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La guerra in Ucraina, la libertà e l’interesse nazionale

di Salvatore Sfrecola

Man mano che passa il tempo e la guerra in Ucraina è oggetto di riflessioni con riferimento al suo andamento ed alle ipotesi di pace, mentre si valutano gli effetti delle sanzioni che i paesi occidentali hanno applicato nei confronti dell’aggressore, si va diversificando il quadro delle posizioni in campo. Che non possono nascondere che si sia di fronte ad un’aggressione , che non possono trascurare la resistenza orgogliosa del popolo ucraino che, diciamola tutta, un po’ ci mette in imbarazzo se guardiamo alla nostra storia che, prima del Risorgimento, ci ha visto per secoli “calpesti/derisi”, perché colonia di spagnoli, francesi ed austriaci.

E naturalmente cominciano a delinearsi opinioni diverse, come quella che apprezza la Russia di Putin, impermeabile ai poteri “forte” o “occulti”, o presunti tali, dalle banche d’affari internazionali alla Massoneria alle lobby gay e quindi sì sorvola sul principio di libertà e si sottolineano noti elementi di decadimento della società occidentale, dal degrado morale alla instabilità politica. E poi emerge prepotente, come ho già segnalato, un certo diffuso antiamericanismo molto più accentuato a destra anziché a sinistra, residuo post-bellico, e ci si chiede quale sia l’interesse nazionale in questa vicenda. Considerato che obiettivamente la nostra partecipazione alle alleanze occidentali, sia con gli Stati Uniti d’America sia con la NATO non dovrebbe escludere la possibilità di ritagliarci uno spazio di autonomia.

C’è chi ricorda, in proposito, come un tempo, anche nell’immediato dopoguerra, l’Italia abbia spesso tutelato gli interessi nazionali ignorando le pressioni americane o dei potentati economici, come delle Sette Sorelle quanto agli approvvigionamenti di greggio. Naturalmente si evoca Bettino Craxi che in nome del nostro interesse a restare fuori dalla campagna di attentati organizzati in Europa dai terroristi palestinesi si rifiutò di cedere agli americani il terrorista che aveva organizzato il sequestro dell’Achille Lauro. Mentre Maurizio Belpietro su La Verità di oggi sottolinea come l’interesse nazionale fosse ben chiaro anche a Giulio Andreotti, “il quale la teoria dei due forni in cui cuocere l’azione di governo non la praticava solo in casa, per non veder naufragare i suoi esecutivi, ma anche all’estero, dichiarandosi filoamericano, ma anche amico del Medioriente”.

Naturalmente queste premesse servono a sottolineare la tesi secondo la quale non sarebbe interesse italiano inviare armi agli ucraini affinché la guerra continui. E fra questi molti hanno esplicitamente invitato il Presidente Zelesky ad arrendersi, a cedere le armi, stile “tutti a casa”. È una teoria che ha il fascino dell’“egoismo nazionale” ammantato da nobili finalità, un egoismo che non mi convince perché se cosi fosse stato nel corso del Risorgimento il re di Sardegna, Carlo Alberto, non avrebbe sfidato con un piccolo esercito la più grande potenza militare dell’epoca, l’Impero austriaco, Garibaldi non sarebbe tornato in Italia a combattere, e accanto a lui non sarebbero scesi in campo ungheresi come Stefano Türr, mentre un italiano, il Conte Santorre di Santa Rosa andava a morire a Sfacteria per difendere l’indipendenza della Grecia. Io credo che l’interesse nazionale sia un valore grandissimo che va interpretato. Perché nell’interesse nazionale c’è anche quello a riconoscere intorno all’Italia comunità portatrici degli stessi valori che sono essenzialmente i valori della libertà. Quel valore per il quale Camillo Benso di Cavour diceva “io sono figlio della libertà , e ad essa devo tutto quel che sono”.

Capisco che per alcuni la libertà è un principio astratto, che ci sono valori morali e spirituali che possono essere considerati prevalenti. Ma io prediligo un ordinamento nel quale sono libero di scegliere, anziché un ordinamento il quale mi imponga determinati valori anche se li condivido. Perché se c’è libertà io posso far valere nel dibattito le mie idee, i miei princìpi, le mie aspettative, le mie prospettive. Ma se non c’è libertà anche l’affermazione di princìpi che io avrei comunque condiviso mi va stretta perché mi manca il confronto con gli altri, con quelli che la pensano diversamente da me. E se, giustamente, qualcuno lamenta intromissioni di potenze straniere, di poteri forti, di banche internazionali, non è che le possiamo tener fuori mettendo un muro fra noi e loro. Li dobbiamo tener fuori condizionandoli con le nostre idee e difendendole.

Il fatto è che questa maggioranza del Paese, che sicuramente condivide i valori civili e spirituali ai quali stiamo facendo riferimento, la democrazia, i valori della civiltà cristiana è una “maggioranza silenziosa”, e silenziosa intende rimanere, non vuole esprimersi, non si vuol battere, non ha il coraggio di difendere le proprie idee. Non possiamo pensare di difenderci chiudendoci perché questo non va bene, perché antistorico, perché non può durare nel tempo. Diamo un colpo di reni, ricordiamoci di avere una dignità come uomini che appartengono ad una civiltà antica, alla civiltà della Grecia e di Roma innervata dai valori cristiani e così sapremo difendere l’interesse nazionale ed i valori della nostra Comunità come interpretati dalla maggioranza degli italiani, che non deve essere tale solamente nei sondaggi sulle intenzioni di voto, che non conta se non esce allo scoperto.

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