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Quel che insegna il caso Durigon

di Salvatore Sfrecola

Alla fine, Claudio Durigon, Sottosegretario all’Economia, si è dimesso. Con una lunga lettera nella quale ammette di aver “commesso degli errori” nel proporre di intitolare il Parco di Latina nuovamente ad Arnaldo Mussolini cancellando la più recente dedica a Giovanni Falcone ed a Paolo Borsellino. Scrive di averlo fatto in assoluta “buona fede”, aggiungendo che le sue parole erano state “lette e interpretate frettolosamente e superficialmente” con la conseguenza che alcuni hanno potuto insinuare che per lui “la lotta alla mafia non sia importante”.

Erano i primi di agosto. In precedenza, ad aprile, in un video pubblicato da Fanpage, Durigon aveva fatto un’affermazione gravissima: “il generale che indaga sui 49 milioni della Lega lo abbiamo messo lì noi”. Ed aveva scatenato polemiche giornalistiche e parlamentari con preannuncio di una mozione di sfiducia.

È un gafferur Durigon. Non c’è dubbio. E uno sprovveduto. Con un po’ di buon senso e per non danneggiare il partito avrebbe dovuto dimettersi immediatamente anche dicendo quanto ha scritto un mese dopo. Non ha avuto questa sensibilità ed ha sottovalutando una reazione politica assolutamente prevedibile. E questo dimostra che il parlamentare pontino, collocato in una posizione di potere governativo esclusivamente in ragione della sua forza elettorale in provincia di Latina non era adatto a quel ruolo. È stata una scelta sbagliata. Come altre, nella stessa Lega e in altri partiti, quando le segreterie politiche si ritengono libere di scegliere per soddisfare esigenze di consenso interno senza preoccuparsi dell’immagine pubblica che la persona offre, nella convinzione che l’elettorato accetti qualunque decisione dei vertici del partito.

Non è più così da tempo. Non è così in un’area, quella del Centrodestra nella quale, ad onta degli accordi sulle candidature nelle città che rinnovano i Consigli comunali, raggiunti sempre non senza difficoltà, la concorrenza è spietata, per motivi ideologici a volta, ma soprattutto per timori elettorali, dopo la riduzione dei seggi di deputato e senatore, una scelta nella quale Lega e Fratelli d’Italia si sono fatti imbrigliare dalla demagogia dei grillini.

Ora non è dubbio che in una società nella quale la comunicazione giornalistica e radiotelevisiva ha un rilievo crescente ed incide sull’andamento dei sondaggi, che seguono l’altalenante consenso dell’opinione pubblica in vista di un prossimo voto, la posizione di Durigon non era difendibile. Anche se Salvini ed altri esponenti della Lega hanno cercato di minimizzare, con l’effetto di ritrovarsi tutti nell’occhio del ciclone per molti giorni. E se l’abilità del Segretario ha consentito di controbilanciare l’effetto negativo del “caso Durigon” con i forti motivi di doglianza che la Lega da tempo manifesta nei confronti del Ministro dell’interno, Lamorgese, per la fallimentare gestione degli sbarchi a Lampedusa e su altre coste della Sicilia e della Calabria, nondimeno il mugugno nei confronti dell’ex Sottosegretario è stato notevole, come il disagio nei rapporti con il Presidente del Consiglio che certo non ha gradito in un momento delicato e impegnativo, dall’attuazione dei primi provvedimenti del PNRR al G20 nel quall l’Italia intende assumere un ruolo da protagonista nella penosa vicenda dei profughi provenienti dall’Afghanistan.

Tuttavia la vicenda del Sottosegretario leghista induce a qualche riflessione sulle scelte che i partiti fanno nella individuazione dei soggetti ai quali vengono affidate funzioni parlamentari e di governo, per le quali si dovrebbe tener conto dell’attitudine specifica, professionale e politica del soggetto individuato, che significa competenza e capacità di interagire con le amministrazioni, con i partiti, con i parlamentari e con la stampa. Perché il comportamento di ogni esponente politico non è destinato a riverberarsi solamente sulla persona. Anche il partito di appartenenza si giova o è danneggiato dall’immagine del proprio rappresentante agli occhi dell’elettorato.

L’idea che si possa prescindere da queste valutazioni è assolutamente sbagliata e rivela la mancanza di quella “etichetta” della politica che un tempo i partiti affidavano alle scuole dove si preparavano i quadri dirigenti i quali, in quel contesto, imparavano non solo nozioni di filosofia politica, ma anche di funzionamento delle istituzioni e di quant’altro occorreva per svolgere via via le funzioni che venivano loro assegnate, compresi i rapporti con i mezzi di informazione sempre più importanti.

Le scuole non ci sono più, anche se alcuni partiti, come appunto la Lega, organizzano dei corsi di cultura politica che sono una pallida immagine delle scuole di formazione attraverso le quali dal P.C.I. alla D.C. venivano preparati gli esponenti della classe dirigente. In ogni caso chi si avvicinava alla politica con l’ambizione di crescere nel cursus honorum imparava anche imitando i capi ai quali nella c.d. prima repubblica non mancava certo la capacità di curare l’immagine propria e del partito. Anche allora poteva accadere un incidente, ma si cercava comunque di evitare dannose ripercussioni sull’opinione pubblica.

Durigon è stato difeso da molti che probabilmente lo conoscono bene e sanno che al fondo è una brava persona, che non è fascista, che è solo un po’ esuberante anche per la pregressa esperienza di sindacalista dell’UGL, che ha proposto di intitolare nuovamente il Parco di Latina ad Arnaldo Mussolini e pensando che la città, nata a seguito della bonifica delle paludi pontine, conservi nell’opinione pubblica un forte legame nostalgico con il regime dell’epoca, sicché avrebbe gradito che il parco tornasse ad essere dedicato al fratello del Presidente del Consiglio che aveva promosso la bonifica. Non considerando che la richiesta di ripristinare la dedica del Parco ad Arnaldo Mussolini avrebbe evocato bene o male il Fascismo, contestualmente cancellando due personaggi cari agli italiani di qualunque fede politica, due magistrati di grandissimo valore i quali hanno operato con straordinario impegno nella lotta alla mafia e per esso hanno perduto la vita che avevano dedicato al servizio dello Stato.

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