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Cronache immaginarie del “semestre bianco” e dintorni nella Repubblica dei partiti

di Salvatore Sfrecola

Il 3 agosto ha inizio il “semestre bianco”, quel tempo che precede la data dell’elezione del Capo dello Stato e che vieta al Presidente in carica di sciogliere le Camere. Non è che questo Parlamento abbia mai corso realmente il “rischio” di essere mandato a casa, come pure hanno chiesto ripetutamente le opposizioni, ritenendo accertato, sulla base delle elezioni che si sono tenute negli ultimi anni nei comuni e nelle regioni, un significativo cambio di orientamento dell’elettorato rispetto al voto del 2018. Questo diverso sentimento percepito dai sondaggi non è stato evidentemente mai ritenuto da Sergio Mattarella idoneo a giustificare lo scioglimento anticipato delle Camere.

È un fatto che lasciamo a politologi e costituzionalisti che certamente richiameranno la proposta del Presidente della Repubblica Antonio Segni, di abolire il semestre bianco insieme alla introduzione del divieto di immediata rielezione del Capo dello Stato. Il tema è estremamente delicato ed attiene al funzionamento stesso della democrazia parlamentare, al ruolo dei partiti e del Presidente, alla sua funzione di garante della Costituzione il che significa dell’equilibrio dei poteri, che caratterizza le democrazie liberali, come ha insegnato il Barone di Montesquieu nel suo L’Esprit des lois.

Quell’equilibrio, va detto con realistica osservazione delle vicende storiche della Repubblica, è stato realmente conseguito solamente in alcuni casi. Non per incapacità di questo o di quel Presidente. Il fatto è che a Capo dello Stato viene eletto un politico sempre di lungo corso. Una personalità che ha militato per decenni in un partito, si è ispirato alla sua filosofia politica con ferma determinazione. E per queste sue doti politiche è stato scelto, d’intesa con partiti della medesima area parlamentare, per ricoprire la carica di Presidente della Repubblica. Ed è nella logica di questa modalità di elezione che, divenuto Presidente, il politico ispiri la sua azione alla linea politica dei partiti che hanno concorso alla sua elezione. Lo farà, in primo luogo, con i suoi discorsi, i suoi messaggi di saluto o di plauso ad iniziative politiche e culturali, con la sua presenza o assenza a determinate cerimonie, con il ricordo o meno di eventi della storia politica e culturale del Paese. Saranno segnali, forse non percepiti dai più, ma diretti a chi li attende. Dimostreranno condivisione di una linea politica, per preparare la strada a scelte politiche governative e parlamentari. Soprattutto il Presidente sa che, nel corso degli anni ed avvicinandosi la scadenza del suo mandato, i partiti che lo hanno eletto prenderanno in considerazione l’ipotesi della sua rielezione. È una aspettativa naturale, che, per la verità, tutti hanno coltivato, a cominciare da Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica, nella convinzione di aver bene operato. In alternativa, per ragioni di età e per la ragionevole esigenza di far spazio ad altri, i partiti valuteranno se il Presidente che sta per concludere il suo mandato ha tirato la volata ad altra personalità della medesima coalizione. Valutazioni di vario genere, come tutti hanno modo di comprendere, che possono essere riassunte nella sottolineatura del ruolo politico, più esattamente “di parte” che i partiti assegnano al Capo dello Stato.

Tutto questo premesso sul piano dell’analisi del contesto politico generale, la situazione attuale della composizione della Camera e del Senato ci induce a svolgere alcune considerazioni in vista dell’elezione del successore di Mattarella e nella prospettiva del voto del 2023, quando si voterà per il rinnovo delle assemblee legislative. I due eventi sembrano distinti ma, in realtà, sono strettamente collegati. Infatti, l’elezione per la scelta del nuovo inquilino del Quirinale, e senza escludere una proroga “tecnica”, che molto potrebbe giovare al Centrodestra che immagina sulla base dei sondaggi di conquistare la maggioranza nel 2023, sconta in qualche modo la condizione nella quale si trovano a fare i conti i partiti in vista del rinnovo delle Camere. Per il Movimento 5 Stelle la duplice scadenza è particolarmente problematica. Infatti, nonostante le tante defezioni, quei gruppi parlamentari vantano ancora una consistente quota nella maggioranza di Centrosinistra. Nel 2018 avevano convinto oltre il 30 per cento dell’elettorato. Ma, a giudicare dai sondaggi, quei voti non ci sono più, sicché la pattuglia dei “grillini” rischia una falcidia senza precedenti, aggravata dalla riduzione dei seggi parlamentari da loro stessi voluta. Il malessere che percorre il Movimento è grande. Ed aggravato dall’atteggiamento di Giuseppe Conte che, appena insediatosi al vertice (?) va giù duro nei confronti della riforma della Giustizia del Ministro Cartabia e delle ipotesi di modifica della disciplina del “reddito di cittadinanza”. I timori dei peones, dunque, cioè di quanti sono pressoché certi di non varcare più il portone di Montecitorio o di Palazzo Madama se non come ex, sono forti. Ed in vista dell’elezione del Capo dello Stato pensano naturalmente al dopo, quando torneranno alla vita civile nella quale, per età e per formazione professionale, non avevano ancora maturato certezze. E guardano a sinistra ed a destra secondo la loro propensione. E se il PD ha spazi angusti, anche il Centrodestra, che pure è cresciuto nei consensi in modo significativo, vive un momento di turbamenti, per essere in parte al governo e in parte all’opposizione, in una concorrenza interna che può minare la capacità di esprimere una forte volontà unitaria proprio alla prima scadenza, quella per certi versi più significativa, perché non è da escludere che possa concorrere a scippare alle sinistre il successore di Mattarella. Cosa non facile, certamente, considerato che il Capo dello Stato, ad onta della sua istituzionale funzione di garante della dialettica democratica e di arbitro imparziale, come si legge nei libri di diritto costituzionale, e con tutto il rispetto dovuto alla persona, è, in realtà, un uomo di parte, un esponente illustre di un’area politica, e, nella convinzione che ne sia espressione significativa e pubblica, viene chiamato al vertice dello Stato. Con il compito di non contraddire la scelta di coloro che lo hanno eletto e, allo stesso modo, di favorire la successione a personalità dello stesso orientamento.

