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Calaf e il “rospone” (Turandot al Teatro dell’Opera di Roma)

di Dora Liguori

Il 22 Marzo è andata in scena all’Opera di Roma, poi trasmessa anche su canale 5, la Turandot di Puccini per la regia Ai Weiwei, un artista cinese, definito dai più un genio e che, per personale incompetenza, mi guardo bene dal giudicare. Comunque, da quanto letto, ho appreso come egli sia un grande artista che s’interessa di architettura, installazioni, fotografia, social, etc. Ma, a prescindere dalle trentamila cose che fa, Weiwei, a mio giudizio, è soprattutto un uomo che ha avuto la forza morale di esprimere le proprie idee in una nazione -la Cina- dove, almeno a sentire di molti, pare sia già troppa cosa avere delle idee.

E questo grande coraggio fa sicuramente onore all’artista.

Fatte queste premesse, mi pare, però, alquanto azzardato, da parte dei dirigenti del Teatro dell’opera, il ritenere, sempre a proposito di idee, che un artista essendo cinese, necessariamente, possa effettuare la migliore delle regie per un’opera complessa e insidiosa, quale Turandot. Insomma… non è certo il luogo di nascita che forma un regista, altrimenti solo un francese potrebbe fare la regia di Traviata e uno scozzese quella di Macbeth.

Comunque, e nello specifico di Turandot, cinese o meno, la presente regia, pur avendo consuetudine con le estrosità registiche, ha, come dire… sconcertato.

Anzi, in tutta sincerità, peggio degli enigmi di Turandot, sia io che il pubblico, stiamo ancora riflettendo sul come dare una risposta ragionevole all’ intrinseco pensiero che l’artista ci ha voluto comunicare. Infatti, i veri enigmi dello spettacolo, più che Turandot, ce li ha proposti il regista, ad iniziare dal “rospone” (qualcuno dice rana) del titolo che, a mo’ di zaino soggiornava, con tanto di occhi fosforescenti, sulle spalle e il resto della persona del povero principe Calaf.

Andando per ordine, Calaf, così come ce la racconta la commedia di Gozzi, è un povero fuoriuscito dal suo regno d’origine, l’Astrakan. Insomma, era un emigrato politico che, giunto a Pechino, senza arte né parte, saputa la storia degli indovinelli posti dalla bella Turandot, decide, per fare la carriera almeno di marito, di tentare la fortuna candidandosi a questa sorta di “Eredità” alla cinese anch’essa fornita, viste le teste che saltavano, di opportuna ghigliottina o arnese similare.

E in tutto questo il rospone (e chiedo scusa per la parola non esistente in italiano) che ci azzecca? Mah! A precisa domanda avanzata, il regista non ha risposto… gli è venuta così ed è probabile che ci stia pensando anche lui.

Tornando alla protagonista del titolo, la principessa Turandot, grande esempio di sensibilità femminile e che per i miei gusti poteva restare zitella tutta la vita, il regista Weiwei (e con lui l’autore dei costumi) l’abbiglia con un candido vestito simil settecento. Magari oggi non è dato saperlo, ma, con tutta evidenza, ai tempi di Turandot, questa doveva essere l’ultima moda imperante a Pechino. A sua volta Liù, viene rappresentata in foggia egiziana, dalla quale foggia è possibile dedurre (tutta l’opera è un indovinello) che, essendo accompagnatrice di Timur, il vecchio padre di Calaf, e conoscendo Calaf stesso, i tre fossero emigrati politici provenienti dall’Egitto e non dall’Astrakan. Onde per cui, viste le distanze da percorrere a piedi, questi fuoriusciti dovevano essersi avviati alquanto giovani dall’Egitto per poi giungere più che maturi in Cina.

E con questo possiamo spiegarci la riluttanza di Turandot a convolare a nozze con Calaf. Infatti, costui, dopo così lungo viaggio, non doveva essere più un aitante giovane nel fiore degli anni bensì un maturo signore con qualche reumatismo. Se poi, al non confortevole quadro degli anni del principe, andava ad aggiungersi la presenza di un orrido rospo sulle sue spalle… mbé teneva pure ragione la non tenera principessa Turandot a volerne la testa: vedi mai dovesse accogliere il Calaf in letto con rospo annesso!

Sempre rimuginando sul rospone e spiegarne la presenza, può essere che, visti gli acciacchi dei tre protagonisti (anche Liù non stava tanto bene, almeno di testa) e visto l’impiego in una delle tante medicine orientali dei rospi, il buon principe, a sua precauzione, abbia deciso di portare addosso, pronta all’uso, la medicina. Che ne dite?

