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Varlam Tichonovic SALAMOV (1907-1982), ovvero dell’Integrità del Bene.

                          “Il mio Ritorno alla Parola è, in sostanza, un avvertimento all’Uomo su come resistere alla folla”

di Jacopo Severo Bartolomei, Presidente dell’Associazione NEW FRONTIER

Presentazione di “VISERA.ANTIROMANZO”

E’ universalmente nota la definizione del nazionalsocialismo coniata da Hannah Arendt, filosofa ebrea allieva di M. Heidegger, in termini di “Banalità de male”, che ci ha sospinto a sottotitolare l’evento di presentazione dello scritto postumo chiamato dall’Autore “VISERA. Antiromanzo”, con l’epiteto su “L’integrità del Bene”.

Gli addetti ai lavori, non solo scrittura e traduttori, russofoni o russofili, hanno da decenni notato che mentre sull’universo dei campi di concentramento nazisti la letteratura, non solo narrativa, è copiosa e conosciuta, invece sull’“Arcipelago GULAG” dell’Unione sovietica, dissoltasi tra novembre 1989 e inizio 1990 (Gulag, acronimo di Direzione generali dei campi di lavoro correzionali), la conoscenza sistematica stenta a denarrare. Tanto che Saviano scrive che “attorno alle atrocità del comunismo sovietico dei guag è calato il silenzio per troppo tempo” (pref. pg. 17). In verità anche prima dei gulag, sull’eccidio di massa degli ufficiali polacchi per mano dell’Armata rossa e non delle truppe naziste, nel 1940 nella foresta di Katyn (oblast di Smolensk)si è preferito mantenere il riserbo per non influenzare la spartizione del vecchio continente in zone d’influenza, avutasi con la cortina di ferro (secondo storica definizione di W. Churchilli, nel discorso di Fulton)

Dopo il convegno scientifico internazionale tenutosi a Milano dal 5 al 7 ottobre ‘22 presso l’Università degli Studi-Dipartimento di Lingue e Letterature, in collaborazione con l’Università “La Sorbonne” di Parigi e l’Università di Palermo, Firenze e Reggio Emilia, l’evento di divulgazione organizzato dall’Associazione politico-culturale New Frontier di Civitanova Picena, nei locali del Teatro Municipale “Delle Logge-A. Cerquetti” a Montecosaro Town (MC), nel pomeriggio del 3 dicembre 2022, si attesta come la più significativa iniziativa di celebrazione  del grande scrittore russo Varlam Tichonovic Salomov (1907-1982), in occasione della ricorrenza del quarantennale dalla sua scomparsa dalla scena terrena.

Dell’esistenza di Salamov, il grande pubblico italiano se ne è accorto casualmente, dopo la serata televisiva dell’11/11/09, allorquando durante la trasmissione condotta da Fabio Fazio su canale Rai, l’ospite Roberto Saviano (l’autore di Gomorra) ha confessato la predilezione per la sua opera principale “I Racconti di Kolima”, con un’appassionata dichiarazione d’amore: “Sicuramente non sarei l’uomo che sono se non li avessi letti. Lo considero uno dei tre libri fondamentali (…) da queste pagine è passata gran parte della mia coscienza e formazione”.

Al fondo di tali proposizioni enfatiche, è stato veicolato il messaggio che l’epopea kolymiana non lascia indifferenti, la lettura di Salomov cambia la vita, seppur l’opera resti complessa, difficile e travagliata. L’unica donna che sia riuscita a restare a lungo, per sedici anni sino alla morte, al fianco dello scrittore Irina Sirotinskaja – erede del lascito spirituale e del patrimonio culturale di Salamov – ha scritto che “I racconti di Kolyma” rappresentano “la più importante testimonianza sulla tragedia del XX secolo, e un fenomeno per certi versi unico nella letteratura russa”.

Procedendo con ordine, il convegno nella Marca Picena ha presentato il libro “Visera. Antiromanzo”, Milano,2010,Adelphi (nella traduzione di Claudia Zonghetti, incentrato sul primo arresto di Salamov – allora studente universitario in giurisprudenza della facoltà moscovita – avvenuto il 19 febbraio 1929 e sul soggiorno in cella d’isolamento nella prigione di Butyrki, sino al trasferimento coatto al campo di concentramento della Direzione dei lager a regime speciale delle Isole Solovky (a 160 km dal circolo polare artico), quarta succursale sul fiume Visera negli Urali del Nord.

Lì venne condotto, con molti tratti percorsi a piedi nell’inverno sovietico (che in Siberia dura 9 mesi su 12) per scontare una condanna “roboante, frastornante, inaudita per l’epoca” a tre anni di concentramento e cinque di confino nella regione di Vologda, cittadina di origine sua famiglia, con l’accusa di essere un controrivoluzionario “troskista”, reo di aver pubblicato il Testamento politico di Lenin. In pieno periodo della più dura repressione, cd. purghe staliniane, subirà il secondo arresto addì 12 gennaio 1937, con condanna di 5 anni alla kolymà ed infine  il terzo il 30 maggio 1943, quando sarebbe stato dovuto esser rimesso in libertà.

