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È sempre colpa degli altri. Mai una sana autocritica

di Salvatore Sfrecola

È sempre colpa degli altri. Dei poteri forti, naturalmente, soprattutto internazionali, dei partiti e dei gruppi di pressione, che hanno il potere, il denaro, i giornali, le televisioni. E la conclusione è che le cose non potevano non andare come sono andate, perché  “vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare” Lo fa dire Dante a Virgilio. Ed è comodo giungere alla conclusione che non si poteva fare altro, che bisognava subire l’iniziativa degli altri, che è inutile assumere delle iniziative, anzi è inutile farsi promotori di idee e di programmi e cercarne l’attuazione. Più semplicemente è inutile pensare. Lo sento dire da quando ero bambino. E da allora respingo decisamente questo atteggiamento. Perché se così fosse effettivamente molti progressi della storia non si sarebbero fatti. E, tanto per non andare lontano, l’Italia non si sarebbe fatta se quei nostri progenitori avessero ritenuto che il potere dell’Austria-Ungheria era inattaccabile, che la presenza di un regno nell’Italia meridionale, erede dei colonizzatori spagnoli, era inevitabile, che Roma doveva rimanere alla Santa Sede, non per garantire, con un minimo di territorio, la giusta indipendenza all’autorità religiosa. Insomma, “un po’ di Roma”, come titola il bel romanzo storico di Alessandro Sacchi. Infatti, che senso ha uno “Stato della Chiesa”, amministrato tra inefficienza e corruzione, che due anni prima di Porta Pia condanna a morte dei patrioti che lottavano per l’annessione di Roma all’Italia!

E così andando avanti nel tempo siamo arrivati al referendum istituzionale del 1946 quando, ammesso che i risultati siano esatti e moltissimi dubitano che lo siano, se non altro perché molti non hanno potuto votare o non hanno potuto votare liberamente, si è voluto chiudere con la storia d’Italia, con il Risorgimento, “unico tradizionale mastice della sua unità”, come ha scritto Indro Montanelli nell’>Avvertenza a “L’Italia della Repubblica”. Come se lo stato italiano fosse nato nel 1946. E questa è una bugia, una bugia grave non solo sul piano della nozione storica, ma perché impedisce di riandare al moto di formazione dello Stato italiano, al Risorgimento e prima ancora al pensiero di quanti nel corso dei secoli hanno propugnato l’idea di uno stato autonomo, da Dante a Guicciardini, da Machiavelli a Vittorio Alfieri, a Manzoni e via di seguito. E mentre nascevano le grandi monarchie europee, gli stati nazionali, Francia, Spagna, Inghilterra, c’erano da noi, e ci sono ancora, alcuni secondo i quali avremmo dovuto continuare ad essere, in un piccolo territorio (di poco più di 300 mila chilometri quadrati, incluso San Marino e il Vaticano), diviso in 7 stati, prevalentemente vassalli delle grandi potenze.

Non ci sto, perché chi in Italia, dal 1946 ha gestito per decenni un potere assoluto non può andare esente da colpe. Perché chi ha issato la bandiera dei valori cristiani ha, quanto meno, assistito inerte o incapace di reagire alla scristianizzazione della società, avendola già privata della sua identità, della sua storia che, pure, è straordinaria, da Roma lungo i secoli. Basti vedere in quali condizioni sono gli istituti di istruzione, spesso privi dei servizi minimi, palestre, laboratori, biblioteche, un tempo assicurati indifferentemente a tutti i ragazzi, qualunque fosse la condizione sociale della famiglia, con sostanziale parità nel merito. Del degrado dell’istruzione sono una immagine impietosa le bandiere sdrucite, sporche, esposte da anni, sempre le stesse, giorno e notte, tutto l’anno, in violazione delle norme che ne disciplinano l’uso. Neppure i partiti che si dicono tutori della Patria hanno saputo impegnarsi perché sulla facciata delle scuole sventolasse una bandiera come quelle che il campionato di calcio richiama sulle finestre dei tifosi. E voi genitori, perché non donate una bandiera alla scuola dei vostri figli? Per ricominciare a credere nel ruolo dell’istruzione, non una spesa “corrente” ma un investimento sul futuro della società. Il che vuol dire anche pensare ad un’edilizia adeguata, ad una più attenta selezione dei docenti, da retribuire quanto il loro ruolo richiede.

E poiché abbiamo iniziato dicendo che non va bene affermare che le cose non vanno perché altri sono contrari, non va trascurato che la Chiesa, che un tempo vantava un impegno importante nell’istruzione, è pressoché assente. Come nell’educazione. Un tempo c’erano gli oratori, luoghi d’incontro e di formazione. Ricordo che un mio collega, la cui famiglia non poteva pagare le ripetizioni, ripassava latino e greco con un sacerdote colto, mentre io giocavo a ping pong. Stupirsi della scristianizzazione della società è ipocrita. Non si trovano buoni sacerdoti. Io credo che quella “vocazione” sia condizionata anche dall’appeal che un ruolo ha nell’opinione pubblica. Senza che sembri irriverente vale anche per altre “professioni”, il funzionario pubblico, il Carabiniere, il magistrato, il medico. Il reclutamento segue l’attenzione che l’opinione pubblica riserva a queste attività. Più sono circondate di rispetto e di stima, più attirano i giovani i quali sono sempre guidati anche dall’immagine che ricavano dalla realtà del loro tempo.

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