di Salvatore Sfrecola
Quando, nel pomeriggio del 25 aprile 1945, Benito Mussolini lascia la prefettura di Milano dopo il fallito incontro con il Cardinale Ildefonso Schuster e i rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), la Repubblica Sociale Italiana è già cadavere politico. Le trattative per una resa negoziata, mediate dallo stesso arcivescovo, si sono infrante sulla notizia — vera — che i tedeschi stanno trattando separatamente la resa con gli Alleati. Mussolini, che aveva promesso una risposta al CLNAI entro un’ora, non tornerà più a Milano.
Da quel momento inizia la sua ultima, disperata fuga verso nord, in direzione della Valtellina e del confine svizzero, dove — secondo un progetto peraltro mai davvero definito — sperava di asserragliarsi con i fedelissimi in un “ridotto alpino” o di raggiungere la neutralità elvetica.
Nella notte tra il 25 e il 26 aprile, Mussolini raggiunge Como con un piccolo seguito di gerarchi, funzionari e la scorta della Guardia Nazionale Repubblicana. Nei giorni successivi il gruppo si sposta lungo la sponda occidentale del Lago di Como, in un contesto di sfaldamento generale: le strade sono percorse da colonne miste di soldati della RSI e di reparti tedeschi in ritirata, questi ultimi diretti verso il Brennero in base agli accordi di resa che il generale delle SS Karl Wolff stava negoziando autonomamente con gli Alleati a Berna (le cosiddette trattative di Ascona, o “Operazione Sunrise”).
È in questo contesto che, la mattina del 27 aprile, a Menaggio, Mussolini decide di aggregarsi a una colonna tedesca in movimento verso il passo dello Stelvio: un reparto della contraerea (Flak) comandato dal tenente Hans Fallmeyer, forte di circa 200 uomini e venti-trenta automezzi.
È una scelta significativa: il Duce, ormai privo di forze proprie affidabili e temendo di essere consegnato ai partigiani dai suoi stessi uomini, confida più nella disciplina tedesca che nella fedeltà italiana. Gli storici concordano nel leggervi l’ultimo atto di una subordinazione simbolica e reale al Terzo Reich che aveva caratterizzato l’intera esperienza della Repubblica Sociale.
Per confondersi con i soldati tedeschi, Mussolini indossa un cappotto e un elmetto della Wehrmacht, recuperati tra gli effetti della colonna, sopra la propria uniforme, e si siede su uno degli autocarri, un camion cisterna o un mezzo blindato leggero a seconda delle fonti, stretto tra i militari tedeschi. Non si tratta di un piano elaborato in anticipo: le testimonianze raccolte nei processi e nelle inchieste del dopoguerra — comprese quelle del generale Fallmeyer stesso, interrogato dagli Alleati — descrivono un espediente improvvisato, nato dalla necessità di attraversare posti di blocco partigiani ormai disseminati lungo tutta la sponda del lago.
Il travestimento, va precisato, era grossolano: Mussolini non parlava tedesco, il suo volto era tra i più fotografati e riconoscibili d’Europa, e la sua statura e i suoi tratti somatici erano tutt’altro che anonimi. Diversi storici, tra cui Renzo De Felice nella sua monumentale biografia del Duce, hanno osservato come questa scelta testimoni più lo smarrimento e la disperazione dell’uomo politico ormai privo di lucidità operativa, che un tentativo di fuga credibile.
La colonna tedesca, con Mussolini a bordo, viene fermata verso mezzogiorno del 27 aprile a Musso, all’altezza di un posto di blocco allestito dalla 52ª Brigata Garibaldi, formazione partigiana comunista comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle (“Pedro”) e Urbano Lazzaro (“Bill”). I partigiani, informati della possibile presenza di gerarchi fascisti nella zona, fermano il convoglio per un controllo. Fallmeyer, dopo una trattativa, accetta l’ispezione degli automezzi in cambio del libero transito per i propri uomini.
