stagione pericolosa per il Governo, quando verranno al pettine i nodi di una crisi economica, che è evidente e grave, i cui effetti potrebbero accrescere il malumore degli italiani, che hanno letto sui giornali l’ipotesi di un prelievo forzoso sui conti correnti addirittura del 14%.

Il “fattore Quirinale”, dunque, condiziona la vita politica e parlamentare. Ed è inevitabilmente un limite di questa Repubblica.

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