L’originalità degli Stati Uniti risiede nell’aver fondato nuova nazione basata su una democrazia agraria di piccoli proprietari terrieri e sui principi universali della libertà, con ingerenza minimale dello Stato nella vita degli Individui.
Thomas Jefferson (1743-1826)
Governatore della Virginia e III Presidente Federale
di Jacopo Francesco Bartolomei
Mentre gli storiografi del vecchio continente da oltre 150 anni si cimentano con il declino dell’Occidente – declinato ora come scontro tra Civiltà ora come crisi della liberaldemocrazia dopo irrompere delle Masse e la dittatura della infocrazia- negli USA da oltre mezzo secolo assistiamo al dipanarsi di uno dei più accesi e controversi dibattiti intellettuali in tema di “Declino Impero americano”.
Un punto fermo è rappresentato dall’articolata riflessione dell’allora Card. Joseph Ratzinger, futuro Papa Benedetto XVI, nel discorso rivolto all’Aula di palazzo Madama, sede del Senato, il 13 maggio 2002, in cui venne usata l’icastica locuzione di “odio di sé dell’Occidente”.
Oltreatlantico ci son differenti scuole;
I. La prima affermatasi a partire dagli anni 80, afferma che gli USA son già in declino, al pari dell’Impero romano d’occidente caduto sotto l’assedio dei barbari o dell’Impero britannico di Sua Maestà, uscito malconcio dal II conflitto mondiale e poi tramontato con l’Indipendenza dell’India proclamata 15.8.1947 e con il processo di decolonizzazione.
Secondo l’analisi di Paul Kennedy (cfr. “the Rise and fall of the great powers”, 1987), esaminante l’arco temporale 1500-1980, gli Stati Uniti presentano i sintomi della cd. legge storica dell’overstretch degli imperi: eccessivo impegno militare all’estero, progressiva dilapidazione risorse per economia domestica, perdita di attrattiva modello culturale, cd. american way of life, etc.. D’altronde, in precedenza lo storico e sociologo Immanuel Maurice Wallerstein, esaminando lo sviluppo del capitalismo globale, il cd. sistema mondo, e le interconnessioni create, collocava l’egemonia USA nel secolo scorso solo nel periodo 1945-1970 ( la fine con la presidenza R. Nixon, interrotta nel 1972 con lo scandalo del Watergate).Tale teoria ha errato nell’individuazione dei competitor (URSS e Giappone), ma contiene una previsione sistemica reale.
II. La scuola antideclinista, invece, riconosce l’egemonia durevole degli Stati Uniti, usando il concetto di softpower. Gli esponenti Joseph Nye e G John Ikenberry , evidenziano che il dominio Usa non si declina solo in termini di complesso militar-industriale, bensì con cultura liberale, mezzi di comunicazione di massa e cinematografo, sistema istruzione di massa e attrattiva delle università. Il modello liberaldemocratico come globalizzato sotto le presidenze di Roosvelt e Truman, impone istituzioni basate sul consenso e la partecipazione, in definitiva su una condivisa accettazione valori occidentali.
III. In applicazione teoria elaborata da storico francese Ferdinand Braudel sui cicli storici, abbiamo la scuola del Declino relativo o selettivo: gli USA soffrono la concorrenza del resto del Mondo, in cui ci sono degli attori più dinamici e intraprendenti, ma non posson esser archiviati tra le Potenze planetarie. Fareed Zakaria, giornalista indiano naturalizzato statunitense, definito “the most influential foreign policy adviser of his generation”, studioso del fenomeno della democrazia illiberale, sottolinea come i Paesi emergenti che si riconoscono nel Brics (Brasile, Russia, India , Cina, Egitto, Sudafrica, Indonesia, etc) siano in crescita più accentuata e dinamica, rispetto a Usa ed Europa. I paesi ricompresi in tale organizzazione intergovernativa, rappresentano circa il 51% della popolazione mondiale e il 40% del Pil, e dotandosi della “New Development Bank”, hanno inteso sottrarsi al predominio delle istituzioni finanziarie occidentali (Banca mondiale e FMI), nel tentativo di gettar le fondamenta di un ordine economico e geopolitico alternativo. Strutturalmente l’economia capitalistica è alla perenne ricerca di una maggior fruttuosità della rendita finanziaria e questo fattore è determinante nello spostamento del baricentro verso Estremo Oriente (Cina, Corea, Singapore, etc.) .
