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Domenico Giglio, una personalità della cultura e della politica

di Salvatore Sfrecola

Sono convenuti in tanti nel salone dell’Hotel Parco dei Principi per ricordare Domenico Giglio il 7 novembre, alla vigilia del giorno nel quale avrebbe compiuto 89 anni. Per iniziativa della famiglia, della moglie, Maretta, e delle figlie, Elena, Ludovica e Stefania che con i nipoti, avevano voluto incontrare i tanti amici che gli erano stati vicini nel lavoro, nelle attività politiche e culturali e nel Lions. Convenuti da ogni angolo della Città, nonostante le difficoltà di una domenica nella quale Roma è stata tagliata in due dalla maratona. Per ricordare il professionista, l’amico, l’uomo dalla straordinaria cultura che spaziava in tutti i campi, stimolato da un naturale desiderio di sapere. Come sanno i frequentatori del Circolo Rex, “il più antico circolo culturale della Capitale”, fondato nel 1948, come amava ricordare. E come indicava nei comunicati stampa che annunciavano le conferenze. Vi era entrato nel 1960, ne divenne vicepresidente prima (1969) e presidente poi (2009), ultimo di una serie di prestigiose personalità fedeli a Casa Savoia. Come Carlo d’Amelio che del Re Umberto II era stato l’avvocato, una personalità del Foro romano, già Governatore del distretto Rotary.

Era un oratore brillante Domenico. Mi colpì in una delle ultime sue conferenze come sia riuscito a parlare tutto il tempo senza nessuna interruzione, neanche di quelle che accompagnano un attimo di riflessione, snocciolando citazioni, nomi e date.

Per tutti gli intervenuti all’Hotel Parco dei Principi e soprattutto per quanti hanno preso la parola per ricordare momenti, spesso lontani, di una consuetudine professionale o amicale con Lui, di condivisione di ideali e di esperienze, culturali e lato sensu politiche, spesso la voce è risultata incrinata dall’emozione.

Per me, che negli ultimi anni ho collaborato con lui nelle attività del Circolo REX, in qualche tratto ho sentito un groppo in gola nel ricordare la passione con la quale ha portato avanti un impegno straordinario fino all’ultimo, anche scrivendo lettere ai giornali o riflessioni ospitate da StoriainRete o da altre pubblicazioni di ispirazione monarchica. Come “Nuove Sintesi”, la pubblicazione diretta da quasi 40 anni dal Preside Prof. Michele D’Elia che nell’ultimo numero distribuito ai presenti reca in apertura proprio un pezzo importante di Domenico, una riflessione sul ruolo arbitrale del Capo dello Stato, sviluppato mettendo a confronto Re e Presidenti della Repubblica. Di D’Elia ho portato il saluto alla Famiglia ed ai presenti, insieme a quello dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) e del suo Presidente l’Avvocato Alessandro Sacchi, trattenuto a Palermo per presiedere il Congresso dei monarchici siciliani.

Domenico scriveva spesso anche per “Un Sogno Italiano”, quando un evento politico, un articolo di giornale, una trasmissione televisiva lo inducevano ad intervenire, commentando con piglio deciso e documentato quel che non condivideva. Ed erano spesso questioni legate ad interpretazioni storiche di fatti che conosceva profondamente, sui quali si era documentato e che lo addoloravano per il modo con cui venivano ricordati eventi e uomini ai quali aveva riservato attenzione negli anni. È stato un campione dell’ideale risorgimentale della Monarchia Parlamentare che con lo Statuto Albertino ha introdotto nell’ordinamento dello Stato regole fondamentali della democrazia liberale, come i diritti politici delle persone, che non si amano ricordare soprattutto quando sono state pressoché integralmente riportate nella Costituzione repubblicana, a dimostrazione della lungimiranza del legislatore del 1848 che, farà dire al repubblicanissimo Pietro Calamandrei in Assemblea costituente dello Statuto Albertino “vedete come è chiaro e sobrio”.

Giglio amava l’Italia liberale degli uomini probi, dei Cavour e dei Sella, che anteponevano l’impegno pubblico agli interessi personali. Grandi amministratori della finanza e dell’economia, impegnati a governare un Paese difficile, già allora a diverse velocità, con storie che nei secoli erano state condizionate dalla presenza ingombrante di potenze straniere, la Spagna, la Francia, l’Austria, pertanto da secoli “calpesti/ derisi”, come recita la Canzone degli Italiani, l’Inno di Mameli. Domenico Giglio era consapevole del ruolo unificante avuto dai sovrani di Casa Savoia che avevano saputo costituire un punto di riferimento perfino di chi era lontano dall’ideale monarchico, come il campione dei repubblicani, Giuseppe Mazzini, che scrive prima a Carlo Alberto, poi a Vittorio Emanuele II comprendendo che solo loro avrebbero potuto dar vita allo Stato nazionale.

Andrea Ungari, Professore di Storia contemporanea ad UNIMarconi ha ricordato l’amico, il fervente monarchico. Erano gli anni Cinquanta, quando il Partito Nazionale Monarchico (P.N.M.) riscuoteva i suoi maggiori successi. Domenico Giglio a partire dal 1958 entrò a far parte della Direzione Nazionale del P.N.M fino a quando, nel 1961, il partito si trasformò nel P.D.I.U.M. (Partito democratico italiano di unità monarchica). Passato all’opposizione del segretario nazionale Covelli, nel 1972, in seguito alla confluenza del P.D.I.U.M. nel M.S.I., Domenico abbandonò il partito e fondò Alleanza Monarchica un circolo culturale-politico che voleva mantenere vivo l’ideale monarchico.