La mia è davvero un’illuminata risposta… verrò ammessa in finale! Meglio no… alla ghigliottina non ci tengo.

Superato l’arcano della provenienza dei cosiddetti stranieri e dei loro malanni vari, tutti gli interpreti agivano, quasi statici, su una scena costituita da un grande scalone mentre, su un video posto al fondo del palcoscenico, si succedevano immagini illustranti tutte le disgrazie succedutesi in Cina, sia passate che presenti, covid compreso.

A questo punto l’incauto spettatore, se solo avesse tentato di seguire, per immagazzinare il tutto, i due momenti scenici, sarebbe diventato immediatamente strabico. Comunque, fra le tante perle visive che scorrevano innanzi ai nostri occhi, abbiamo colto al volo come, ad esempio, la casa nostalgicamente evocata da uno dei consiglieri imperiali si trovasse a Venezia che, come tutti sanno, è nei pressi di Pechino… giusto in periferia. Inoltre, abbiamo appreso che l’imperatore della Cina alberga in trono sul tetto di un grattacielo e che, sempre a Pechino, appena dietro l’angolo, possiamo trovare, in tipica “mise” cinese, una danzatrice in tutù. Aggiungasi, non per immagine ma sulla scalinata, la visione del disgraziatissimo principe della Persia (lo sfortunato concorrente che precede nei quiz Calaf) che, prima di andare a morire, si esibisce in una specie di danza dei sette veli. Anche qui torna arduo capirne il simbolismo.

Ultima trovata registica, la povera Liù si suicida con un “infarto”. Infatti cade a terra senza che alcun ferro la tocchi.

Con queste premesse appare evidente che la compagnia di canto risultasse alquanto spaesata e che ognuno cantasse senza esprimere gesti di umana pietà. Infatti, persino la dolce e innamoratissima Liù, mai sfiora Calaf. E qui una spiegazione è possibile anche darla: l’amore è cieco ma un tantino di ribrezzo la vicinanza con il famoso rospone la faceva anche a lei.

Tornando alla resa musicale, purtroppo, pur con tutte le simpatie del momento, la direttrice ucraina Oksana Lyniv, in più punti della partitura, ci forniva una lettura alquanto bandistica, dove vince chi assorda di più il pubblico (non mi riferisco al bellissimo suono ed alle esecuzioni delle grandi bande). Infatti, la Lyniv, pur brava in certi passaggi, in altri faceva dirompere l’orchestra sino al punto di coprire persino il fatidico “vincerò” di Calaf. A fortuna sua e degli ascoltatori, la direttrice ha moderato il suono almeno quando c’erano le dolci e dolenti note caratterizzanti la parte di Liù, interpretata da una brava Francesca Dotto. Michael Fabiano e Oksana Dyca, rispettivamente Calaf e Turandot, hanno cercato, invece, per tutta la durata dell’opera e in bella gara, di uscire vivi dalle scatenate sonorità orchestrali.

Peccato! Come ben si studia in composizione, la grande orchestra prevista da Puccini nella partitura di Turandot, non significa solo possibile impetuosità sonora bensì magnificenza e bellezza d’impasto orchestrale che va, appunto, ben studiato, individuato e calcolato.

Infine, unica e veramente pregevole scelta di questa edizione di Turandot, è stata quella di finire l’opera, laddove, con la morte di Liù, Puccini ebbe a posare la penna. Per sfatare una vulgata occorre subito dire che, volendo, il grande operista, avrebbe potuto andare avanti poiché la morte verrà a coglierlo solo alcun tempo dopo.

No! Puccini non ha voluto concludere poiché, a ben riflettere, neppure un genio ma anche un uomo sensibile come lui, avrebbe saputo rivestire di giuste note e begli accenti due precursori delle SS, quali Calaf e Turandot. Purtroppo, i due, altro non sono che spregevoli esseri, vere montagne di egoismo che, dopo la straziante morte di Liù, come nulla fosse, desiderano ancora convolare felicemente a nozze.

Ma vi pare giusto?

Per questo, sia pure con l’animo triste per le ultime dolenti e bellissime note, è preferibile chiudere la favola seguendo Liù… dolcezza e poesia

P.S. Weiwei, in un’intervista ci fa sapere che questa di Turandot sarà la sua prima ed anche ultima regia d’opera. Non ci è dato conoscere, poiché non ce lo dice, quali siano le ragioni intrinseche di questa sua decisione; possiamo solo, dopo aver visto la sua Turandot, essere d’accordo con lui, augurandoci, nel contempo, che nessun ben pensante s’intrometta per fargli cambiare parere.

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