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Presidenza della Repubblica, gelo sulla candidatura Draghi

di Salvatore Sfrecola

Più o meno di questo tono sono stati i titoli dei giornali all’indomani della conferenza stampa nella quale il Presidente del Consiglio ha detto che “il governo può andare avanti indipendentemente da me”. Aggiungendo “il mio destino personale non conta assolutamente niente. Non ho particolari aspirazioni di un tipo o di un altro. Sono un uomo e un nonno al servizio delle istituzioni”. Perché “il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà”. Con l’avvertenza che debba comunque essere un esecutivo di salvezza nazionale. “L’importante è che sia votato da una maggioranza come quella che ha sostenuto il governo, la più ampia possibile”, facendo intendere che la coalizione di governo sarebbe a rischio se si dividesse sul Capo dello Stato.

Come tutti hanno inteso, Draghi ha posto la sua candidatura per il Quirinale ed ha stabilito altre condizioni, un voto ampio, come quello che sostiene il governo, per garantirne la continuità. Ciò che ha messo in difficoltà i partiti i quali, appunto, hanno risposto in prevalenza con una buona dose di freddezza che, peraltro, nessuno, tra i commentatori delle vicende della politica, ha interpretato come un fatto positivo. Come sarebbe stato necessario. Nessuno, infatti, dei “quirinalisti” ha sottolineato come questa presa di posizione dei partiti possa sottintendere il desiderio di essere protagonisti di quella scelta e di volerla effettuare ricorrendo ad un politico. In sostanza, come andiamo dicendo da tempo, la politica ha fatto un pauroso passo indietro rinunciando a proporre la candidatura di personalità dei partiti per il ruolo di Presidente del Consiglio, di ministro dell’Interno, dell’Economia, della Giustizia, per fare qualche esempio. Ma adesso i partiti potrebbero non essere disponibili a rinunciare anche al ruolo di Presidente della Repubblica.

È una interpretazione benevola la nostra? Ci stiamo forse illudendo che i partiti abbiano ritenuto di aver toccato il fondo e di voler tornare protagonisti inviando sul Colle un loro uomo? O è semplicemente il desiderio di essere determinanti nella scelta, magari proprio di Mario Draghi. Nel senso che si sono sentiti spiazzati dalla autocandidatura perché immaginavano di dover essere loro stessi a proporre il nome del Presidente del Consiglio ai grandi elettori che, tra un mese, decideranno sul successore di Sergio Mattarella.

Vorrei essere certo che i partiti, i quali sono certamente consapevoli di aver perduto la dignità del proprio ruolo rinunciando alle cariche esponenziali del governo, abbiano ritenuto che non è possibile rinunciare anche alla carica di capo dello Stato. Vedremo nei prossimi giorni quale è veramente la realtà della politica italiana, se i partiti accetteranno l’autocandidatura di Mario Draghi o penseranno di fare una scelta autonoma, tenendo anche conto del fatto che non sarebbe facile rimpiazzare il Presidente del Consiglio con un’altra personalità. Ad esempio con il ministro dell’Economia Daniele Franco, il che darebbe un’ulteriore impressione negativa, quasi che il Presidente Draghi trasferendosi al Quirinale lasci il testimone ad un uomo di sua fiducia, che è cosa diversa dalla indicazione che aspetta al Capo dello Stato di un Presidente del Consiglio tra quanti solitamente vengono indicati nel corso delle consultazioni. Sarebbe la certificazione, ad iniziativa degli stessi partiti, della fine del loro ruolo politico.

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