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Una nuova “legge truffa”? Le ragioni di un’accusa che torna nella storia repubblicana e gli argomenti a favore della riforma

di Salvatore Sfrecola

Il Senato ha approvato ieri, 15 settembre, la riforma della legge elettorale, ribattezzata da più parti “Stabilicum” o “Melonellum”, con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. Durante le dichiarazioni di voto, le opposizioni hanno esposto in Aula cartelli con la scritta “No alla legge truffa”. Il testo torna ora alla Camera per la terza e ultima lettura.

Ritengo, dunque, utile ai nostri lettori offrire una panoramica delle norme e delle argomentazioni portate a sostegno dell’iniziativa e quelle critiche, a cominciare da quella fatta propria in sede di dichiarazione di voto dal Sen. Matteo Renzi il quale, partendo dalla affermata esigenza, dalla maggioranza, di garantire stabilità al governo, ha osservato che con la legge che si vuole modificare (il Rosatellum) l’attuale maggioranza ha garantito al governo la vita più lunga degli esecutivi della storia repubblicana. Ne ha dedotto, pertanto, che lo scopo delle modifiche non è la stabilità ma la preoccupazione dei partiti della maggioranza di esserlo ancora nella nuova legislatura sulla base dei risultati prevedibili, se confermati dai sondaggi degli ultimi mesi, in particolare a seguito dell’ingresso nella scana politica dell’on. Gen. Roberto Vannacci.

Chi grida alla “legge truffa” in queste ore sceglie consapevolmente un’espressione carica di memoria. Fu coniata nel 1953 contro la legge Scelba, che assegnava un premio di maggioranza cospicuo alla coalizione capace di superare il 50% dei voti, quindi ad una coalizione già maggioranza che veniva rafforzata. Una “truffa” relativa, dunque. Quella legge, tuttavia, non scattò mai, travolta dal giudizio degli elettori, ma il nome le sopravvisse come sinonimo di ogni riforma elettorale sospettata di alterare, più che rappresentare, la volontà popolare. Evocarla oggi non è un caso: chi lo fa vuole collocare la nuova legge nello stesso genere di provvedimenti, quelli che si intitolano alla “governabilità” ma producono, secondo i critici, un cortocircuito nella rappresentanza.

Il premio di maggioranza: la soglia che decide (quasi) tutto

Il cuore della contestazione riguarda il premio assegnato alla coalizione che superi il 42% dei voti, un premio che può valere fino a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. È una soglia raggiungibile, nell’attuale frammentazione del sistema politico italiano, da una coalizione minoritaria nel Paese reale: un partito o un’alleanza che raccogliesse anche solo quattro voti su dieci potrebbe trasformarsi, grazie al premio, in maggioranza assoluta nelle due Camere. È l’obiezione sollevata in Aula dalle opposizioni, che hanno parlato di una legge capace di garantire il governo a chi ottiene “un voto in più” rispetto agli avversari, non necessariamente il consenso della maggioranza degli elettori. Il meccanismo, per i suoi critici, non premia la stabilità: la costruisce artificialmente, spostando il baricentro della decisione dal voto popolare all’ingegneria elettorale.

Né va trascurato che i partiti guardano al possibile risultato elettorale anche nella prospettiva della elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale.

Le ragioni di chi respinge l’accusa

È giusto ricordare che la maggioranza e i presidenti delle Camere respingono con fermezza questa lettura. Il Presidente del Senato ha parlato di un passo avanti che offrirebbe a tutte le forze politiche pari possibilità di competere, sottolineando che nessuno può dirsi certo, oggi, di raggiungere la soglia del 42%. Esponenti della maggioranza hanno inoltre fatto notare che non è stato introdotto il ballottaggio, considerato da alcuni un correttivo ancora più drastico, e hanno rivendicato il principio secondo cui chi vince le elezioni debba poter governare con stabilità, in un Paese che ha conosciuto decine di esecutivi in pochi decenni. Il dibattito, dunque, resta aperto, e il passaggio decisivo alla Camera, previsto per fine settembre, offrirà l’ultima occasione di verificare se la tenuta della maggioranza reggerà anche di fronte al voto segreto.