Ricorda ancora il Prof. Ungari che Giglio pochi mesi fa aveva deciso di donare il suo archivio personale alla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Un archivio importante, che attesta la sua attività di dirigente del P.N.M. in un triennio cruciale come quello del 1958-61.

Con lui se ne va un grande animatore culturale, un uomo colto e con un’intelligenza vivace. Non era un nostalgico Domenico. La sua passione politica si fondava su una ragionata adesione ad un assetto dei poteri dello Stato che vede nel vertice istituzionale un ruolo di garante imparziale del sistema politico. Ne abbiamo parlato più volte, lui ingegnere io giurista, entrambi preoccupati del buon funzionamento delle Istituzioni e della “macchina dello Stato”. Scriveva spesso del Re Vittorio Emanuele III e ne difendeva il ruolo straordinario, fin dai primi giorni dell’ascesa al trono insanguinato dall’uccisione del padre, Umberto I, quando volle avviare il rinnovamento dello Stato respingendo le proposte di quanti intendevano approfittare del regicidio per avviare una stretta sulle rivendicazioni popolari ed operaie. Quel Re avrebbe salvato ancora l’Italia nel 1917, a Peschiera, rivendicando, di fronte ai capi politici e militari delle potenze alleate il valore del soldato italiano, che avrebbe, come è stato, riscattato Caporetto. Ed ancora il 25 luglio 1943, quando prese atto della fine del regime fascista per riassumere i poteri statutari, dei quali la dittatura lo aveva privato, e riprendere in mano le sorti della Patria e salvarla l’8 settembre, pur tra le inevitabili tragedie dell’invasione tedesca, mantenendo alta la bandiera del Regno. Non dimenticava, Giglio, questi passaggi cruciali e difendeva, contro gli opportunisti, il ruolo del “Suo Re”.

Ingegnere, amava i numeri e le statistiche con le quali contestava le versioni di fatti ed eventi spesso strumentalizzati dal politically correct, ai quali opponeva ragionate interpretazioni.

Uomo di vasta cultura ricordava spesso Dante. Come la storia di Roma, il faro della civiltà occidentale che portava ovunque nel mondo allora conosciuto le stesse condizioni di vita e civiltà che caratterizzavano la Repubblica e poi l’impero sulle rive del Tevere. Basti pensare agli acquedotti che ovunque assicuravano l’acqua, emblema della civiltà, le Terme che favorivano la socializzazione, come i teatri. E le strade, per unire popoli lontani e favorire i commerci e lo sviluppo dell’economia.

Ognuno degli intervenuti all’Hotel Parco dei Principi ha ricordato un aspetto della personalità di Domenico, il marito, il padre, il nonno affettuoso. Come lo era con gli amici, con i suoi compagni di riflessione politica.

Io voglio ricordare l’amico, il collaboratore di questo giornale al quale riservava di frequente delle brevi considerazioni fra cronaca e storia, sempre puntualissime. Era un uomo sereno Domenico Giglio, garbato, quello che si dice un Gran Signore, in tempi cafoni, un professionista di valore, un uomo culturalmente impegnato anche nel Lions, con il quale ci si confrontava amabilmente. Ma guai a negare storia e cultura del nostro Risorgimento, di quello straordinario periodo storico che giustamente Domenico Fisichella, che gli è stato amico e che spesso ha tenuto conferenze al circolo Rex, definiva un “miracolo”. E tale in realtà è stato, visto oggi nel contesto della politica italiana dove emergono mediocrità e interessi di parte. Perché in quel periodo, che è il più importante della storia recente d’Italia, l’unico “collante” effettivo degli italiani, come ricorda Indro Montanelli, si videro personalità illustri della politica e della cultura che, pur schierati su posizioni diverse dal punto di vista istituzionale e politico, monarchici e repubblicani, hanno saputo trovare il modo di far convergere i loro sforzi perché, prima di tutto, bisognava fare l’Italia. È una frase che ritroviamo nelle parole del Re Umberto II nel momento in cui lascia Roma dopo un referendum, quantomeno dubbio nei risultati. Il Re che dice “l’Italia prima di tutto. Sempre”. E Domenico Giglio amava aprire le conferenze del Rex premettendo sempre la lettura di qualche frase di un documento del Re Umberto, messaggi, riflessioni sulla situazione politica italiana che il Sovrano da lontano, con struggente nostalgia, seguiva giorno dopo giorno. Vittima di quel crudele esilio, che sembra una vicenda d’altri tempi, che, invece, in Italia, e solo in Italia, è stato mantenuto fino alla morte, dopo la morte.

Domenico mi chiamava spesso per propormi un pezzo per riflettere con me, perché desiderava che continuasse a vivere quel circolo Rex al quale fino all’ultimo ha dato tutto sé stesso, convinto che fosse, come effettivamente è stato, una voce importante nel dibattito politico che scade sempre di più, giorno dopo giorno. Basta leggere i giornali per rendersene conto e per capire l’amarezza di quest’uomo, come di tutti coloro i quali credono nella Patria, nel vedere il grave degrado della classe politica incapace di esprimere personalità idonee a rivestire i ruoli fondamentali nella guida nella comunità, la direzione del governo, la politica interna, l’economia, la giustizia, l’istruzione, oggi affidati ad “estranei”.

Ci sarà ancora di guida e di sprone Domenico, per noi e per quanti credono nell’Italia, sempre.

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