È la realtà delle repubbliche parlamentari. Sarebbe ipocrita immaginare un Presidente assolutamente estraneo alla logica di chi lo ha eletto e potrebbe rieleggerlo. Come sarebbe ingenuo oltre ogni ragionevolezza ritenere che il Presidente in carica non desideri tirare la volata ad altra personalità delle sue stesse idee. 

Ebbene, sulla base dello scenario che abbiamo appena delineato s’impongono per noi osservatori alcune considerazioni su quel che è possibile avvenga nei mesi a venire, nella prospettiva del posizionamento dei partiti in funzione della maggioranza necessaria ad eleggere il nuovo Capo dello Stato ed in vista alla successiva scadenza del 2023, quando si dovranno rinnovare Camera e Senato. Gli scenari possibili sono ovviamente diversi, ma è certo che i partiti cercheranno in ogni modo, di fronte all’opinione pubblica e in Parlamento, di far valere idee e proposte per marcare le differenze. Ad esempio, significativo è l’abbandono di Forza Italia da parte di Lucio Malan, non solamente perché a lasciare il partito è il Vicecapogruppo al Senato. Quel senatore è una personalità di primo piano, attivo nella difesa dei valori democratici e liberali ma anche cristiani e occidentali. Malan approda a Fratelli d’Italia che i sondaggi premiano per la coerenza con la quale in Italia ed in Europa vengono difesi i valori della civiltà liberale, del pensiero conservatore e delle radici cristiane del Continente.

Che l’ingresso del Sen. Malan attesti di una evoluzione di FdI verso una apertura ad altre sensibilità presenti nel centrodestra, in parte già acquisite alla Lega, che riconosce il valore culturale e politico della “Destra Liberale” di Giuseppe Basini, deputato, già senatore di Alleanza Nazionale, la formazione politica che con Gianfranco Fini aveva offerto un significativo ruolo al senatore democristiano Learco Saporito ed allo studioso di scienza della politica di fama internazionale Domenico Fisichella, apertamente monarchico? Anche perché la qualificazione “di destra” del partito è, per alcuni, arbitraria. Soprattutto per quanti ricordano che il Movimento Sociale Italiano, dal quale provengono Giorgia Meloni e gli esponenti più rappresentativi del partito, ha intrattenuto a lungo una significativa consonanza, sia pure ampiamente rivisitata, con versioni “sociali” del pensiero fascista.

È presto per dirlo, a Giorgia Meloni i monarchici rimproverano ancora un’azzardata dichiarazione dispregiativa delle monarchie soprattutto per il Presidente del Conservatori europei, considerato che i paesi più democratici e più rispettosi della legalità (a sentire le rilevazioni di Transparency International sulla percezione delle corruzione) sono monarchie costituzionali.

Tutto questo può avvenire in un modo tutto sommato soft per lucrare gli effetti della partecipazione al governo di Forza Italia e della Lega schierati in una coalizione che vede uno dei partiti della coalizione,Fratelli d’Italia, all’opposizione e che per questo, come accade sempre, acquisisce consensi, che i sondaggi indicano come crescenti, su alcuni aspetti di polemica antigovernativa che emergono nell’opinione pubblica, soprattutto in tema di misure di contenimento dell’epidemia da Covid-19. Ma è anche possibile che, senza il timore dello scioglimento anticipato delle Camere, le differenziazioni abbiano un carattere più aggressivo, come avviene, ad esempio, in questo momento con l’enfatizzazione da parte di Matteo Salvini della partecipazione alla raccolta delle firme per il referendum sulla giustizia. E se nel centrodestra Forza Italia è alla ricerca di consensi anche attraverso alcuni distinguo rispetto alla Lega ed a Fratelli d’Italia c’è la mina vagante di Italia Viva che Matteo Renzi sta conducendo alla ricerca di qualche importante aggregazione sul centro o forse anche sul centrodestra, come attestano le sue più recenti iniziative, in particolare sul disegno di legge Zan che pure i suoi avevano votato alla Camera. Lo attesta l’insistenza con la quale, in apertura del suo libro da qualche giorno in libreria, Controcorrente, insiste sugli aspetti negativi del governo giallorosso presieduto da Giuseppe Conte al quale non risparmia critiche e della cui caduta sì gloria ripetutamente. Potranno individuarsi altri momenti di frizione nell’ambito di una maggioranza di governo, necessitata dalla grave crisi economica, ma troppo variegata, con la conseguenza che Mario Draghi potrebbe trovarsi a governare una realtà molto complessa, con distinguo continui e sgambetti in sede parlamentare o finanche governativa. Con la conseguenza di dover governare un periodo di instabilità difficile. 

Che il semestre bianco diventi un periodo al “calor bianco”? È certamente possibile, considerata la natura di governo “di salvezza nazionale” dell’esecutivo Draghi e tenuto conto, come detto, delle scadenze del 2022 e del 2023.

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