IV. L’ultimo approccio, che più risente dei lasciti del periodo Kennediano – quando l’economista di riferimento era il keinesiano John Kenneth Galbraith (1908-2000)(cfr. The affluent society- la società opulenta, 1958 e Il Nuovo stato industriale, 1968), Ambasciatore in India nel biennio 1961-63 e Consigliere economico dei presidenti democratici Franklin Delano Roosvelt, John Fitzgerald Kennedy e Bill Clinton – pur applicando modelli mutuati dalle scienze matematiche, individua le cause determinati del declino, nella perdita di autorevolezza delle elites, in crescente divario tra ceti e classi sociali, perdita di fiducia nel futuro.
Lo storico Alfred McCoy (cfr. In the Shadows of the American century, sottotitolo Ascesa e declino dello US Global Power, 2017) data il crollo al 2030, individuando quattro cause: dequotazione del dollaro come moneta scambi internazionali, perdita del primato tecnologico, crisi interna e collasso del soft power; mentre Niall Ferguson , paragonando la situazione attuale degli USA a quella dell’URSS immediatamente prima del 1989, coglie il fattore nella dipendenza finanziaria, in cui lo Stato spende più per interessi per riforaggiare il debito che in spese per la difesa e sicurezza. Tale circostanza, in effetti, si è avverata dal 2024 e di cui ai ricorrenti “government shutdowns” – paralisi temporanea in erogazione servizi federali per carenza di risorse (avutosi sin dalla presidenza di G. Ford, poi più ricorrenti sotto Barack H. Obama, dal 1 al 17 ottobre 2013, e con DJ ).
A voler individuare, in via di lettura sinottica, un tratto in comune delle varie teorie, esso è individuabile nella constatazione che il Predominio planetario degli USA non crollerà come l’Impero romano in un dato momento, ma si è avviato verso un graduale quanto inesorabile declino, Da qui prendono le mosse i sostenitori che lo scenario internazionale presenta vieppiù il passaggio da una egemonia unipolare a sistema oligopolare (Cina, India, Russa e Brasile), in cui gli USA sono relegati al ruolo di Primus inter pares, con tutte le conseguenze sul riassetto degli organismi (FMI, ONU, etc.) .
Più di recente si è affermato che il “rimedio” principale al declino dell’impero americano secondo la geopolitica contemporanea non è un’espansione aggressiva, ma una transizione ordinata verso una geopolitica della classe media e il ridimensionamento degli impegni globali (cfr. Lucio Caracciolo, direttore di Limes Rivista Italiana di Geopolitica).
***************
Un dato storico occorre adeguatamente rammentare per inquadrare il perdurante dibattito del declino americano: la grave crisi di consenso che investì le istituzioni statunitensi, acuita, durante gli anni 70, dallo scandalo del Watergate e dalla umiliante fuga da Saigon. Tali avvenimenti hanno lasciato cicatrici profonde e hanno appannato l’immagine della Repubblica a stelle e striscie, costretta già durante il periodo di Richard Nixon a ripensare alcuni fondamentali indirizzi della propria politica estera. Di qui, sotto l’abile regia di Henry Kissinger, le visite – entrambe per la prima volta nella storia delle relazioni diplomatiche – del Presidente USA in Cina nel febbraio e a Mosca nel maggio dello stesso 1972. Se il raggio d’azione rimaneva d’ampiezza planetaria, il globalismo era piegato alle esigenze di una nazione traumatizzata e alle prese con il deficit della bilancia dei pagamenti (O Connor, La crisi fiscale dello stato, Torino 1977, con prefazione di Federico Caffe) e l’emergere di nuovi poli nell’economia internazionale. In particolare O. Connor conducendo una penetrante analisi dello stato militare-assistenziale quale formatosi negli Usa, offre elementi di critica del punto di vista convenzionale secondo il quale” il settore pubblico si svilupperebbe solo a spese del settore privato”, mentre In realtà, “la crescita del settore statale è indispensabile all’espansione dell’industria privata”. Lo Stato contemporaneo, vittima di apprendisti stregoni che l’hanno indotto con leggerezza a percorrere la strada dell’espansione della spesa pubblica, si trova di fronte a una situazione di dissesto cronico, in quanto l’espansione dello “stato assistenziale” (Welfare state) non costituisce una deformazione, ma un’immagine speculare, della struttura stessa del capitalismo maturo.
