domenica, Febbraio 5, 2023
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Il Tricolore italiano, la nostra identità, dovremmo impararla in famiglia ed a scuola

di Salvatore Sfrecola

Il 7 gennaio si celebra la “Giornata Nazionale della Bandiera”, il simbolo tangibile della Patria, ovunque nel mondo, come dimostra il fatto che quando si vuole contestare un paese le folle ne bruciano le bandiere. 

Ricordiamo il 7 gennaio 1797, quando i rappresentanti di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, proclamarono la Costituzione della Repubblica Cispadana e nell’occasione innalzarono il primo Tricolore, rosso bianco e verde, a bande orizzontali.

Nel ricordare quell’evento, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sottolineato come “sotto questi colori, con questi sentimenti, i nostri avi, nei decenni successivi, si batterono per realizzare l’unità d’Italia. Sotto questa bandiera si compirono le gesta del Risorgimento”.

Il Risorgimento, “l’univo vero momento unitario degli italiani”, per dirla con Indro Montanelli, e ricordo agli immemori che il 23 marzo 1848 quel tricolore, con al centro lo stemma di Casa Savoia, fu dato all’esercito del Regno di Sardegna da Carlo Alberto nel momento in cui iniziava contro l’Austria la prima guerra d’Indipendenza. Lo ricordo perché l’evento, anche nelle narrazioni più corrette, è sostanzialmente trascurato, ma rappresenta un gesto di straordinario impegno patriottico. Si trascura, in particolare, che quel Re, erede di una antica dinastia che con Emanuele Filiberto aveva definitivamente optato per l’Italia trasferendo la capitale dell’allora Ducato da Chambery a Torino, si giocava tutto affrontando il più grande e potente impero dell’Europa centrale, con un esercito numeroso, armato di tutto punto, guidato da un mito della storia militare austriaca, il Maresciallo Josef Radetzky. Insomma, è come se oggi la Repubblica di San Marino dichiarasse guerra all’Italia.

“Il Tricolore – continua il ricordo di Mattarella – accompagnò la Guerra di Liberazione e, scelto dai Costituenti come vessillo della Repubblica, costituisce il simbolo della unità e indivisibilità del Paese e di quel patrimonio di valori e principi comuni solennemente sanciti dalla nostra Carta costituzionale. Valori che rappresentano la risorsa ideale e morale a cui attingere per affrontare le difficoltà che ogni nazione si trova ad attraversare. Espressione della passione civile del popolo italiano, il Tricolore esprime la volontà di uno Stato democratico, aperto alla collaborazione internazionale e vicino ai cittadini, che persegue, in primo luogo a favore dei giovani, le migliori condizioni per la costruzione del futuro, in un clima di pace, giustizia, coesione sociale.

Viva il Tricolore, viva la Repubblica”.

Aggiungo “viva l’Italia, sempre”, secondo le parole del Re Umberto II in partenza per l’esilio, un istituto infame che in Occidente conosce solamente l’Italia.

Il Presidente ha ricordato che il vessillo tricolore, “costituisce il simbolo della unità e indivisibilità del Paese”, affermazione che mi è parso opportuno sottolineare  anche in considerazione delle ricorrenti pulsioni separatiste quando non secessioniste che emergono da ambienti nei quali i valori alti dell’italianità sono ignorati, a cominciare dall’uso della lingua che, è bene ricordare, i Padri Costituenti richiamati da Mattarella, hanno dimenticato di inserire in Costituzione come lingua nazionale, tra l’altro un idioma straordinario, come ha ricordato in una recente intervista il Ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, una lingua amata più all’estero che in Italia in ragione della grandezza universale dei nostri poeti e scrittori, da Dante a Manzoni.

Ma torniamo alla bandiera con un po’ di storia. Era il 14 marzo 1861 quando la bandiera verde bianca e rossa venne ufficialmente designata come vessillo dell’Italia, alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia quando Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia (17 marzo 1861).

Chi ha abitudine di trascorrere all’estero periodi di studio o di svago avrà certamente notato che ovunque sventolano i vessilli della nazione, negli Stati Uniti davanti a ogni abitazione c’è una bandiera a stelle e strisce, in Francia, nel Regno Unito, in Grecia, anche dinanzi alle Chiese. Ovunque quelle bandiere sono in ottime condizioni di conservazione, dai colori fiammanti. Ciò che non si può dire in Italia, nonostante una precisa normativa legislativa e regolamentare ne disciplini l’uso e l’esposizione. Regole da tutti ignorate, a cominciare dalle scuole, nelle quali si formano i cittadini ed i futuri professionisti. Ovunque sporche, spesso ridotte a stracci irriconoscibili la bandiera nazionale e la bandiera dell’Unione europea danno l’impressione agli studenti di una gravissima trascuratezza del più evidente simbolo della Patria.

È un fatto che ho denunciato più volte invano se non in pochi casi nei quali, spesso sono stati gli stessi studenti a segnalare ai presidi il grave degrado delle bandiere. Mi auguro che il nuovo Ministro dell’istruzione, Giuseppe Valditara, vorrà richiamare le scuole ad una corretta esposizione della bandiera nazionale nel rispetto delle norme e che essa sia tenuta nelle migliori condizioni.

La legge vigente, emanata nel 1998, la n. 22 del 5 febbraio, stabilisce che la bandiera della Repubblica italiana e quella dell’Unione Europea vengano esposte all’esterno degli edifici ove hanno sede gli organi costituzionali: il Quirinale (residenza del Capo dello Stato), Palazzo Chigi (sede del Governo), Camera, Senato, Ministeri, uffici giudiziari, consiglio regionali provinciali e comunali, scuole e università statali nei tempi nei quali le istituzioni esercitano le relative funzioni. All’esterno delle scuole, dunque, le bandiere “sono esposte nei giorni di lezioni e di esami” (art. 4, comma 3, del d.P.R. n. 121 del 7 aprile 2000). Pertanto le bandiere al termine di lezioni ed esami vanno ammainate. Non devono essere esposte di notte e d’estate perché inevitabilmente, senza cura i tessuti degradano con l’effetto che tutti possiamo constatare.

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