È durante questo controllo, secondo la ricostruzione più accreditata e sostanzialmente concorde tra le fonti partigiane, storiche e giudiziarie, che Urbano Lazzaro riconosce Mussolini nascosto tra i soldati tedeschi, ancora avvolto nel cappotto e con l’elmetto. Alla domanda diretta, il Duce — secondo la testimonianza dello stesso Lazzaro, poi confermata in sede processuale — non nega, limitandosi a un gesto di resa. Viene condotto a Dongo insieme al resto del gruppo, mentre Fallmeyer e i suoi possono proseguire, come da accordi, verso il Brennero.
La ricostruzione di questi eventi si basa su un incrocio di fonti relativamente solido per gli standard della storiografia sulla fine del fascismo: le memorie dirette dei protagonisti partigiani (Lazzaro pubblicò più versioni dei fatti nel corso dei decenni, con alcune discrepanze minori su dettagli come l’esatta tipologia del mezzo su cui viaggiava Mussolini), gli atti dell’inchiesta condotta dal CLNAI e dagli Alleati nell’immediato dopoguerra, e le opere di sintesi storiografica più autorevoli, prima fra tutte la biografia in più volumi di Renzo De Felice, oltre ai lavori di Frederick Deakin (Storia della Repubblica di Salò) e, più recentemente, di Giorgio Bocca e Mimmo Franzinelli.
Restano, come spesso accade per eventi di questa concitazione, alcune discrepanze minori tra le fonti: sul numero esatto degli automezzi della colonna, sul grado di consapevolezza di Fallmeyer riguardo all’identità del passeggero italiano che aveva accolto, e sulla dinamica esatta del riconoscimento a Musso. Nessuna di queste discrepanze, tuttavia, intacca il nucleo fattuale della vicenda, confermato anche dai documenti militari tedeschi recuperati dopo la guerra.
Al di là dell’aneddotica, l’episodio ha un valore simbolico che la storiografia ha più volte sottolineato. L’uomo che per oltre vent’anni aveva costruito la propria immagine pubblica sul mito della fermezza, della marzialità e dell’identità nazionale italiana, negli ultimi istanti della propria libertà si affida proprio a quell’alleato tedesco che aveva trascinato l’Italia nella catastrofe bellica e che, con l’occupazione del 1943-45, ne aveva di fatto svuotato la sovranità.
Vestire la divisa nemica — o meglio, alleata ma da tempo percepita come occupante — per sfuggire ai propri concittadini in armi è stato letto da molti storici come l’immagine più efficace del collasso finale del regime: un potere che, privato del consenso interno, sopravviveva ormai solo grazie alla protezione straniera.
Mussolini sarà fucilato il giorno successivo, 28 aprile 1945, a Giulino di Mezzegra, insieme a Claretta Petacci, per ordine del CLNAI eseguito dal colonnello partigiano Walter Audisio (“Valerio”), secondo la versione ufficiale più accreditata, anch’essa oggetto negli anni di ricostruzioni alternative mai pienamente comprovate.
Una notazione finale. Ognuno ha iul diritto, anzi il dovere, di salvare la pelle, soprattutto quando è evidente che, nel contesto di una guerra civile, alla cattura non sarebbe probabilmente seguito un regolare processo, come insegna la storia in tutti i tempi ed in tutti i contesti.
La guerra civile, come ricorda Indro Montanelli, è stata una immane tragedia nel corso della quale gli italiani hanno combattuto soprattutto contro altri italiani. E le ferite di quel tempo non si sono del tutto rimarginate.
Per nascondere o minimizzare la fuga del Duce i reduci della Repubblica Sociale e i loro epigoni hanno inventato la fuga del Re Vittorio Emanuele III che il 9 settembre 1943 aveva lasciato Roma, militarmente indifendibile se non a prezzo della sua distruzione, per recarsi in un lembo d’Italia libero dai tedeschi e non ancora occupato dagli angloamericani per garantire, unica autorità credibile anche sul piano internazionale, la continuità dello Stato. Il Re ha fatto il proprio dovere, come ha riconosciuto anni dopo il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Lo hanno capito anche i milioni di italiani che, nonostante la campagna antimonarchica dei fascisti e dei comunisti il 2 giugno 1946 hanno votato per il mantenimento della Monarchia.
Così stanno le cose.