Il troppo citato lavoro (dapprima saggio 1989, poi libro 1992 «La fine della storia e l’ultimo uomo”) del politologo F. Fukujana perorava la tesi centrale che la vittoria degli ideali delle democrazie liberali, ovvero libertà e uguaglianza, segnasse la fine della storia, nella prospettiva hegeliana. Secondo l’incauto Autore, dal momento della loro riaffermazione, tali valori costituirebbero l’unico riferimento teorico-politico possibile; la liberaldemocrazia di stampo occidentale sarebbe dunque «la sola aspirazione politica coerente per regioni e culture diverse dell’intero pianeta». Il saggio che ha conosciuto una fortuna spropositata, è stato frutto di numerosissimi fraintendimenti e di annosi dibattiti in seguito.
Secondo Sergio Romano (cfr. Crisi dell’Impero americano, Milano 2014), l’inizio del declino statunitense corrisponderebbe all’apogeo del suo successo, con la manifestazione delle prime inevitabili accelerazioni verso la perdita del primato globale. Dapprima le sconfitte militari in Iraq e Afghanistan, che hanno palesato la vulnerabilità degli Stati Uniti e la crescente difficoltà ad imporre la propria supremazia militare. Una perdita di autorità che ha generato a sua volta, la crisi delle grandi alleanze imperniate sul ruolo degli Stati Uniti, in base a cui l’Impero americano aveva dapprima costruito e poi consolidato il suo successo. Indi, secondo fattore essenziale, la turbolenza finanziaria del 2008, innescata dalla crisi dei titoli sub-prime e dal fallimento della Lehman Brothers, sintomi di una turbolenza endemica del capitalismo, d’inizio del terzo millennio. Con le citate sconfitte militari (le sole dopo la ritirata in Vietnam) rappresenta il secondo grande sintomi della perdita della centralità planetaria, tanto è vero che con espressione suggestiva l’Ambasciatore afferma che “Di fronte al grande spettacolo americano siamo una captive audience, una platea prigioniera […]. La crisi dell’America non può cominciare che da se stessa” (p. 71)
**************
Invece altri analisti, apertamente critici nei confronti impostazione di DJ Trump (riassunta nello slogan Make America Great again) la lunga egemonia degli USA, fondata su supremazia economica, dominio militare, interventi di forza e potente macchina culturale, mostra crepe profonde e irreversibili. Guerre logoranti, destabilizzazioni regionali, finanziarizzazione estrema e l’emergere di nuovi poli globali hanno indebolito la capacità di leadership di Washington. Il ritorno alla Casa Bianca di Trump, con l’unilateralismo muscolare, le bombe sull’Iran, che riaprono scenari di escalation in Medio Oriente, la polarizzazione interna, la competizione con la Cina, il ritiro dagli organismi internazionali, la “minaccia comunista” sollevata nel discorso del 4 luglio 26, accentua le contraddizioni di un colosso geopolitico sempre più instabile. Mentre riaffiorano segnali di declino che rimandano la parabola discendente delle vecchie dominazioni imperiali. Tuttavia devesi evidenziare che lo slogan “America first”, è un filo rosso che si dipana lungo l’intera evoluzione della storia bicentenaria degli Stati Uniti – da George Washington a Donald J. Trump II – quale motto dell’isolazionismo americano, corrente presente fin dalle origini del Paese, che è stato ripreso da Trump per rovesciare gli ultimi settant’anni di politica estera statunitense, nella palesata intenzione di riaffermare la priorità dell’interesse nazionale e la piena sovranità del paese al di là di impegni, trattati e delle istituzioni internazionali. Mettendo in prospettiva la rivoluzione di Trump, la più accreditata storiografia italiana (G. Mammarella, America First, Bologna 2018, professore emerito Stantfort University) offre un inedito ritratto dell’America attuale: un grande Paese che, se sembra aver perso le coordinate della sua azione politica, pur tuttavia che dimostra di avere un’eccezionale vitalità e insospettate capacità di ripresa.
Ora nel panorama di stridente attualità, in attesa del discorso alla Convention di Dallas del partito repubblicano, DJ Trump avviatosi ad una impegnativa scadenza elettorale di metà mandato, deve tener conto dei troppi fronti aperti.
Dalle guerre commerciali con Cina, Canada e UE, ai conflitti mediorientali (Iran, Palestina, stretto di Hormuz) alle crisi destabilizzanti (conflitto russo-ucraino, occupazione Venezuela, taiwan, etc.).
In definitiva il trend di declino è inesorabile, ma una gestione avveduta della stagione del tramonto dell’Impero americano e dei suoi multiformi satelliti può assicurare vantaggi per tutti i protagonisti che abbiano una visione lungimirante, non il fiato corto del lucro immediato o della popolarità a
