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“Ne cives ad arma veniant”, una regola di civile convivenza. Che la politica deve saper interpretare. Pro-memoria per Silvia Salis, Sindaco di Genova

di Salvatore Sfrecola

Si è letto su vari social, compreso Instagram, di una iniziativa, non smentita né spiegata, che avrebbe assunto il Sindaco di Genova, ma lei ama farsi chiamare “sindaca”, Silvia Salis, che avrebbe segnalato al Prefetto ed al Questore il caso di una persona la quale, a sera tardi, viaggerebbe sui mezzi di trasporto pubblici della città ligure per eventualmente segnalare a chi di dovere borseggiatori o aggressori di cittadini utenti del servizio pubblico.

Probabilmente l’intento del Sindaco è quello di evitare una sorta di fai da te difensivo, di tutela privata del cittadino. Forse è una sua iniziativa o forse le è stata suggerita. In ogni caso è una situazione che merita qualche riflessione. Infatti chi crede negli ordinamenti statali, liberali o meno, è fermamente convinto che la tutela dei cittadini appartenga alle istituzioni pubbliche, quindi nel caso specifico alle Forze di polizia, nazionali e locali. Tuttavia da politico con ambizioni, si dice, di diventare, in vista delle elezioni, interprete unico del cosiddetto “campo largo” e del suo programma politico, nell’ambito del quale ha un ruolo determinante il tema della sicurezza interna, la Salis avrebbe dovuto chiamare Prefetto e Questore per segnalare che quel signore, che non ha la vocazione del giustiziere, esprime tuttavia una esigenza sentita da parte di chi, a tarda sera, utilizza il servizio di trasporto pubblico.

Evidentemente la Signora non ha un’idea precisa della possibile risposta delle istituzioni alla richiesta di sicurezza che proviene dalla cittadinanza. È grave come Sindaco, è gravissimo come aspirante leader del campo largo che fa apparire privo di programmi e di iniziative. Come va dicendo Enrico Mentana per il quale “il Pd non ha un’idea di futuro. È il problema di fondo della Sinistra. Cos’è che ci propongono per il futuro? Quali riforme? Nessuna. Qual è la funzione del partito democratico? Qual è la funzione del Movimento 5 Stelle? Qual’é la funzione di alleanza Verdi e Sinistra? Che cosa vogliono fare per l’Italia del 2040? Il rapporto tra nord e sud, la lotta contro la denatalità? Tutte queste cose non hanno mai discusso. Di tutto questo non si sa quale sia la linea di questi partiti. Nulla sull’immigrazione che è il tema dei temi su cui tutte le destre vincono da Trump fino al resto del mondo. Qual’è la linea? Non c’è una linea. Li dobbiamo accettare o respingere e se li dobbiamo accettare dove li teniamo, come li teniamo, che percorso gli diamo e se non li teniamo e li respingiamo dove li mandiamo. Niente. Non c’è niente”.

Tornando al titolo, “Ne cives ad arma veniant” “affinché i cittadini non vengano alle armi” l’ho sentita ripetere di recente da Enrico Carofiglio, come regola della pacifica convivenza, come paradigma del sistema di diritto penale.

E allora, non per una esibizione culturale, ma per dare corpo al ragionamento vorrei presentare ai miei lettori alcune riflessioni su questa formula che affonda le radici nella temperie più drammatica della storia romana: quella delle guerre civili, delle proscrizioni, dei tribuni e dei consoli che si fronteggiavano non più come avversari politici, ma come nemici armati.

È il timore che percorre l’intera opera di Cicerone, il quale nelle sue orazioni torna più volte sull’incubo della “concordia” infranta, della “res publica” lacerata dall’interno non da un nemico straniero, ma dai suoi stessi figli. Non stupisce che proprio da quella temperie sia nata l’espressione più celebre in materia, “cedant arma togae” — le armi cedano alla toga —, manifesto di una civiltà che riconosceva nella guerra civile la ferita più profonda che una comunità potesse infliggersi.

Cicerone teorizzò la “concordia ordinum”, l’alleanza tra i diversi ceti della società romana — senatori, cavalieri, popolo — come argine contro la disgregazione interna. Era un progetto ambizioso e, nei fatti, fragile: la storia di Roma tra il I secolo a.C. e l’avvento del principato è costellata di congiure, guerre civili, dittature. Eppure quell’ideale non fu vano: sopravvisse come orizzonte normativo, come criterio con cui giudicare la salute di una comunità politica. Una repubblica in cui i cittadini non ricorrono alle armi gli uni contro gli altri è, per Cicerone, la condizione minima perché si possa parlare di libertà civile e non di anarchia mascherata da pluralismo.

Trasporre questo monito al presente non richiede sforzi di fantasia. Le democrazie contemporanee non conoscono, salvo eccezioni tragiche, la guerra civile in senso stretto; conoscono però forme più sottili di quella stessa lacerazione: la polarizzazione politica che trasforma l’avversario in nemico, la delegittimazione reciproca tra le parti, l’erosione delle istituzioni comuni come terreno di mediazione. “Ne cives ad arma veniant” può allora leggersi, in chiave moderna, non solo come divieto della violenza fisica — pur sempre il rischio estremo — ma come esortazione a preservare uno spazio pubblico in cui il conflitto resti politico, cioè risolvibile con le parole, con il voto, con la legge, e non degeneri in scontro esistenziale tra fazioni irriducibili.

Ciò che i romani intuirono, e che le democrazie moderne hanno tradotto in architettura costituzionale, è che la concordia civile non si ottiene per buona volontà, ma va costruita attraverso istituzioni capaci di assorbire il conflitto: un sistema giudiziario indipendente, un parlamento in cui la minoranza abbia voce, una stampa libera che eviti la faziosità cieca, un’alternanza di potere percepita come legittima da chi vince e da chi perde. Sono, in fondo, le “toghe” a cui le armi devono cedere: non un’assenza di conflitto, ma la sua canalizzazione in forme che non minaccino la tenuta della comunità.

“Ne cives ad arma veniant” non è dunque reperto da museo, ma monito che ogni generazione è chiamata a rinnovare. La storia insegna che la concordia civile non è mai acquisita una volta per tutte: si logora nell’indifferenza, si spezza nell’intolleranza, si ricostruisce faticosamente con il paziente lavoro delle istituzioni e della cultura civica. In un’epoca segnata da fratture identitarie e da un dibattito pubblico spesso incline alla radicalizzazione, l’antico auspicio latino conserva intatta la sua validità: che i cittadini, per quanto divisi, non smettano mai di riconoscersi come membri di una stessa comunità.

Ne daranno dimostrazione nei prossimi mesi di campagna di una elettorale che vorremmo civile, capace di far capire ai cittadini i rispettivi programmi, le cose fatte e quelle da fare? Senza urla, per favore!

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