Dopo la presentazione – a cura del sottoscritto Jacopo S.F. Bartolomei, Presidente Associazione promotrice – dell’iniziativa culturale e della sua attualità in un contesto internazionale in cui i diritti umani dei dissidenti politici vengono più declamati che fatti rispettare, ed in cui la dignità della persona sottoposta a restrizione della libertà è sempre vilipesa ed in fragile equilibrio pur nei cd. regimi liberali occidentali, la serata ha visto la Relazione introduttiva dell’Ing. Gianfranco Abenante – Vicedirettore Rivista Slavia, nonché recensore tempestivo della prima edizione completa dell’Antiromanzo, con prefazione di R. Saviano, per i tipi di Adelphi – che si è soffermato nell’inscindibile legame fra vita e opera di Salamov, rilevante in ogni scrittore – per cui alcuni critici dicono che in un modo o nell’altro ogni libro è autobiografico – ma di dirimente rilevanza nel caso del nostro Autore, che ha consacrato l’intera esistenza dopo la libertà riconquistata (sotto Nikita Krusciov) ad un unico scopo essenziale: testimoniare, ricordare, trasmettere la propria tragica esperienza.

Coglie la sua poetica Saviano in quel passo della prefazione (pg. 17) ove afferma che: “Ogni parola Salamov la paga. Sostenere la verità è un gesto concreto:scrivere….Un giorno qualcuno saprà. E forse non sarà stato vano sopravvivere. In quell’istante comprendi quanto vale una parola” ; infatti in una lettera a Irina lo stesso Salamov dirà    “Non tutto è stato vano, il male quando si ha la forza di raccontarlo, almeno nei libri, può essere sconfitto”.

Dopo la relazione, si sono susseguiti vari interventi, intercalati dalla lettura di brani, in particolare tratti dai due capitoli iniziali: La prigione di Butyrki e Visera. Degno di menzione tra gli altri il contributo dell’Avv. Federico Valori, Presidente emerito della Camera Penale di Macerata, che ha mostrato al pubblico la raccolta di poesie “Quaderni della Kolima”(1937-1956), pregiata silloge di vari componimenti di Salamov, con testo russo a fronte, nota editoriale, frammenti di prefazione del curatore Gario Zappi e una breve rassegna fotografica; nonché gli interventi delle più giovani tra i tanti partecipanti, la dr.ssa Lavinia Bianchi, Consigliere comunale di Civitanova e la studentessa Benedetta Ferretti, laureanda in giurisprudenza presso Alma Mater Studiorum,

Una Poesia quella di Salamov, deliberatamente accessibile, piana e non difficile, dall’incidere improntato a classica semplicità, senza nulla di superfluo, scevra di orpello o leziosità. Un poetare che dalla scarnezza delle parole lascia emergere un’inusitata profondità di pensiero. D’altronde Salamov scrisse solo racconti brevi e poesie, non cimentandosi mai con saggi o romanzi in senso proprio, ma la sua prosa o il verso così essenziali, alieni da inutili superfetazioni, riescono a scalfire indelebilmente l’animo umano.

In questo si può convenire che leggere Salamov cambia la vita: Lui dispone di due armi la Verità e l’Integrità, cosi rare nella babele massmediatica dell’era contemporanea, e proprio il fatto che la sua scrittura sia segno della riemersione dal Cocito – il dantesco fiume o lago ghiacciato, all’ultimo girone dell’Inferno, dove l’Angelo ribelle si dimena come Albatros in un pantano vorticoso – la rende così pregnante ed unica. Vorrei esser cosi “glabro ed essenziale” siccome i sassi marini che tu volvi, poetava Eugenio Montale in Ossi di seppia, prefigurando quest’ansia di essenzialità da cui l’uomo novecentesco  è assalito per fugare i mille rivoli dell’angoscia esistenziale che lo attanaglia.

Il cinico generale Deverenko, responsabile del campo dal 1946 al 1953, accoglieva al molo di Magadan, porto di sbarco dei detenuti, i malcapatitati della Kolyma, cosi ”Benvenuti all’ultimo cerchio del grande inferno di gelo. Nel regno del nulla, della sofferenza e della morte”

In un racconto Salamov, all’interrogativo proprio di ogni letterato: Perché scrivo?, risponde perentorio: ”Per preservare, se non l’anima vitale, perlomeno lo scheletro della spiritualità. Da mancino, più mancino dei mancini, ma anche in modo più autentico di chi è autentico”, nella lucida consapevolezza che la storia dell’umanità dopo Hiroshima avesse segnato un punto di svolta irreversibile e forse, nella sua concezione, irredimibile.

