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Si voterà per il Quirinale guardando alle elezioni del 2023

di Salvatore Sfrecola

Per Enrico Letta è prematuro parlare della candidatura del possibile successore di Sergio Mattarella. In realtà, il Segretario del Partito Democratico sa bene che il tema è all’ordine del giorno da tempo, se non altro sui giornali, anche se nessuna forza politica ha formalmente assunto decisioni in proposito. Neppure Forza Italia, nell’ambito della quale qualcuno ha ipotizzato una candidatura di Silvio Berlusconi, che lo stesso Cavaliere si è affrettato a smentire, anche se si dice che sarebbe gradito a Matteo Renzi da tempo alla ricerca di una ricollocazione che potrebbe essere quella del Centro moderato da costruire con quel che rimane del berlusconismo.

E si comincia a fare i conti dei voti possibili in relazione alle varie ipotesi in campo, che poi sono i nomi che corrispondono alla maggioranza che si immagina possa sorreggere la candidatura. Nomi che identificano scelte che non si limitano alla elezione del Capo dello Stato, perché la maggioranza che guarda al Quirinale pensa anche a Palazzo Chigi. In sostanza, la scelta dell’inquilino della Reggia che fu dei Papi e poi dei Savoia comprende necessariamente le prospettive della maggioranza di governo nei mesi a venire e al giro di boa delle elezioni legislative del 2023. È immaginabile, infatti, che la scelta di un esponente autorevole per il Quirinale galvanizzi i partiti che lo hanno eletto, con effetti per loro positivi sulle scelte che gli italiani faranno nel 2023. Un calcolo che potrebbe trovare conferma nelle difficoltà che sta incontrando il Centrodestra, certificate dalle recenti elezioni comunali, come confermano i più recenti sondaggi che hanno visto il PD sorpassare FdI come primo partito, per essere due componenti al governo (Forza Italia e Lega) ed una all’opposizione (Fratelli d’Italia).

In questa prospettiva potrebbero perdere appeal le candidature di personalità estranee alla politica, come Mario Draghi o Marta Cartabia. Ai partiti del Centrosinistra, PD e M5S interessa avere al Quirinale uno “dei loro”, che sia in qualche modo garante dell’orientamento politico che essi esprimono. Ciò che il Capo dello Stato fa, senza sembrare “di parte”, quando partecipa a manifestazioni promosse da associazioni ed enti “di area”, indirizza messaggi, premia personalità della cultura, conferisce le onorificenze della Repubblica. Per non dire della nomina dei Giudici costituzionali. Gli “elettori” del Presidente contano molto sul suo attivismo che naturalmente consolida, agli occhi dei cittadini, l’immagine politica dei partiti di riferimento. Ne dà dimostrazione l’attuale Presidente che non tralascia occasione per manifestare orientamenti e sentimenti, assolutamente legittimi, ma che sono espressione del “pensiero” dell’area politica di provenienza. D’altra parte, sarebbe una grave ipocrisia immaginare che il Presidente della Repubblica, che la Costituzione definisce Capo dello Stato, e come tale super partes, dimenticasse come per incanto, un minuto dopo l’elezione di essere stato per anni esponente di spicco di un partito e di essersi battuto in Parlamento ed al Governo per far trionfare idee e programmi. Certamente il Presidente farà di tutto per apparire autonomo rispetto ai partiti che lo hanno eletto. Ma inevitabilmente gli italiani riconosceranno in lui l’espressione viva di una parte.

Se è vera la riflessione che abbiamo appena condotto, con riguardo all’interesse dei partiti del Centrosinistra ad eleggere una personalità di area perché la sua immagine si riverberi in loro favore in vista delle elezioni del 2023, la scelta non può che ricadere su una personalità del PD possibilmente proveniente dall’area cattolica, cioè ex Margherita o dintorni, noto agli italiani, che potrebbe nell’anno che separa la sua elezione dalle urne per il rinnovo del Parlamento rassicurare l’elettorato.

Niente Draghi, dunque, perché serve stia al governo, per conservare l’appoggio della Lega e continuare a dividere il Centrodestra. In questa ottica i candidati ideali sono Pierferdinando Casini, ex DC, ex UDC, eletto a Bologna nel PD, Dario Franceschini, ex DC, ex Margherita, Paolo Gentiloni Sjlveri, anche lui ex, che può vantare l’esperienza e l’autorevolezza dell’incarico di Commissario europeo per l’economia. E, si sa, si fa carriera solo se ben accetti in Europa. Tutti comunque provisti di adeguata caratura antifascista, sensibilità sociale, apertura ai “nuovi diritti”, in ottimi rapporti con il mondo cattolico che conta.

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