Il “nome del premier” senza riforma costituzionale

Il secondo fronte riguarda l’obbligo per le coalizioni di indicare, nel programma depositato, nome e cognome del candidato alla Presidenza del Consiglio. Il nome non comparirà sulla scheda e la norma non tocca formalmente le prerogative del Capo dello Stato, al quale la Costituzione riserva la nomina del premier, né il divieto di vincolo di mandato parlamentare. Ma è proprio questa cautela formale a insospettire le opposizioni: introdurre nella prassi elettorale un’indicazione così vincolante nella percezione pubblica, senza passare dal Parlamento in sede di revisione costituzionale, significa – secondo questa lettura – costruire un premierato di fatto eludendo il procedimento di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138 Cost.. Si cambia la sostanza degli equilibri istituzionali senza cambiarne la forma, ed è un’operazione che si presta all’accusa di aggirare le garanzie pensate apposta per le riforme più delicate.

Preferenze dimezzate e capilista blindati

Tornano le preferenze, ma con i capilista bloccati: l’elettore potrà scegliere un nome nella lista, ma il primo eletto sarà comunque quello deciso dai partiti, indipendentemente dai voti personali raccolti. È un compromesso che riduce, senza eliminarlo, il potere delle segreterie di partito nella selezione della classe dirigente, ma lo riduce meno di quanto proclami chi presenta la norma come un ritorno pieno al voto di preferenza. Ha lo stesso segno la riduzione delle circoscrizioni per il voto degli italiani all’estero, che passano da otto a due alla Camera e a una sola al Senato: meno collegi significano meno rappresentanza territoriale diretta per una platea di elettori già strutturalmente periferica rispetto ai centri decisionali del Paese.

E si consideri che la legge che ha ridotto il numero dei deputati e senatori ha già avuto un effetto deleterio sulla rappresentanza dei territori e delle minoranze linguistiche. Una trappola nella quale i Cinque Stelle hanno condotto tutti i partiti, timorosi di apparire agli occhi degli elettori i difensori della casta. Una plateare dimostrazione di mancanza di coiraggio.

Il metodo: un’intesa raggiunta senza il rischio del voto segreto

C’è infine un argomento procedurale, meno appariscente ma non meno rilevante. A luglio, alla Camera, la maggioranza era andata sotto sull’emendamento riguardante le preferenze, bocciato per un solo voto grazie allo scrutinio segreto, nonostante fosse sottoscritto da tutti i partiti di centrodestra: segno che, libero dal vincolo di gruppo, un pezzo della stessa maggioranza nutriva dubbi sul testo. Al Senato lo scrutinio segreto non era invece possibile sulle norme in questione, e la coalizione ha trovato compattezza proprio dove il voto era palese. È legittimo chiedersi se il via libera di Palazzo Madama rifletta una convinzione più solida o semplicemente l’assenza dello strumento che, alla Camera, aveva permesso ai dissensi interni di emergere.

Una legge che si scrive per chi la scrive

Resta un ultimo elemento, più politico che tecnico: la riforma viene approvata dalla stessa maggioranza che ne beneficerebbe alle prossime elezioni, con una soglia di premio – il 42% – che ricalca con notevole precisione le proiezioni di consenso della coalizione di governo. Non è una circostanza inedita nella storia elettorale italiana, ma è proprio la sovrapposizione tra chi scrive le regole del gioco e chi ne trarrebbe vantaggio a nutrire il sospetto di una legge costruita su misura, più che pensata per l’interesse generale del sistema rappresentativo.

Qualche considerazione di fondo

La legge elettorale ha un rilievo indubbiamente costituzionale nel senso che è deputata alla identificazione della classe politica. Per sua natura esige, dunque, una stabilità nel tempo. Così, infatti, avviene in ogni Paese, tranne in Italia dove viene modificata ad ogni legislatura dalla maggioranza di governo nell’intentò di conservare la preminenza anche nella nuova legislatura. È accaduto più volte che la coalizione che ha voluto la riforma ha poi perduto le elezioni. Evidentemente lo scontento era tale che non è bastato cambiare la legge elettorale e farne una più “appropriata”.

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