di Salvatore Sfrecola
Auguri sinceri, caro Presidente Mattarella, per il suo compleanno. Siamo nati entrambi nel 1941. Lei ha qualche mese più di me. Ma a sentirla vicino è qualcosa di più, la condivisione di valori civili e spirituali coltivati nel tempo, sia pure in ambiti diversi. Lei in un partito, io in associazioni culturali rigorosamente estranee alla politica militante. Poi ci siamo incontrati durante le Sue esperienze di Presidente del Gruppo parlamentare del Partito Popolare Italiano alla Camera, successivamente di Vicepresidente del Consiglio. In quelle occasioni Le rappresentai, a nome dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti, l’esigenza che, dovendo nominare il nuovo Presidente dell’Istituto, il Governo scegliesse un magistrato “di carriera” anziché, com’era avvenuto in passato, un Grand Commis individuato per la sua vicinanza a qualche forza politica.
Ricordo che si disse d’accordo e mi promise di portare la nostra richiesta dove sarebbe stata assunta la decisione, in Consiglio dei ministri. Ci guardammo negli occhi. Capii che mi potevo fidare.
E così, un pomeriggio, intorno alle 15, pochi minuti prima che il Governo si riunisse, ricevetti sul cellulare una Sua telefonata: “Entriamo con la proposta di nomina del più anziano dei Presidenti di sezione, Francesco Sernia”, mi disse. Aggiungendo, “non dica nulla. Attenda la fine della riunione. Perché può accadere di tutto, come ci dice l’esperienza”.
E fu Francesco Sernia.
In tempi successivi ci siamo incontrati più volte, nelle occasioni più varie. Quindi l’elezione a Presidente della Repubblica. Ero certo che nell’esercizio delle Sue rilevanti funzioni sarebbe stato effettivamente il “Il Custode della Costituzione”, come ha insegnato Carl Schmitt. Come ha operato Luigi Einaudi, che Lei richiama sovente, un liberale, un uomo di Stato, coraggioso, che alla vigilia del referendum del 2 giugno 1946 non esitò a schierarsi in favore della Monarchia spiegando, in un articolo del 24 maggio scritto per l’Opinione, perché preferisse un Re e, quindi, la Monarchia alla Repubblica. Ed è stato un grande Presidente, probabilmente perché si è comportato al vertice della Repubblica come immaginava si dovesse comportare un Re, che esercita le sue funzioni di Capo dello Stato senza dover rendere conto delle sue azioni ai partiti. Perché non è eletto ma rappresenta la Nazione nella continuità della sua storia.
E qui mi consenta di farle i complimenti. Perché, pur essendo un esponente di rilievo di un vasto schieramento politico Lei ha dimostrato nel corso della sua Presidenza, e per questo è stato anche confermato al Quirinale, grande equilibrio, anche quando ha consentito, specialmente in momenti drammatici della vita del Paese, come la lotta al COVID-19, procedure esenti da controlli di legittimità e forzature con riguardo alla riduzioni della garanzia del risarcimento del danno erariale, che sembrava dovessero essere temporanee, riferite al momento della pandemia, ma prorogate ed ampliate con il Governo Meloni, che indubbiamente è portatore di esperienze molto distanti da quelle della Sua cultura politica. A questa maggiorenza ha consentito di assumere iniziative che probabilmente nel Suo intimo non condivideva, ma che ha ritenuto si dovesse affidare al giudizio del Parlamento, pur nel limitato ruolo di chiamato a decidere su voto di fiducia.
È stato, sul piano internazionale, un Presidente capace di manifestare al mondo intero le idee di libertà e di giustizia che caratterizzano la cultura cristiana e di derivazione greco-romana, proprie dell’Occidente liberale. Ovunque con il suo sorriso un po’ timido, almeno così appare a volte, ha incontrato sovrani e presidenti, primi ministri e ministri che Le hanno reso omaggio, rendendo onore, nello stesso tempo, all’Italia.
Non è facile fare il Presidente della Repubblica, come non è facile fare il Re, che forse è ancora più difficile perché, se è estraneo al gioco dei partiti, ha una responsabilità dinanzi alla storia.
A questo proposito Presidente torni più spesso a parlare della storia d’Italia, e in specie delle tradizioni risorgimentali. Lo ha fatto un Papa, Paolo VI, dando conto del valore per la nostra storia del moto risorgimentale unitario. Non si senta in difficoltà se, da Presidente della Repubblica, ha da riconoscere il ruolo di Re importanti, di Carlo Alberto di Savoia, che ha dato avvio alle guerre di indipendenza mettendo in gioco il suo regno e la sua Dinastia, di Vittorio Emanuele II, il Padre della Patria che ha saputo entusiasmare i repubblicani Garibaldi e Carducci e tanti altri, amanti della Patria più che delle loro idee. E di Camillo Benso di Cavour, il più grande statista di tutti i tempi, come ha scritto Sir James Cochran Stevenson Runciman, meglio conosciuto come Steven Runciman, il grande storico inglese. Cavour merita di essere ricordato anche per mettere in risalto la pochezza di alcuni nostri governanti.
