mercoledì, Febbraio 28, 2024
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Repubblica senza amor di Patria

di Salvatore Sfrecola

“La Repubblica che i partiti non hanno fatto diventare patria”, titola un pezzo molto interessante di Marcello Veneziani su La Verità di ieri, vigilia del 75° della Repubblica. Un articolo pieno di amarezza per quello Stato che poteva essere e che non è diventato perché, come osservava Indro Montanelli a proposito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, nella presentazione del suo “L’Italia della Repubblica”, scritto insieme a Mario Cervi, “di coloro che avevano votato Repubblica, pochissimi si erano resi conto che, con la monarchia, l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità”. Un mastice che, anche quando alimentato da non poca retorica, si era comunque formato nella consapevolezza di una storia che lungo secoli di lotte contro il servaggio straniero, a Sud come al Nord, riconosceva un fattore comune, culturale, dato anche dall’eredità romana e dallo spirito cristiano. Anche nel faticoso tentativo di affermare un idioma comune al quale aveva dato un apporto straordinario Alessandro Manzoni.

Oggi il richiamo del Risorgimento è sempre forzato. Tanto che nel servizio televisivo, che presentava dinanzi al Vittoriano la parata militare alla presenza delle massime autorità dello Stato, si è sentito dire che lì era nata la Repubblica. Ignoranza crassa, subito evidenziata dal Prof. Alessandro Campi che metteva le cose in ordine, facendo notare che quel monumento trae il nome dal Re Vittorio Emanuele II e lì è il sacello che contiene i resti mortali del Milite Ignoto, il soldato che rappresenta idealmente tutti i caduti della Grande Guerra, la Quarta dell’indipendenza nazionale.

Non c’è niente da fare. Da domani la maggior parte degli italiani, soprattutto dei giovani ai quali nessuno insegna la storia, continuerà a restare convinta che l’Italia unita è nata il 2 giugno 1946 e che Vittorio Emanuele II, Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini e gli altri protagonisti di quella straordinaria stagione politico-culturale che è stato il Risorgimento nazionale, sono solamente i nomi di strade e piazze, qua e là per il nostro Paese. E l’Italia rimarrà “Patria”, quasi mai con la “P” maiuscola, solamente nel linguaggio di alcuni politici, come dimostra lo stesso articolo di Veneziani che nel titolo e nel testo la usa con la “p” minuscola, lui che, studioso della tradizione, sicuramente ama la Patria e conosce bene il senso della parola che indica la “terra dei padri” e “patriota” è chi crede che qui è un popolo, con la sua storia, con la sua identità finalmente ritrovata dopo che per secoli era stato “calpesto, deriso, perché diviso”, come si sente nell’Inno di Mameli, il Canto degli Italiani, di cui i più conoscono solamente le prime strofe e non arrivano a quelle parole.

Nel 1946 la Repubblica l’Italia nacque “in balia di forze centrifughe”, come scrive Montanelli, che ne facevano temere la decomposizione: “aizzata dai socialcomunisti, la lotta di classe deflagrata con una insolita violenza proporzionale alla repressione per cui per vent’anni l’aveva sottoposta il fascismo, mentre il regionalismo, fomentato soprattutto dai democristiani, assumeva, specialmente in Sicilia, gli estremi del separatismo”. Dominano la Repubblica partiti che non avevano partecipato al moto risorgimentale. Il comunista, perché non ancora nato, il democristiano perché formato prevalentemente da nostalgici del Papa Re, molti dei quali ancora oggi ritengono che Pio IX abbia subito la violenza il 20 settembre 1870, quando Roma fu annessa al Regno.

Anche per Veneziani la Repubblica è nata “con un peccato originale: anziché concepire il sistema dei partiti dentro la repubblica, la repubblica fu concepita dentro il sistema dei partiti”. Che hanno alimentato nel tempo il clientelismo, la lottizzazione e la spartizione della cosa pubblica. Per cui, scrive ancora, “col tempo la Costituzione è diventata una specie di paravento e di surrogato da parata. Parafrasando un detto famoso, il patriottismo costituzionale è l’ultimo rifugio dei mascalzoni. In tutti questi anni, è stata la foglia di fico per nascondere la vergogna e la pena per un paese declinante, diviso, invaso, esaltato, in fuga da se stesso. Perdiamo l’anima e il corpo dell’Italia, relegando il nostro patriottismo all’ossequio della carta costituzionale. Scambiamo l’identità d’Italia con la sua carta d’identità. L’amor patrio è amore di comunità, di popolo, di nazione e di tradizione, di paesaggio e di linguaggio, di vita insieme e di territori, con un confine. Il patriottismo costituzionale è invece la cittadinanza astratta, dettata da un insieme di regole, separata dalla realtà, dove l’anima di un popolo è sostituita dal protocollo; la vita e la storia di una nazione sono surrogate dal formalismo”.

Non intendo fare il processo alle intenzioni ma quella tirata sul formalismo costituzionale sembra tanto un assist all’esigenza di riforma costituzionale che Giorgia Meloni ha posto al centro delle finalità della sua azione di governo. Come potrebbe dimostrare la conclusione dell’articolo nel quale per Veneziani “il 2 giugno è una data per l’intera cittadinanza italiana, nel rispetto di coloro che votarono monarchia al referendum. Non a caso si sovrappone alla festa dello statuto, che ai tempi della Regno d’Italia veniva celebrata agli inizi di giugno. Ma è la festa di un paese reale chiamato Italia e del popolo italiano non di una carta legale. È la festa degli italiani della loro cosa pubblica anzi meglio della loro casa pubblica”.

Ma quel “si sovrappone alla festa dello statuto” sta appunto a significare la negazione del Risorgimento, l’intento di far dimenticare agli anziani che la Carta costituzionale dell’Italia liberale avevano festeggiato la storia del Regno. 

Osservo, inoltre, che la casa è stata edificata col pensiero e l’azione di una minoranza di persone che sapevano leggere e scrivere, laddove una percentuale della popolazione che sfiorava il cento per cento era analfabeta e non comprendeva perché un Re lontano volesse sloggiare i loro sovrani dai troni solamente perché non volevano la Costituzione e impiccavano i liberali, i Signori, i “capeddi”, gli unici che usassero la tuba, o perché “Garibaldo” genovese volesse conquistare il Regno delle Due Sicilie al grido di “Italia e Vittorio Emanuele” e prendere Roma, sottraendola ad un Papa che pure non disdegnava l’uso della ghigliottina sul collo dei liberali.

Se non si metabolizzano questi fatti e non si è consapevoli che la “casa” è stata inaugurata il 17 marzo 1861 è inutile, caro Veneziani, parlare di Patria con la “P” maiuscola.

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