L’ultimo e più diffuso intervento è stato effettuato via streaming da Roma, dal dr. Otello Lupacchini -Procuratore generale emerito della Repubblica, magistrato e pubblicista di chiara fama, Autore da ultimo di “De iniustitiae execratione”, Città del Sole, Reggio calabria giugno 2022 – il quale si è soffermato sia tracciando la cornice del contesto storico dello stalinismo, che sulle storture dell’attuale sistema punitivo-coercitivo domestico, influenzato dal “circo mediatico-giudiziario” volutamente ignaro della presunzione di innocenza, secondo dizione convenzionale CEDU, ovvero di non colpevolezza, secondo il principio recepito in costtuzione.

Si è evidenziato altresì che le condanne inflitte a Salamov  trovano origine da contestazione dell’accusa di crimine controrivoluzionario o di sabotaggio , ex famigerato art. 58 comma 10 codice penale 1926 (di cui parla diffusamente altro Gigante della letteratura russa concentrazionaria: Aleksandr Isaevic SOLZENICYN, in Arcipelago GULAG, pur tuttavia la sottile perfidia  del regime stalinista, non voleva che si diffondesse la notizia che nelle carceri languivano intellettuali o dissidenti, motivo per cui alla fine le sentenze di condanna erano inflitte per reati comuni, cosicchè i ristretti potessero esser additati quali malavitosi, e ad essi accomunati dalla pericolosità sociale.

Inoltre il processo penale sovietico, improntato sulla delazione, lo scritto anonimo, gli agenti infiltrati, etc., non conosceva una netta separazione fra fase di cognizione o accertamento della responsabilità e fase di esecuzione della pena, motivo per cui durante il periodo di prigionia capitava di esser riprocessati per lo stesso o diverso titolo (mancata collaborazione) più volte.

La inaudita forza morale di Salamov è stata quella di non aver mai tradito nessuno, nemmeno i suoi compagni di cella o nemici di cordata, e seppur fra mille privazioni e sofferenze, esser riuscito a non barattare mai la propria integrità con agevolazioni che i superiori del momento, direttore di carcere o responsabile di squadra, potessero accordargli ove si fosse dimostrato pur lessicalmente compiacente. Non senza una velata ironia, sovente  Egli registra come i suoi expersecutori siano stati a loro volta epurati o esecutati durante il biennio delle Grandi Purghe del 1936-38, soltanto per attestare di aver pervicacemente risposto fiducia sempre e solo in propria retta coscienza, persino nel doloroso frangente del ricongiungimento famigliare con moglie e figlia, e alla conseguente decisione di separarsi perché loro non tolleravano che si fosse fissato nel dedicare l’intera esistenza alla Kolyma, dapprima costretto dalle autorità e poi per libera scelta, per tramandare il senso di una testimonianza che ha sfiorato il martirio. Anzi che ha potuto evitare il dramma, sol perché reclutato da un onesto medico a fare un corso da infermiere all’interno dell’ospedale del campo di concentramento.

Infine è bene ricordare la frase del Grande regista A: Tarkovskij: ”Salamov ci racconta della sofferenza con una verità e con una integrità tali – uniche armi a sua disposizione – che ci costringe a soffrire con chi è stato all’Inferno e inchinarci a Lui”.

Se il cd. “Giurista del Fuhrer” Carl Schmitt, in “Ex Captivitate salus”,apparso in tedesco nel 1950, scritto “nelle desolate vastità di un’angusta cella” dopo aver sperimentato, all’indomani della resa incondizionata della Germania nazista, la privazione della libertà personale, in quanto due volte arrestato – da parte dell’Armata Rossa dapprima, senza trattenimento in vinculis, e poi ad opera delle forze di occupazione USA, con prigionia prolungata sino al processo del 1947– finisce con l’ammettere che quando svanisce ogni speranza di poter esprimere le proprie ragioni, all’uomo non può mai negarsi  il colloquio e l’attitudine dialogocica. Quindi seppur in cella d’isolamento, secondo il Giurista teutonico, al detenuto privato di ogni contatto interpersonale, se non quello sporadico coi propri carcerieri, non resta che “una giaculatoria al Dio crocefisso”; mentre Salamov ufficialmente ateo, seppur quinto figlio di un colto Pope poliglotta – in casa sua si leggevano i testi di Serghej Bulgakov e Pavel Florenskj, dimostra una fede incrollabile nella positività della Creazione e nella bontà dell’Uomo, fede che lo induce a non cedere mai alla paura o all’intimidazione, e neanche nei frangenti più dolorosi si lascia piegare dallo sconforto o rassegnazione.

Dirà verso la fine della propria esistenza: “Il mio ritorno alla Parola è, in sostanza, un avvertimento di resistenza alla massa per l’uomo”, per il singolo individuo; auguriamoci di poter prima dello scemar della parabola nostra esistenziale, sentire in noi risuonare ed additare alle giovani generazioni le Sue parole, non come testamento finale ma quale lascito esperenziale prezioso ed impagabile:

“Avevo capito che la Vita è una cosa seria; tanto seria che non bisogna mai temerla. Bisogna solo esser determinati ad affrontarla”

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