Né si dimentichi, caro Presidente, di Umberto I e soprattutto di Vittorio Emanuele III, un Re bistrattato, che è stato ritenuto debole in certi momenti, per essere stato lasciato solo dai politici del tempo, alla nascita del fascismo, alla promulgazione delle leggi razziali, all’entrata in guerra nel 1940. Ma un Suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, gli ha riconosciuto di aver salvato l’Italia dopo il 25 luglio 1943 e dopo l’8 settembre, quando non è fuggito, come dicono coloro i quali vogliono difendere la memoria di ben altri fuggitivi, ma è andato a garantire, laddove il Paese era ancora libero, la continuità dello Stato.
È difficile fare il Re. È stato difficilissimo per Vittorio Emanuele III che ha dovuto coprire l’ignavia e l’incapacità di una classe politica inadeguata rispetto alle necessità che richiedeva il momento storico della crisi economica e sociale del primo dopoguerra. Ma la storia, ne sono certo, gli renderà onore.
E allora, caro Presidente Mattarella, con questo finale auspicio di ricordare più spesso il Risorgimento, l’unico momento unitario degli italiani, come ha scritto Indro Montanelli, Lei incarni, come vorrebbero gli italiani, la storia e l’unità della Patria che è messa in discussione, giorno dopo giorno, da pulsioni e rivendicazioni di carattere separatista che sono un obbrobrio storico, perché l’Italia ha la caratteristica tutta particolare non solo di essere un paese meraviglioso dove il “sì suona” dappertutto, pur con le sfumature varie e Lei siciliano lo sa bene perché è lì che è nata la lingua italiana, con Cielo d’Alcamo e la sua “rosa fresca aulentis[s]ima ch’appari inver’ la state…”, poi valorizzata da Dante e Petrarca e dai tanti che è difficile enumerare, e da Alessandro Manzoni. L’Italia dalle mille storie locali preziose, che noi non vogliamo dimenticare ma che non devono essere evocate da presunte “glorie” di governi stranieri che avevano approfittato degli italiani “calpesti/ derisi” in attesa di diventare un popolo, come recita il Canto degli Italiani.
È un grande compito Presidente che sono certo riuscirà, come sempre, a portare avanti, giorno dopo giorno, con grande impegno.
Viva l’Italia, adesso e sempre!

Caro Presidente Sfrecola,
gli auguri di compleanno non si negano a nessuno, tanto meno al Presidente della Repubblica. Tuttavia, leggendo il suo lungo elogio, ho avuto la sensazione che il confine tra gli auguri e una ricostruzione della storia, inevitabilmente orientata da una precisa visione politica e culturale, finisca per diventare molto sottile.
Il Presidente della Repubblica merita rispetto per il ruolo che ricopre e Sergio Mattarella ha dimostrato, nel corso dei suoi mandati, equilibrio istituzionale e senso dello Stato, qualità riconosciute ben oltre gli schieramenti. Ma questo non significa che ogni sua scelta debba essere condivisa né che la sua figura debba essere utilizzata per rilanciare interpretazioni storiche discutibili.
Trovo particolarmente difficile condividere il tentativo di rivalutare Vittorio Emanuele III, attribuendo quasi esclusivamente alla classe politica le responsabilità del fascismo, delle leggi razziali e dell’ingresso in guerra. La storia è molto più complessa e il ruolo del sovrano in quelle decisioni non può essere liquidato come quello di un uomo “lasciato solo”. Le responsabilità istituzionali esistono e fanno parte della memoria del nostro Paese.
Allo stesso modo, il Risorgimento rappresenta certamente uno dei momenti fondativi dell’Italia unita, ma non è l’unica radice della nostra identità nazionale. La Repubblica, nata dalla Costituzione del 1948, è oggi il punto di riferimento della nostra convivenza civile e il Presidente della Repubblica ne è il garante, non il custode di una nostalgia monarchica.
Gli auguri sono sempre un gesto di cortesia. La storia, invece, merita di essere raccontata con equilibrio, senza trasformarla in uno strumento per confermare le proprie convinzioni. È proprio il rispetto della complessità dei fatti che rende onore all’Italia e alle sue istituzioni.
Viva l’Italia, sempre. Ma viva anche una memoria storica libera, rigorosa e capace di guardare ai fatti nella loro interezza.